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Automobile, un’industria che da lavoro a 6,6 milioni di persone in Europa (165 mila in Italia)

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È l’industria figlia del boom economico europeo seguito alla fine della Seconda guerra mondiale, ma tra delocalizzazione e globalizzazione oggi si vendono molte meno auto a benzina e diesel e i posti di lavoro sono complessivamente diminuiti nel tempo in tutto il vecchio continente. Cosa accadrà con la transizione alla mobilità elettrica?

L’auto vale il 6,6% del mercato del lavoro in Europa

L’industria automotive e tutta la sua filiera occupano 12 milioni di persone in Europa, il 7% del mercato del lavoro nel suo insieme, una filiera che comprende tutte le imprese coinvolte nella produzione di autoveicoli, a partire dalle imprese che producono materie prime (plastiche, coloranti, prodotti chimici, vernici, tessuti, ecc.).

Solo il settore manifatturiero dell’auto ne impiega circa la metà, 6,6 milioni di lavoratori.

Questi la Top Ten dei Paesi che occupano più lavoratori in quest’ultimo settore:

  • Germania, 857.336 occupati
  • Francia, 216.000 occupati
  • Polonia, 187.334 occupati
  • Romania, 174.321 occupati
  • Gran Bretagna, 169.000 occupati
  • Repubblica Ceca, 168.408 occupati
  • Italia, 165.676 occupati
  • Spagna, 152.000 occupati
  • Ungheria, 92.810 occupati
  • Svezia, 73.686 occupati

Per quanto riguarda noi, siamo solo settimi in Europa per occupazione nell’industria automotive. Eravamo ai primi posti alcuni decenni fa, poi è arrivata la delocalizzazione che spiega le posizioni alte di Polonia, Romani e Repubblica Ceca.

La delocalizzazione ha distrutto l’industria dell’auto italiana

La parola per questo fenomeno sistemico è social dumping e ha determinato una lenta ma progressiva emorragia di posti di lavoro dovuta allo spostamento fisico della produzione in Paesi dove il costo del lavoro e di molte altre voci era più basso che da noi.

Nel 1993 la Fiat contava 260.000 dipendenti; dieci anni dopo, centomila lavoratori in meno; nel 2011 i dipendenti Fiat erano 141.000 di cui in Italia solo 63.000. Sono dati riportati da La Repubblica che spiegano perfettamente il trend dell’industria automotive in Italia e il suo impatto sul mondo del lavoro.

Nell’ultima legge di Bilancio si è cercato di porre in freno a questa situazione in Italia (sulla scia di quanto sta accadendo anche in altri Paesi occidentali, tra cui gli Stati Uniti, la Francia, la Gran Bretagna e la Germania), con le nuove norme anti delocalizzazione.

Secondo dati elaborati da truenumbers.it, il Gruppo Stellantis occupa 86mila persone. Sommando i lavoratori dei sei principali stabilimenti Stellantis (sia “colletti bianchi” che “tute blu”) arriviamo a oltre 30mila lavoratori impiegati direttamente nella produzione di automobili.

Aggiungendo i centri secondari di Rivalta (5000), Cento (1.200) Pratola Serra (4.200) Termoli (2.400) e Verrone (600), arriviamo a quota 48.383 impiegati direttamente nella produzione di auto. P

Per raggiungere quota 86mila dobbiamo considerare tutto l’indotto che ruota attorno alle fabbriche, che rappresentano il 43,74%. Soltanto nello stabilimento di Melfi, il più grande, i lavoratori dell’indotto sono 8mila.

Un’industria che vale 374 miliardi di euro di entrate per i Governi europei

La proposta della Commissione europea di mettere al bando le nuove auto a diesel e benzina dal 2035 sta creando timori e malumori in questo mondo, soprattutto per la paura di veder cancellare una larga fetta di questi posti di lavoro.

In molti si chiedono se non sia il caso di allungare i tempi, altri ancora se non sia semplicemente più giusto investire sui carburanti alternativi, oltre che sull’elettrico. Di fatto la transizione energetica del settore non dovrebbe essere vissuta in questi termini, a patto che le Istituzioni europee e le case automobilistiche, assieme a tutti le parti sociali, si mettano attorno ad un tavolo per segnare il percorso di questa transizione.

L’industria automotive vale 374,6 miliardi di euro di entrate per i Paesi che rappresentano i principali mercati europei dell’auto, per un surplus commerciale di 79,5 miliardi di euro per l’Unione europea.

Secondo Ainfa, la filiera dell’automotive in Italia genera un fatturato di oltre 90 miliardi di euro, una cifra pari «al 9,3 per cento del fatturato della manifattura in Italia e al 5,2 per cento del Pil italiano.

Il futuro è nell’elettrico?

Il passaggio all’auto elettrica mette paura e come sempre accade nei passaggi storici c’è sempre qualcuno che ha interesse ad alimentare questa paura. Il futuro invece può essere ricco di opportunità di impresa e lavoro in questo settore, basta investire nel modo e nei tempi giusti.

L’Italia ha chiuso il 2021 con un aumento delle vendite di auto elettrificate (ibride ed elettriche) del +199% rispetto all’anno precedente, raggiungendo il 38,4% del totale immatricolato.

Secondo un recente studio realizzato da Motus-E (associazione che promuove i trasporti elettrici) e dal Cami, Center for Automotive and Mobility Innovation, una rete di ricercatori che fa capo all’Università Ca’ Foscari di Venezia, su oltre 2.400 aziende italiane che producono componenti per auto, con più di 280mila addetti, si stima che gli occupati nel settore automotive italiano potrebbero aumentare del 6% al 2030 proprio grazie alla crescente diffusione dei veicoli elettrici.

Altri 4.000 posti di lavoro circa saranno creati dalle fabbriche di batterie, a cui poi si dovranno aggiungere altre migliaia di lavoratori dell’industria del riciclo e riuso di componenti e materie prime contenuti nei sistemi di accumulo dismessi ed esausti.

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