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Borse europee in crisi, la guerra dei dazi Usa-Cina colpisce i titoli tecnologici

La nuova fase della guerra commerciale lanciata contro la Cina dal Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha avuto come prime ripercussioni un calo generale delle Borse europee che in avvio di contrattazioni hanno perso più del 2%.
Un risultato che, secondo il Sole 24 Ore di oggi, era tutto sommato atteso, soprattutto dopo sulla scia dei risultati di Tokyo e Wall Street.

Il Presidente Trump ha infatti annunciato dal primo settembre prossimo la tassazione al 10% su 300 miliardi di dollari di beni e prodotti provenienti dalla Cina, con particolare attenzione alle aziende di telecomunicazioni: “Credo che Huawei stia pregando per vedere un nuovo presidente e cercheranno di controllare gli Usa come hanno fatto in passato, la proprietà intellettuale va difesa”.
Praticamente, tutte le importazioni dalla Cina agli Stati Uniti saranno tassate.

Parole che non hanno tardato ad avere effetti negativi sui mercati finanziari di tutto il mondo, europei compresi. Il Ftse Mib viaggi in ribasso del 2%, come Parigi e Francoforte, informa il Sole 24 Ore.
Tra i settori più penalizzati quello dell’automobile e dei titoli tecnologici: “Stm a Milano e Parigi segna cali vicini al 5%, quando a Francoforte Infineon cede oltre 5 punti percentuali ed è in deciso calo anche Asml Holding, altro gruppo attivo nel comparto dei semiconduttori. Tra i titoli del comparto auto, sono penalizzati in particolare Fca a Milano, Bmw e Volkswagen a Francoforte e il gruppo francese della componentistica Valeo alla Borsa di Parigi”.
Piazza Affari si avvita e scivola a -2,36%, si legge sull’Ansa, Parigi in apertura lascia il 2,34% e Francoforte perde l’1,79%.
Nel frattempo, lo spread tra btp e bund sale a 210 punti base, ai massimi di giornata.

A pesare negativamente sul panorama finanziario globale c’è anche un nuovo scontro istituzionale tra Corea del Sud e Giappone, relativo all’annosa e controversa questione dei risarcimenti di guerra relativi all’occupazione giapponese della Corea durante la Seconda guerra mondiale.
Il tutto nasce da una recente sentenza della Corte Suprema di Seul che condanna la multinazionale giapponese dell’acciaio Nippon Steel, terzo gruppo mondiale per fatturato, a risarcire Lee Chunsik e altri tre ricorrenti per riduzione in schiavitù e deportazione.

Le cifre sono assolutamente irrisorie per un gigante del genere, ma di fatto il Governo di Tokyo ha reagito con determinazione alla condanna, annunciando pesanti ritorsioni commerciali contro la Sud Corea, con l’introduzione anche qui di nuovi dazi.

In Giappone è in atto negli ultimi anni un’azione costante di revisione storica del passato e di negazione delle proprie colpe nei confronti dei popoli sottomessi al regime imperiale giapponese durante la Seconda guerra mondiale (soprattutto negli anni che vanno dal 1931 al 1942, senza dimenticare il tragico “patto tripartito” con la Germania nazista e l’Italia fascista). Come ha ricordato un articolo sull’Avvenire, “ci sono “associazioni culturali”, come la Nippon kaigi, alla quale aderiscono 15 dei 18 membri dell’attuale governo, compreso il premier Shinzo Abe, che, nello statuto indica, come una delle sue principali missioni, quella di «liberare il Giappone e i giapponesi dal senso di colpa nei confronti del glorioso passato». Una missione che prevede il costante – spesso arrogante – negazionismo nei confronti di crimini oramai storicamente accertatati, come il massacro di Nanchino, i crudeli esperimenti in “corpore vili””.
Un ritrovato nazionalismo nipponico che potrebbe avere un peso non irrilevante sui rapporti commerciali tra Paesi dell’area dell’Asia e del Pacifico.

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