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Social media

BreakingDigital. Mark Zuckerberg sulla copertina di Time del prossimo anno?

Se Facebook riconosce di essere un soggetto editoriale, si dice, allora è possibile chiedere un’omologazione della piattaforma, che conta ormai 2 miliardi di utenti, alle regole del mercato dell’informazione.

di Michele Mezza, (docente di Culture Digitali all’Università Federico II Napoli) - mediasenzamediatori.org |
Michele Mezza

BreakingDigital, rubrica a cura di Michele Mezza (docente di Culture Digitali all’Università Federico II Napoli) –mediasenzamediatori.org. Autore di ‘Giornalismi nella rete, per non essere sudditi di Facebook e Google’. Direttore di Pollicina Academy, centro di ricerca sugli effetti del mobile (www.pollicinacademy.it) Analista dei processi digitali e in particolare delle contaminazioni social del mondo delle news. Clicca qui per leggere tutti i contributi.

L’annuncio di Mark Zucherberg che riconosce che Facebook non è solo un postino ma ha “responsabilità editoriali” nella gestione della piattaforma planetaria è indubbiamente una svolta, ma non è certo la soluzione dei problemi.

Il fondatore di Facebook ha detto che il suo social non è propriamente una media company, ma non si limita certo solo ad essere un semplice service provider.

Si apre la porta dietro cui molti stavano ad origliare.

Se Facebook riconosce di essere un soggetto editoriale, si dice, allora è possibile chiedere un’omologazione della piattaforma, che conta ormai 2 miliardi di utenti, alle regole del mercato dell’informazione.

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Gli editori sperano di recuperare qualche soldo per le loro imprese in caduta verticale, gli inserzionisti pubblicitari ambiscono ad avere dati e informazioni più corpose, e gli operatori e le imprese cominciano a coltivare l’idea di avere un accesso più libero alle pagine del social per poter produrre servizi e prodotti da commercializzare.

In realtà la mossa del prode Mark potrebbe invece riservare sorprese.

Infatti, dire che Facebook non è solo un service provider, ma comunque non si può considerare una media company, significa intanto tenere ancora ben chiuso l’uscio rispetto a tutte le richieste dei soggetti editoriali che vogliono essere riconosciuti e retribuiti da Facebook, come appunto gli altri editori, i giornalisti, i fornitori di servizi, i produttori di app.

Non siamo un giornale, ribadisce Facebook, ma…

Ma potremmo cominciare ad aprire le nostre pagine a servizi più evoluti dal punto di vista editoriale, si intuisce che intenda annunciare Zuckerberg.

Che tipo di servizi?

Intanto le nuove applicazioni di intelligenza artificiale, come i bot di Messenger, che lo stesso Zuckerberg ha annunciato qualche mese fa nella conferenza di San Francisco.

In quell’occasione, il vertice di Facebook rispose alla sfida che Apple e Google avevano lanciato con i loro bot intelligenti, Siri e Google Now, e soprattutto con l’intenzione di incorporare direttamente nei sistemi operativi di telefonia mobile di cui sono titolari – iOS e Android – i contenuti e i servizi che ora sono forniti da app esterne. Una sfida che rischiava di marginalizzare Facebook rispetto alla centralità del mobile nelle relazioni sociali. Mobile che Facebook non ha. Ora Cupertino rilancia il guanto: i vostri device mobili dovranno inevitabilmente veicolare i servizi di Facebook, dice Mark.

Si tratta di una strategia che mira a sostituire radicalmente app e altri content provider esterni, con un vero assistente intelligente in grado di supportare ogni necessità di un utente via via che chatta sulla sua pagina Facebook.

Notizie, link, itinerari, esercizi, professioni, video, saranno rintracciate immediatamente dal bot che renderà dunque inutile lasciare le pagine del social e soprattutto renderà indispensabile riversare su quelle pagine una massa di dati incommensurabile. Per fare questo passaggio Facebook non può più nascondersi dietro alla sua neutra funzione di trasportatore di contenuti. Deve diventare a tutto tondo un fornitore di soluzioni e di risposte.

In questa direzione diventa una manna la domanda che sale dalla rete di bonificare le pagine web da i troll, ossia odio o menzogne pianificate.

Dopo le prime resistenze, ora si vede che tutti i Digital Giants stanno prendendo la palla al balzo, e stanno affilando i propri algoritmi per entrare ancora di più nei contenuti che trasportano re-impaginandoli e, addirittura, riformulandoli, secondo nuovi galatei che essi stessi elaboreranno.

A questo punto si pone il nodo fondamentale: incoraggiare la transizione dei Digital Giants, anche Amazon dovrà dirigersi in questa direzione, oppure alzare subito l’asticella e fargli intendere che su questo terreno i costi sono maggiori dei profitti?

In sostanza si tratta di capire se è conveniente, per lo sviluppo tecnologico e la condivisione di relazioni umane, accompagnare l’evoluzione dei service provider in aziende editoriali, fissando nuovi principi e regole che vadano non ad irrigidire le forme e le modalità di scambio fra gli utenti, come un’omologazione alle tradizionali aziende di contenuti comporterebbe (pensiamo ai costi del personale o alle forme di scambio o di citazione delle notizie), ma a definire un quadro di trasparenza e di negoziabilità proprio dei nuovi sistemi di intelligenza artificiale.

È questa la base del potere dei service provider: camuffare da gadget gratuiti attività di interferiscono e condizionano i nostri comportamenti fisici e mentali, accumulando una gigantesca massa di big data.

Per ottenere questo risultato, al netto di rivendicazioni corporative o di interferenze autoritarie, abbiamo come chiave per una  nuova relazione con i giganti digitali il principio di reciprocità.

Questo è il valore che va affermato in Europa: una assoluta reciprocità fra le comunità territoriali e i service provider: se Google e Facebook usano, come fanno ampiamente, asset dei territori, come immagini e informazioni, devono rendere, reciprocamente, disponibili i loro servizi e i loro algoritmi per i soggetti del territorio, che devono potere accedere, almeno per attività no profit, alla potenza di calcolo dei giganti, con la piena consapevolezza dei loro algoritmi.

Non si tratta di trasferire meccanicamente sulla rete i contratti professionali o le regole del vecchio mercato editoriale. So bene che questa azione ucciderebbe la possibilità della rete di veicolare servizi e prodotti di ogni soggetto, anche il più infinitesimale.

Quello che propongo è che in una città, in una regione, in uno stato, soggetti quali il mondo dell’informazione, le università, le amministrazioni locali, possano avvalersi delle straordinarie capacità di automatizzazione dei servizi e dei pensieri che questi giganti possono offrire per attività sociali, professionali in ambito locale, o scientifico. Senza doversi piegare a rapporti commerciali con questi soggetti globali, come è ora.

Ad esempio sul tema dell’Hate Speech, sarebbe sufficiente che Google o Facebook rendessero alle autorità locali, come il garante delle comunicazioni o il responsabile di una comunità locale, i data base e le API per rintracciare e sanzionare i responsabili della trasgressione, salvaguardando il principio di legalità e sovranità di uno stato democratico che non delega a soggetti esterni la propria sicurezza.

Inoltre si tratta di affrontare seriamente il tema degli algoritmi come autorità surrettizie che condizionano semanticamente e cognitivamente gli utenti.

Questi algoritmi che indirizzano i linguaggi, dunque i pensieri, devono essere dichiarati spazio pubblico, ossia devono essere trasparenti e modificabili secondo esigenze e tutele che ogni utente, individuale o collettivo, dovesse ritenere di avere la necessità di avvalersi.

In questo quadro il prossimo anno potrebbe realmente essere l’anno della piena cittadinanza digitale: trasparente e realmente libera.

E Mark Zuckerberg, se collaborasse a questo risultato, vedrebbe riconosciuto il suo annuncio come l’avvio della civilizzazione.

Diciamo che gli garantiamo la copertina di Time del 2017.

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