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Come la digitalizzazione della politica sta trasformando i partiti (e la democrazia)

Tra le tante profonde trasformazioni che l’uso massiccio delle tecnologie digitali sta producendo nella nostra società, una molto rilevante è quella che potremmo genericamente definire come la “digitalizzazione della politica”. Le nuove tecnologie digitali tramite i loro algoritmi più o meno intelligenti, i loro tantissimi Big Data e la loro istantanea comunicazione, da diversi anni stanno esercitando una forte influenza sui partiti, sui loro media, sulla comunicazione pubblica e sul coinvolgimento dei cittadini. In altre parole, sul funzionamento della democrazia.

Internet e democrazia: cosa è cambiato

Di fatto i tantissimi servizi digitali offerti tramite Internet hanno modificato i modi con i quali i cittadini definiscono e condividono le loro opinioni politiche e le modalità con cui interagiscono tra loro, con i loro rappresentanti e con gli amministratori pubblici. La Rete ha infatti modificato, non sempre in meglio, il loro rapporto con l’organizzazione dello Stato nell’era digitale. Naturalmente, nel mondo della politica si registrano approcci diversi e tendenze differenti nel rapporto e nell’uso delle tecnologie digitali. I movimenti politici più recenti, come ad esempio il M5S, le hanno abbracciate con convinzione collegandole al desiderio finora non realizzato di costruire forme di democrazia diretta. Altri partiti hanno cercato di cavalcarle a scopo propagandistico (in questo Matteo Salvini docet), mentre i partiti più tradizionali arrancano nel loro rapporto con il digitale e scontano ritardi significativi di comprensione e di utilizzo. 

Negli ultimi decenni, mentre si realizzava l’enorme sviluppo del digitale, sul fronte politico in Italia, per ragioni diverse, si è registrata la fine dei partiti tradizionali, il tramonto di quei partiti che avevano fatto la storia politica del Novecento. Dunque, mentre la forma partito tradizionale si stava esaurendo per consunzione lasciando molti cittadini confusi e senza rappresentanza, l’avvento dell’informatica nella vita quotidiana, l’uso del Web e delle piattaforme social, hanno contribuito a dare un ulteriore scossone alla partecipazione organizzata delle persone alla vita pubblica e hanno mandato in frantumi riti, luoghi e momenti che hanno caratterizzato la politica nel secolo scorso. Le sezioni, i comizi, le grandi piazze, le riunioni e i dibattiti affollati, sono tutte cose che in passato hanno avuto enorme successo come elementi vitali dell’esercizio della dialettica democratica mentre oggi stanno diventando sempre più il ricordo di vecchi nostalgici. 

Gli effetti del digitale sulla politica

Purtroppo, nella società si stenta a riconoscere che l’impatto del digitale sulla partecipazione politica sia una questione cruciale e non soltanto un argomento di discussione tra specialisti. Le ragioni di questo atteggiamento sono diverse, non ultima quella legata ai gravi problemi che stiamo vivendo e che ci rubano l’attenzione e ci impediscono di riflettere adeguatamente su una questione che ogni giorno diventa sempre più importante per la vita dei Paesi democratici e anche per il ruolo che gioca nei Paesi totalitari. Quello che sta accadendo da qualche anno in tante nazioni del mondo indica con chiarezza come gli effetti del digitale sulla politica, sia in democrazia sia nei sistemi dittatoriali, siano molto maggiori di quanto sembrano percepire i politici stessi.

Oggi, grazie alle tecnologie digitali, la comunicazione e la condivisione di ogni scelta, di ogni dichiarazione e azione da parte di un partito o di un suo esponente raggiunge tutti istantaneamente creando stati d’animo e reazioni che prima necessitavano di molto più tempo. Molti politici non riescono ad adattarsi a questa istantaneità digitale e soltanto quelli che hanno compreso che l’uso del mezzo digitale richiede modi nuovi di vivere lo spazio pubblico riescono a trarne vantaggio. Gli altri spesso ne sono travolti o commettono gaffe imperdonabili. A questo si aggiunge l’enorme distorsione della partecipazione dei cittadini alla vita politica che viene continuamente messa in pratica dalla diffusione di fake news che distorcono la realtà e spostano il dibattito dalle questioni reali a quelle costruite artificiosamente. In questo senso, un uso ecologico della comunicazione e soprattutto di quella offerta dal digitale è grandemente auspicabile.

Politica e populismo digitale

D’altro canto, le facilità di accesso e di comunicazione offerte a tutti dallo spazio digitale ha dato a tanti la presunzione e l’illusione che ognuno possa agire per condizionare il potere politico, che chiunque possa contribuire a scrivere le leggi, insomma possa influenzare il funzionamento dello Stato con la sua presenza digitale, con il suo tweet, con il suo post, con il suo avatar social. Questo è uno scenario che possiamo definire di populismo digitale, dove si esibisce l’individualismo di ognuno immerso però nel grande flusso atomizzato che opera una nuova disarticolazione dell’opinione politica che un tempo era organizzata e veicolata in forme strutturate.

Mentre questa è la tendenza di gran parte della massa digitale, occorre notare come vi sia anche una mancata diffusione di strumenti digitali per la raccolta ordinata e affidabile delle opinioni dei cittadini e/o dei sostenitori dei partiti su temi specifici, eppure le tecnologia lo permetterebbe agevolmente. Purtroppo, la digitalizzazione della politica registra numerosi e continui tentativi di manipolazione, operazioni di propaganda, ma offre pochi luoghi digitali di reale consultazione, di ascolto, di dibattito moderato. I partiti e i governi democratici non hanno fatto quasi nulla per proporre, finanziare e realizzare piattaforme digitali pubbliche di reale partecipazione politica.

La disinformazione

La disponibilità di una infinita massa di informazioni invece di aiutare le scelte informate e consapevoli, le confonde e le manipola. Come scritto più volte, l’eccesso informativo genera disinformazione. La gestione della sfera pubblica tramite gli strumenti digitali potrebbe registrare esperienze nuove e molto positive, ma ciò non avviene a causa della mancata conoscenza da parte dei partiti e di gran parte dei loro esponenti della natura e delle potenzialità del digitale, lasciando così prevalere modalità di uso e di comunicazione rozze, dirette, ma prive di prospettive di sintesi. Molti politici pensano sia sufficiente avere un profilo social, magari gestito da un social media manager creativo, per giocare un ruolo nuovo nello spazio politico digitale e non comprendono che sommare banalmente spazio tradizionale e spazio digitale equivale a una fusione fredda che non permette di fare un passo in avanti verso un nuovo protagonismo politico.

Francesco Raniolo nel suo saggio “I partiti politici” (Laterza), discutendo dell’inerzia al cambiamento delle organizzazioni politiche, richiama la “recalcitranza dei mezzi” di Selznick per ricordare che gli strumenti usati spesso tendono a modificare i fini e premono per avere vita propria ostacolando il cambiamento. L’autore ricorda anche la notissima frase di McLuhan («Il mezzo è il messaggio.») che è ancora valida e dovrebbe ricordare ai partiti che poiché il mezzo plasma il contenuto, non si può pensare di avventurarsi nell’universo digitale senza conoscerlo e così rischiando di veder deformato il proprio messaggio pensato secondo modelli analogici.

Ormai la Rete, il Web, i social e le altre articolazioni dello spazio offerto oggi dalle tecnologie digitali sono le sedi principali del dibattito politico tra i cittadini e dei cittadini con i rappresentanti politici. Tuttavia, credere che a un partito o a un movimento politico basti essere presente sulla Rete per poter automaticamente conquistare milioni di voti è una prospettiva ingannevole. Lo spazio creato dal digitale è una risorsa fondamentale anche per la politica, ma questo diventa vero soltanto se alla conoscenza concettuale ed espressiva di quello spazio si unisce un uso appropriato per comunicare chiare e innovative proposte politiche. Purtroppo i partiti non sono più luoghi di formazione politica per i cittadini e anche per questa ragione difficilmente saranno luoghi di formazione all’uso politico del digitale.

I social sono stati creati per fare profitti, non per sostenere le democrazie

Accanto agli aspetti positivi legati alla disponibilità informativa, oggi le grandi potenzialità offerte dal digitale sono immiserite da un uso incerto, a volte manipolatorio e altre volte antidemocratico delle tecnologie digitali. Le recenti vicende legate all’assalto al Congresso degli Stati Uniti hanno mostrato quali forme estreme possa raggiungere la politica veicolata e manipolata attraverso i social media. Allo stesso tempo hanno mostrato come le grandi compagnie digitali possono mettere in campo grandi operazioni di boicottaggio comunicativo togliendo a un Presidente USA (seppure sconfitto) ogni spazio social.

Come altri spazi digitali, le piattaforme social sono state create da privati per profitto non per sostenere le democrazie. D’altra parte, le piattaforme realizzate ad hoc dai partiti – un chiaro esempio di queste è il sistema Rousseau – si sono dimostrate finora poco efficaci perché non sono realmente democratiche.

Il loro controllo è nelle mani di pochissime persone e le loro logiche di funzionamento sono opache. Questo scenario fosco indica la necessità di pensare e realizzare nuovi modelli digitali per la politica che siano definiti dalle comunità e siano regolati da leggi democratiche. Il dibattito pubblico su larga scala sul digitale finora non ha funzionato e continua a generare guasti e manipolazioni. Per questa ragione servono strumenti nuovi e piattaforme digitali pubbliche che possano facilitare la democrazia, far vivere i partiti o determinare un loro superamento positivo se questo sarà utile per la società.

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