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Cavi sottomarini minacciati dalla guerra, ma rotta alternativa al Mar Rosso costa fino a sei volte di più

Cavi sottomarini: il Mar Rosso perde centralità e le nuove rotte sono più costose e rischiose per l’economia digitale

Per oltre trent’anni il Mar Rosso ha rappresentato l’autostrada invisibile dell’economia globale: migliaia di chilometri di cavi sottomarini convogliavano fino al 95% del traffico dati tra Asia ed Europa, garantendo latenza ridotta e costi contenuti. Oggi quella centralità è in discussione. Gli attacchi degli Houthi, l’instabilità nel Golfo Persico e l’escalation legata al conflitto tra Iran, Israele e Stati Uniti stanno ridisegnando la geografia delle telecomunicazioni globali.

Il risultato è una crisi che non riguarda solo l’infrastruttura fisica, ma soprattutto la capacità di manutenzione e ripristino. “Il problema non sono i guasti, ma l’impossibilità di ripararli in tempi ragionevoli”, ha spiegato Roderick Beck, consulente indipendente del settore raggiunto da Nadine Hawkins per Capacity Global. Il primo grande blackout del 2024 ha richiesto quasi sei mesi per essere risolto, bloccato dall’impossibilità di operare in sicurezza nell’area.

Un collo di bottiglia digitale da cui dipende il mondo

Il modello costruito negli anni era semplice: rotte corte, costi bassi e passaggio attraverso acque internazionali. L’Egitto, snodo tra Mar Rosso e Mediterraneo, è diventato un hub strategico, arrivando a incassare circa il 10% delle entrate nazionali delle telecomunicazioni dai diritti di transito.

Ogni giorno, oltre 10.000 miliardi di dollari attraversano silenziosamente il fondo degli oceani.

Ma questa concentrazione geografica si è trasformata in un rischio sistemico. Il costo delle alternative lo dimostra chiaramente: una capacità da 100 Gbps tra Singapore e Marsiglia lungo la rotta del Mar Rosso può costare fino a sei volte meno rispetto ai percorsi terrestri via Medio Oriente (Iran-Iraq-Turchia).

Il Mar Rosso è una vera e propria autostrada dei cavi sottomarini che collega Asia, Africa e Europa, praticamente qui passa più del 20% del traffico internet mondiale.

La nuova geografia dei cavi vede Marsiglia nuovo hub europeo (perchè non Genova?)

Con il deteriorarsi della sicurezza nel Mar Rosso, il traffico è stato rapidamente deviato. Il punto di approdo principale è oggi Marsiglia, che negli ultimi anni ha investito in infrastrutture e semplificazioni regolatorie, diventando il principale hub europeo dei cavi.

Una volta arrivati a Marsiglia, si può raggiungere praticamente qualsiasi operatore o piattaforma”, ha sottolineato Beck. Il risultato è una crescente centralizzazione anche sul lato europeo, con rischi analoghi a quelli che hanno colpito il Mar Rosso.

In questo scenario, viene in mente una domanda retorica, ma anche molto semplice: perché Marsiglia e non Genova? Sue città posizionate bene, nella stessa regione del Mediterraneo, ma evidentemente con destini digitali diversi.

La risposta sta in una combinazione di tempismo, visione industriale e contesto regolatorio. La città francese ha costruito il proprio primato già dagli anni 2010, grazie allo sviluppo di campus di data center carrier-neutral (come Interxion, oggi Equinix), capaci di attrarre oltre 17 cavi sottomarini, più di 100 operatori e flussi di traffico tra Asia, Africa, Europa e Stati Uniti. A ciò si sono aggiunti procedure autorizzative snelle, supporto istituzionale e investimenti europei e privati (come il progetto Medusa) che hanno rafforzato l’effetto rete e la competitività dei costi.

Genova, pur avendo caratteristiche geografiche analoghe e progetti rilevanti in corso (2Africa, BlueMed, Unitirreno), paga invece ritardi burocratici, frammentazione degli investimenti e assenza di un ecosistema maturo. Il risultato è che l’Italia, nonostante il potenziale (anche in Sicilia con Open Hub Med), continua a inseguire: senza massa critica e con iter autorizzativi complessi, il traffico ha storicamente preferito approdare altrove, consolidando il vantaggio francese.

Le rotte alternative: più lunghe, più costose, più complesse

Il settore sta accelerando sulla diversificazione, ma le soluzioni non sono prive di criticità:

Una soluzione potenzialmente efficiente (il passaggio via Israele) resta di fatto limitata dai conflitti regionali.

Il caso 2Africa e Meta: investimenti sotto pressione

La vulnerabilità del sistema è evidente anche nei grandi progetti globali. Il cavo 2Africa Pearls, parte del maxi progetto sostenuto da Meta, ha subito uno stop nelle operazioni nel Golfo Persico. Secondo quanto riportato da Bloomberg, il contractor Alcatel Submarine Networks ha invocato la forza maggiore, bloccando le attività nello Stretto di Hormuz.

La rete avrebbe dovuto collegare Oman, Emirati Arabi, Qatar, Bahrain, Kuwait e Iraq, aggiungendo capacità strategica tra Asia, Africa ed Europa. Alcuni segmenti sono stati completati, ma diverse stazioni di atterraggio restano scollegate, ritardando l’entrata in servizio prevista per il 2026.

Il consorzio coinvolge attori di primo piano: Meta, China Mobile International, Orange, Vodafone, Telecom Egypt, WIOCC, center3 (Arabia Saudita).
In parallelo, altri progetti come SEA-ME-WE 6 e Fibre in Gulf (Ooredoo) risultano rallentati o sospesi.

Impatti economici: latenza, prezzi e resilienza

Riguardo la nuova situazione geopolitica regionale, le conseguenze sono già tangibili: aumento dei costi di capacità internazionale, maggiore latenza sulle rotte alternative, pressione sui margini degli operatori e delle big tech e maggiori rischi per servizi critici (cloud, finanza, streaming).

Per i grandi player digitali (da Meta a Google) la risposta è l’integrazione verticale: investimenti diretti in cavi e rotte alternative. Per gli operatori wholesale, invece, la sfida è sostenere costi più elevati senza trasferirli integralmente ai clienti.

Un cambio strutturale: fine della “rotta unica” dei cavi sottomarini

La crisi del Mar Rosso segna un punto di svolta. Il principio che emerge è chiaro: la concentrazione geografica non è più sostenibile per infrastrutture critiche.

Il settore si sta orientando verso maggiore ridondanza delle rotte, diversificazione geografica, nuovi modelli di risk management e assicurazione e coinvolgimento diretto degli hyperscaler nelle infrastrutture.

Nel breve periodo, però, la transizione avrà un costo. “Finché le nuove rotte non saranno operative, i prezzi resteranno elevati”, avverte Beck. La crisi in Medio Oriente dimostra che la globalizzazione digitale ha un punto debole: passa da pochi, vulnerabili corridoi fisici. E quando questi si interrompono, l’impatto si propaga ben oltre il fondale marino, fino ai mercati e alle imprese.

La “nuova mappa” di Internet è già in costruzione, ma sotto missili e droni bomba, quindi sarà più costosa, più complessa e inevitabilmente sottoposta a continue tensioni geopolitiche.

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