In Australia cresce la preoccupazione per l’impatto ambientale dell’espansione delle infrastrutture digitali, in particolare dei data center legati all’AI, sul sistema idrico nazionale.
A lanciare l’allarme è la Water Services Association of Australia (WSAA), secondo cui la domanda d’acqua dei centri dati sta raggiungendo livelli comparabili a quelli di intere aree residenziali.
I numeri indicati dall’associazione sono significativi: i data center australiani richiedono oggi tra i 5 e i 40 milioni di litri d’acqua al giorno, un consumo equivalente a quello di circa 80.000 abitazioni. L’acqua è utilizzata principalmente per il raffreddamento dei server e per garantire la stabilità operativa di infrastrutture che lavorano ininterrottamente e con carichi computazionali sempre più elevati, soprattutto a causa dell’adozione di sistemi di AI ad alta intensità di calcolo.
Sydney, principale hub tecnologico del Paese, rappresenta il caso più critico. Secondo le proiezioni del WSAA, entro il 2035 i data center potrebbero arrivare a consumare fino a 90 miliardi di litri d’acqua all’anno, pari al 15-20% dell’intera fornitura idrica cittadina. Un dato che pone interrogativi diretti sulla resilienza delle infrastrutture idriche urbane e sulla capacità di sostenere, in parallelo, crescita tecnologica e fabbisogni della popolazione.
Il rapporto evidenzia come l’espansione accelerata dell’AI stia amplificando in modo esponenziale le esigenze non solo energetiche, ma anche idriche e infrastrutturali. Per questo, la WSAA propone cinque raccomandazioni chiave: migliorare l’efficienza dei sistemi di raffreddamento, incentivare il riutilizzo dell’acqua, aumentare la trasparenza sui consumi, rafforzare il dialogo tra operatori dei data center e utility idriche, e definire nuovi criteri regolatori per lo sviluppo di queste infrastrutture.
Il tema è entrato anche nel dibattito politico. Abigail Boyd, deputata dei Verdi, ha sollevato la questione in Parlamento, avvertendo che entro il 2035 i centri dati potrebbero arrivare a consumare fino a 250 megalitri di acqua al giorno. Una prospettiva che, secondo Boyd, rischia di mettere sotto stress un sistema idrico già esposto agli effetti del cambiamento climatico e a periodi di siccità sempre più frequenti.
Dal governo arriva una risposta prudente. La ministra Rose Jackson ha ribadito che la priorità resta l’edilizia abitativa, pur riconoscendo la necessità di sostenere la crescita del settore tecnologico. L’obiettivo dichiarato è trovare un equilibrio che consenta lo sviluppo dell’AI senza compromettere la disponibilità di una risorsa critica come l’acqua.
