protezione dati

App per il ciclo mestruale, a rischio la privacy più intima

Secondo Raffaele Barberio, Presidente di Privacy Italia la raccolta di dati tramite queste app consente una "targetizzazione millimetrica" sulla persona ma crea anche "massa critica" di interesse per apparati di ricerca dell'industria farmaceutica.

di Redazione | @Key4biz |

Quante volte siete uscite, avete bevuto, fumato, preso farmaci, avete fatto sesso, raggiunto l’orgasmo, in quale posizione, se andate in bagno con regolarità, come dormite, come vi sentite, se avete avuto perdite vaginali, se avete abortito o preso la pillola anticoncezionale.

 

Monitorando il ciclo mestruale o la gravidanza, le app installate sul cellulare di milioni di donne possono, in misura diversa e a seconda del modello, acquisire dati relativi a tutte queste informazioni di natura molto personale, metterle a disposizione e venderle ad aziende terze. Lo denuncia un Think-and-do thank brasiliano specializzato nella difesa dei diritti umani nell’ecosistema digitale.

 

Negli Stati Uniti, questo tipo di app è il quarto più popolare tra gli adulti e il secondo più popolare tra le adolescenti nella categoria “Salute”. Difficile stimarne il numero esatto nel mondo: lo stesso store android Google Play, contattato da Euronews, “non ha a disposizione questo dato”.

 

Una ricerca della Columbia University ha analizzato oltre mille risultati: eliminando le ripetizioni, nel 2016 si trovavano 225 app sul mercato, di cui 17 a pagamento con modello sottoscrizione e 108 gratuite.

 

Tuttavia, nonostante alla loro funzionalità ci si affidi per prendere decisioni che cambiano la vita, come pianificare una gravidanza, la maggior parte (81%) di esse risultano “inaccurate”. Lo mostra uno studio del Medical College di New York: solamente 3 app su 33 sono riuscite a fare previsioni precise sull’esatta finestra temporale per rimanere incinte.

 

Gli esperti: “I dati sanitari sono quelli di più valore in assoluto”

 

Secondo Raffaele Barberio, Presidente di Privacy Italia, la raccolta di dati tramite queste app consente una “targetizzazione millimetrica” sulla persona ma crea anche “massa critica” di interesse per apparati di ricerca dell’industria farmaceutica.

 

Avvertendo sui rischi di “un meccanismo di abdicazione delle responsabilità, con il conferimento a queste app di un ruolo quasi scientifico ed affidabile” in sostituzione dei professionisti medici, Barberio sottolinea come “l’algoritmo di queste applicazioni può non essere stato programmato studiando alcune variabili mediche: nel caso di donna diabetica incinta, per esempio, si determinano dei guai”. Bisognerebbe “fidarsi solo delle app gestite in Europa perché se sono state realizzate nei Paesi asiatici o in Sud America, sfuggono a qualsiasi vincolo di registrazione”.

 

Con l’entrata in vigore del regolamento europeo sulla privacy, a maggio, non si dovrebbe assistere più al fenomeno della “banalizzazione del proprio consenso” e le app saranno per esempio obbligate a cancellare i dati personali degli utenti che hanno smesso di usare il servizio.

 

Secondo Fabio Pietrosanti, fondatore e presidente di Hermes, centro per la trasparenza in tema di diritti digitali, da maggio “ci vorrà sicuramente tanto enforcement” per pretendere il rispetto della normativa comunitaria (GDPR) nel campo. “I primi 24-36 mesi saranno una lotta di assestamento e test giuridico della sua efficacia”.

 

“I dati sanitari sono quelli di più valore in assoluto”, conclude Barberio. “I profili che Cambridge Analytica prendeva da Facebook avevano un valore variabile tra 0.75 e 5 dollari a persona: le cifre sono estremamente rilevanti perché questi dati hanno un grado di affidabilità particolarmente elevato”…..

 

Questo articolo è apparso originariamente su Euronews.com

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