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L'analisi

Caso Grillo: è blog ciò che è blog, non è blog ciò che piace!

Si sta discutendo molto in questi giorni del Blog di Beppe Grillo e della titolarità dei suoi contenuti, facendo confusione dal punto di vista giuridico su questioni molto rilevanti per il futuro della Rete.

di Andrea Lisi, Presidente ANORC Professioni |
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Si sta discutendo molto in questi giorni del Blog di Beppe Grillo e della titolarità dei suoi contenuti, facendo confusione dal punto di vista giuridico su questioni molto rilevanti per il futuro della Rete. Grillo è direttamente responsabile di tutti i contenuti del “Blog di Beppe Grillo – primo magazine on line”? La risposta giuridicamente corretta non può che essere negativa, pur se politicamente o eticamente può non piacerci.

 

Ma andiamo con ordine. L’episodio che ha scatenato questo ampio dibattito (in verità un po’ esagerato, mi sia consentito dire) è la difesa intentata da Grillo in un procedimento giudiziale portato avanti da un esponente PD (Francesco Bonifazi) in seguito ad un articolo non firmato ospitato sul magazine beppegrillo.it ritenuto diffamatorio. L’esponente del PD ha pensato di “fare chiarezza” sulla questione riportando sui social una parte della memoria difensiva del leader del Movimento 5 Stelle, nella quale sostanzialmente si sosteneva ciò che poi Grillo ha ribadito in un post a sua firma ospitato un paio di giorni fa nel Blog: “Il Blog beppegrillo.it è una comunità online di lettori, scrittori e attivisti a cui io ho dato vita e che ospita sia i miei interventi sia quelli di altre persone che gratuitamente offrono contributi per il Blog. Il pezzo oggetto della querela del Pd era un post non firmato, perciò non direttamente riconducibile al sottoscritto. I post di cui io sono direttamente responsabile sono quelli, come questo, che riportano la mia firma in calce”.

 

Queste precisazioni hanno scatenato un putiferio di dichiarazioni più o meno giuridiche sulla vigliaccheria di Grillo, sulla sua responsabilità diretta, sul fatto che il suo Blog sia stato progettato secondo addirittura una “architettura a scatole cinesi” per deresponsabilizzarlo del tutto.
Capita di leggere in vari commenti anche che, come si evince da “complicatissime e sofisticatissime” indagini sul whois, il blog sia intestato non a Grillo, ma a tal Emanuele Bottaro e ciò dimostrerebbe in maniera inconfutabile la mala fede in tutta l’operazione! Altri hanno persino letto l’informativa privacy del blog scoprendo che il titolare dei dati personali è Beppe Grillo, ma il responsabile un altro, la Casaleggio Associati! Poi si legge ancora qualcun altro che rivela come lo Statuto del M5S parli chiaro rivelando l’arcano: Beppe Grillo è l’effettivo titolare e ne ha solo concesso l’utilizzo al Movimento. Quindi per questo risponde lui per tutti?!

 

Amici miei, è meglio togliere il coltello dalla piaga (cit. dialogo tra Mascetti e Titti) …e cominciamo a parlare da giuristi. Non che dei post boccacceschi pubblicati sul blog di un personaggio comico non si possa discorrere liberamente, per carità: nessuno vuol negare la libertà di parola ai commentatori più o meno improvvisati del web. Ma è giusto anche ricordare che i temi da tanti disinvoltamente maneggiati nelle ultime ore sono estremamente delicati e discussi da tempo con attenzione dalla dottrina del diritto dell’internet.

 

Ogni parola, (almeno) nel diritto, va soppesata con attenzione, per non confondere il piano giuridico con quello etico e, a maggior ragione, con quello politico. A volte, invece, si ha quasi l’impressione che si scriva proprio per indurre confusione: così, apprendiamo con una certa dose di inquietudine che nella fretta di riportare la notizia  il giudizio civile nei confronti di Grillo sarebbe stato intentato con querela (tipico atto di un procedimento penale), che l’errore commesso nell’indirizzare l’azione processuale contro chi non ha mai rivendicato come proprio il contenuto (presuntivamente) diffamatorio lascerebbe impunita qualsiasi azione illecita (civile o penale, non fa differenza) abilmente celata nelle pieghe di un blog online, fino a scomodare il (complesso) bilanciamento tra libertà e responsabilità. Tutti d’accordo sul principio per cui l’esercizio di una libertà non deve trascendere nella lesione dell’altrui diritto. Se però qualcosa ricordo dei manuali di diritto costituzionale, la libertà si esprime anche nel non fare (o non scrivere, in questo caso): e allora, se chi vuole libertà deve avere responsabilità, ribaltando il sillogismo come mai potrebbe ritenersi responsabile chi quella libertà non l’ha esercitata? Quanto è labile e periglioso il confine metagiuridico tra libertà del web e responsabilità dei contenuti, amici miei.

 

Ieri tutti Robespierre, oggi tutti inquisitori.

 

E invece Grillo ha perfettamente ragione. Mi sa proprio che non c’è nessun “gomblotto” da svelare questa volta. Può non piacere politicamente tutto ciò, ma il mondo del web funziona così da sempre e la giurisprudenza nazionale e comunitaria (fondata su una normativa dei primi anni del 2000 dedicata proprio alle responsabilità degli internet service provider) è piuttosto pacifica sul punto o almeno su questioni simili a queste. In passato si è sempre urlato allo scandalo quando qualcuno ha anche solo proposto di parificare la responsabilità del blogger a quella del direttore di una testata giornalistica! Questo proprio per tutelare la libertà di espressione nel web! Perché per Grillo non dovrebbe valere?
Non si può confondere la titolarità nel trattamento dei dati con la gestione dei contenuti di un blog. E chi confonde questi concetti mi sa che deve andare a ripetizione di principi generali del diritto dell’informatica…che purtroppo è diritto semisconosciuto ai più.

 

Dall’informativa del blog beppegrillo.it si legge questo con chiarezza: c’è un titolare del trattamento. Ed è Beppe Grillo. C’è un responsabile del trattamento (che è il gestore della piattaforma e sviluppatore della stessa): Casaleggio Associati. C’è chi gestisce i contenuti: un’Associazione (Associazione Rousseau, con sede in Milano, Via G. Morone n. 6).
Poi c’è chi ha registrato il domain name beppegrillo.it che è un altro soggetto….ma ovviamente la titolarità del dominio nulla ha a che vedere con i contenuti del sito e/o blog. Sono principi pacifici questi nel mondo del diritto dell’informatica. Ci piaccia o no…e chi ha un minimo, ma proprio un minimo di dimestichezza con il mondo dell’internet dovrebbe sapere che questa è una prassi piuttosto comune o quasi.

 

Ripeto, politicamente posso anche concordare sul fatto che la questione possa essere considerata censurabile o “poco trasparente”. Ma è un piano diverso e da non confondere con la questione giuridica che invece è importante che sia chiarita con nettezza.

 

Il “blog di Grillo” non è Beppe Grillo, ma un magazine digitale non registrato e quindi tutti i suoi contenuti non possono essere “giuridicamente ascrivibili” direttamente a Beppe Grillo o comunque di sua diretta responsabilità. Non conosco i dettagli dell’azione giudiziale del PD e come sia stata impostata e quindi ci vuole prudenza sul punto. Ho letto che per adesso c’è stata solo una pronuncia sulla competenza e quindi la causa è stata riassunta da Genova a Roma. Vedremo che cosa dirà il Giudice e spero si conformi ai principi generali sul punto.

 

In ogni caso, qui abbiamo a che fare con un “contenitore web” che non è una testata giornalistica. Ha un’appartenenza (che è cosa diversa dalla titolarità dei dati personali o dall’intestazione del domain name…anche su questo – ripeto – si sta facendo una confusione al limite della schizofrenia giuridica) e solo quella va verificata. E chi risulta oggi il “custode” (effettivo o non effettivo) dei contenuti della piattaforma informatica beppegrillo.it non è comunque parificabile nel suo ruolo ad un direttore responsabile di una testata giornalistica. Ciò non toglie ovviamente che sia astrattamente configurabile nei suoi confronti un dovere (relativo) di attivarsi (responsabilità omissiva quindi) in caso di contenuti immessi da qualcuno, se pacificamente illeciti o se è un’autorità giudiziale a imporlo. Ma lo si deve precisare con forza e chiarezza: quel contenuto non firmato e immesso nel blog che ha offeso il deputato Bonifazi non è assolutamente detto che possa essere ascrivibile direttamente a Beppe Grillo…anzi!

 

Né peraltro, a mio avviso, è facilmente percorribile la tesi della responsabilità del blogger per omessa rimozione del commento offensivo nel caso in questione: anche a voler attribuire a Grillo la qualità di amministratore del blog, sarebbe tutt’al più ravvisabile in suo capo una facoltà di obliterare il contenuto diffamatorio (già pubblicato), ma non un obbligo correttivo giuridicamente vincolante. Se così fosse, oltretutto, verrebbe snaturata l’attività di blogging, intesa come messa a disposizione di uno spazio virtuale, in cui esprimere opinioni. E le opinioni, è il caso di ricordarlo, non sono immediatamente e oggettivamente percepibili come fatti lesivi dell’onore e della reputazione, né l’inerzia del blogger potrebbe convertirsi, sic et simpliciter, nella consapevole adesione soggettiva ai contenuti denigratori non rimossi.

 

Questi concetti sono fondamentali e quindi vanno difesi con nettezza perché servono a garantire la libertà in Rete soprattutto di piccoli blogger o titolari di forum o community. Poi è chiaro che se ne sono avvantaggiati anche gestori di piattaforme importanti (come You Tube) o anche i motori di ricerca (come Google). Ma questa è un’altra storia…

Il principio generale va comunque difeso. E non può che dispiacere se adesso altri strenui difensori di questi fondamentali principi abbiano incredibilmente cambiato idea oggi, scagliandosi con ferocia contro il “vigliacco” Beppe Grillo. Insomma non confondiamo la politica con il diritto!

 

Per concludere, può non piacere tutto questo dal punto di vista etico. Può non piacere il livello di trasparenza “degli affari” del Movimento 5 stelle. Ma con il diritto tutto questo ha poca attinenza. E occorre fare attenzione a guardare nei “panni sporchi altrui”, tanto più se non si possiedono privacy o cookie policy ineccepibili. Proprio a chi, questa volta, ha puntato il dito contro il leader pentastellato mi sento di consigliare una revisione dell’informativa privacy pubblicata sul proprio sito istituzionale: tanto per dire, se dichiari “che i dati personali verranno raccolti per permettere l’aggiornamento circa le novità e le iniziative del partito” è quantomeno contraddittorio, poi, informare l’interessato del “diritto di opporsi, in tutto o in parte, al trattamento di dati personali che lo riguardano a fini di invio di materiale pubblicitario o di vendita diretta o per il compimento di ricerche di mercato o di comunicazione commerciale”.

 

Dovremmo dedurne che il partito titolare del trattamento fa comunicazioni commerciali in giro utilizzando i dati degli utenti registrati al proprio sito? E, oltre a dichiarare che “i dati non verranno comunicati né diffusi a terzi e verranno conservati sia su supporto magnetico che su supporto cartaceo”, caro PD potresti anche precisare il luogo di conservazione? Tutto un po’ nebuloso…e pensare che, a volte, sarebbe sufficiente aggiornare i contenuti legali alla normativa vigente, per evitare, ad esempio, di definire (ancora) interessato “la persona giuridica cui si riferiscono i dati personali”. Situazioni meno gravi, per carità e non c’è dubbio che nel contesto del portale istituzionale del Partito Democratico ci sia una maggiore attenzione alla trasparenza rispetto a ciò che si vede in giro…ma se solo si dovesse andare a guardare ogni singolo punto di informative e privacy policy fatte male da partiti o anche istituzioni ministeriali o magari sulla titolarità di progetti governativi …insomma ne scopriremmo delle belle!

 

Quelli trattati con troppa leggerezza in questi giorni sono argomenti giuridicamente importanti e delicati (e se non si conoscono i dettagli di un’azione giudiziale in corso forse buona abitudine sarebbe quella di essere cauti nel riportare certezze giuridiche), quindi, evitiamo i discorsi da Blog Sport!

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