la domanda

BreakingDigital. Ma perché non consegniamo l’anagrafe nazionale ad Amazon e Google?

Importare a scatola chiusa software e algoritmi per uno Stato significa affidare lo sviluppo delle proprie relazioni digitali a soggetti esterni.

di Michele Mezza, (docente di Culture Digitali all’Università Federico II Napoli) - mediasenzamediatori.org |
Michele Mezza

BreakingDigital, rubrica a cura di Michele Mezza (docente di Culture Digitali all’Università Federico II Napoli) –mediasenzamediatori.org. Autore di ‘Giornalismi nella rete, per non essere sudditi di Facebook e Google’. Direttore di Pollicina Academy, centro di ricerca sugli effetti del mobile (www.pollicinacademy.it) Analista dei processi digitali e in particolare delle contaminazioni social del mondo delle news. Clicca qui per leggere tutti i contributi.

Mediaset è realmente italiana? Vale la pena combattere per preservarne la matrice nazionale? E la cessione ad un fondo cinese di Wind e 3, che messe insieme sono il secondo operatore di telefonia mobile che opera in Italia, ben sapendo che anche il primo sfugge ad una strategia nazionale ormai, dice qualcosa sulla sovranità nazionale? Sono domande che si pone anche il sottosegretario alle telecomunicazioni (confermato?) Giacomelli sull’inserto economico di Repubblica, riconoscendo che il peccato originale sta nella decisione del centrosinistra, prima prodiano e poi di dalemiana osservanza, di privatizzare Telecom.

Ma un breviario di spiegazioni sul perché e con quali conseguenze questo nostro Paese non riesce a darsi una dignità statuale nel campo delle comunicazioni lo ritroviamo sul Corriere della Sera di domenica 18 dicembre.

Prima con la pubblicazione di un’intervista al neo commissario alla digitalizzazione della P.A. Piacentini, il principale partner del capo di Amazon Bezos, che lo annovera ancora come suo azionista, chiamato dal governo Renzi ad accelerare l’innovazione degli apparati pubblici.

L’ineffabile manager della Silicon Valley ci dice, intanto, che la sua non è una missione politica, e dunque non si sente minimamente turbato dall’uscita da palazzo Chigi del suo mentore Renzi. Ora Piacentini ha sicuramente maturato una strabiliante carriera all’estero, passando attraverso i maggiori santuari del digitale globale, ma sarebbe il caso che trovasse qualche assistente che gli spiegasse che riorganizzare il sistema della pubblica amministrazione, tanto più in termini di relazioni digitali, in Europa è dalla pace di Westfalia, origine degli Stati Nazioni, considerato il principale atto di sovranità politica.

 

Ma Piacentini, in un impulso di sincera estraneità a queste quisquilie, aggiunge pure di non ritenersi nemmeno imbarazzato per la sua corposa relazione con Amazon, che è il primo fornitore di intelligenze cloud del sistema Italiano, anzi, lui pensa di imbarcare nella sua task force anche un esponente di Google, che è il secondo fornitore, forse per una inconsapevole par condicio.

A questo punto il quadro sarebbe perfetto: i due principali partner commerciali della digitalizzazione degli apparati pubblici italiani sarebbero insediati nella cabina di regia che dovrebbe, con autonomia e sovranità, elaborare strategie sulle forme dei linguaggi e delle soluzioni che dovrebbero dare al sistema Italia la massima competitività nella massima  appunto, autonomia e sovranità.

Qualcuno dice: ma dove le potremmo prendere le competenze se non dai grandi centri di servizio on line? Purtroppo uno degli aspetti più spinosi della politica, come perfino quel talento del sindaco di Roma Raggi sta sperimentando, sta proprio nella capacità, e volontà, di acquisire saperi e competenze in ogni campo di attività dello stato, senza per altro doversi piegare alla pressione lobbistica degli interessi del mercato. Lo Stato è un soggetto che deve orientare e governare il sistema delle proprie competenze e non subordinarlo a quei soggetti che hanno interesse a piegare le decisioni pubbliche ai propri interessi. Questo vale in generale, per ogni tipo di interesse, dalla gestione di immobili, per tornare alla Raggi, alla fornitura di cancelleria. Tanto più se si tratta non solo di generi di consumo o patrimoniali ma di intelligenze e di linguaggi, in cui la subordinazione non è solo spreco economico, ma è limitatezza culturale e subalternità di comportamento. Importare a scatola chiusa software e algoritmi per uno Stato significa affidare lo sviluppo delle proprie relazioni digitali a soggetti esterni. E’ come appaltare la propria scuola o i propri ospedali a entità estranee alla comunità nazionale, senza nemmeno contrattarne modi e forme di esercizio.

Questo è il vero risvolto del caso Mediaset: quali sono gli interessi pubblici che vengono violati da una svendita delle specificità dei nostri patrimoni linguistici e delle nostre specificità semantiche a soggetti che hanno interesse ad omologarci a modelli comunicativi e cognitivi estranei?

Se la televisione è parte ormai marginale di questa guerra per l’egemonia, la Rete è invece in prima linea, e la digitalizzazione della P.A. è il principale arsenale.

 

Il colpo di grazie è venuto poi sfogliando il giornale, quando ci siamo imbattuti in una pagina promozionale di Google che lanciava una campagna pubblicitaria per convincere i cittadini italiani ad usare i suoi account per proteggere i propri dati. Ciò è consegnandoli, senza condizioni, proprio a Mountain View.

Un annuncio che per l’ambiguità del testo e la delicatezza del tema, senza corredo di spiegazioni esauriente, violava tutti i codici di deontologia pubblicitaria sui servizi sensibili. La pagina riportava in calce la sponsorizzazione del marchio della Polizia di Stato e di Altroconsumo, un gruppo editoriale di informazione e tutela dei consumi. Non vedo a questo punto perché non consegnare direttamente a Google la nostra anagrafe, senza ulteriori perdite di tempo.

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