Internet e libertà: la rete come intelligenza planetaria ‘aumentata’. L. Bobbio, ‘Analfabetismo digitale nuova piaga sociale’

di di Luigi Bobbio (Consigliere Giuridico del Ministro della Gioventù) |

Perdiffondere la banda larga, Luigi Bobbio propone un federalismo demaniale nelle frequenze, che consentirebbe di riservare un minimo di spazio radio per garantireservizio universale, con modelli differenti secondo le caratteristiche locali.

Italia


Luigi Bobbio

Pubblichiamo di seguito l’intervento di Luigi Bobbio, Consigliere Giuridico del Ministro della Gioventù, al convegno “La Libertà su Internet” (Roma – 13 ottobre 2010).

 

Internet è libertà. La libertà di comunicare, di conoscere, di esprimersi. Ma anche libertà di innovare e di cambiare gli schemi predefiniti. Uno strumento fantastico nelle mani dei giovani, che da sempre hanno questa missione, essenziale per il futuro delle nostre società.

Secondo Lawrence Lessig, fondatore di Creative Commons, ostacolare Internet significa “dichiarare guerra ai nostri figli”. Da quello che si vede tutti i giorni nel nostro paese, ne deduciamo che l’Italia sia nel pieno di uno scontro generazionale. Gli “attacchi geriatrici” alla Rete, come li ha definiti recentemente la stampa internazionale, sono purtroppo all’ordine del giorno da anni, rendendo più difficile per l’Italia il cammino dei giovani e dell’innovazione.

 

La libertà di innovazione (di opportunità, di generazione)

 

Non c’è bisogno di scomodare la Corte Suprema statunitense quando afferma che “internet è il più potente e pervasivo strumento di libertà del pensiero mai creato dall’uomo”. Il principio della libertà è nella manifestazione del pensiero ovvero la comunicazione. Questo dovrebbe essere molto chiaro anche a noi europei, nella consapevolezza giuridica dei diritti concorrenti. Affermare la libertà, infatti, significa garantire il rispetto (ma anche riaffermare il principio) delle responsabilità individuali che la giustificano, non certo comprimere i diritti in nome di un declamato interesse superiore.

Garantire il rispetto ed il principio delle responsabilità, significa saper presidiare la legalità, quella esistente, di tutti. Internet è così libertà di uno stato necessariamente legalitario, continuamente auscultato dai suoi attori che in questo modo vogliono responsabilmente mantenersi liberi.

Ma la Rete è ormai più di uno strumento sociale di comunicazione, Internet è un ecosistema cognitivo, un’intelligenza planetaria “aumentata”. La semantica, la connettività ubiqua anche per gli oggetti, la resilienza geografica delle macchine, dovrebbero farci riflettere guardando in avanti, a cominciare dai diritti fondamentali dei “netizen”, della nuova società di cittadini della Rete. Questo aspetto “ultra-mediale” ancora sfugge alle generazioni abituate all’era del telecomando, risultando così il cambiamento in corso traumatico e pieno di contraddizioni.

Il confronto nel nostro paese diviene così una lotta di retroguardia per minimizzare i danni a modelli di business ormai obsoleti, oligopoli consolidati, ruoli e privilegi anacronistici. Soggetti che non vogliono rischiare per paura di perdere lo status-quo, nonostante le esperienze più innovative dimostrino quante opportunità sarebbero a portata di mano per tutti.

L’analfabetismo digitale è la nuova piaga culturale che permea indistintamente la società, ma affligge soprattutto i non-nativi digitali.

Debelliamolo nell’interesse generale, per favorire un sano scambio intellettuale che può partire solo dalla capacità condivisa di comprensione. Da qui il nuovo servizio pubblico dovrebbe cominciare. Come fecero prima i giornali post-unitari e poi la Rai del dopoguerra con il maestro Mansi: “Non è mai troppo tardi”.

 

La libertà di “movimento” (di accesso, di servizio)

 

Internet è ormai un diritto fondamentale, affermato dal Parlamento Europeo. Ma non è ancora un servizio universale. È quindi necessario provvedere affinché l’accesso alla Rete sia garantito a tutti, indipendentemente dalle capacità economiche individuali e dalla collocazione regionale, nel rispetto dell’agenda digitale europea.

Il diritto di accesso alla Rete comporta ormai quello di istruzione, di tribuna politica, di pubblica amministrazione, di cure mediche, di libera circolazione.

La fibra ottica è indispensabile, ma non si può immaginare un modello basato esclusivamente sulla discrezionalità degli operatori, che dal canto loro seguono legittime logiche commerciali. La non discriminazione dei servizi, dei protocolli e dei singoli dati trasmessi in rete, ovvero la sua neutralità, è un principio fondamentale di libertà, che necessita di adeguata tutela di base nel rispetto della libertà d’impresa.

Emile Dupuit nel 1849 osservava come la prima rete ferroviaria francese contemplasse l’uso surrettizio di vagoni scoperti di terza classe, dove la fuliggine e il rumore rendevano il viaggio un inferno. Il motivo per cui le società di gestione ritenevano opportuno non provvedere a modeste spese nella copertura di quelle carrozze, non era di ordine finanziario, ma commerciale. In pochi utilizzavano la terza classe così terrificante, ma averla disponibile significava poter manipolare le tariffe sulla seconda classe e sulla prima, indipendentemente dai reali costi industriali. La rete ferroviaria americana soffriva di simili discriminazioni a sfondo commerciale, finché il Congresso fu costretto ad intervenire nel 1903 con la Legge Elkins.

Se il Regolatore-legislatore, pur in presenza di considerazioni tecniche diversamente opinabili, decide che il modello di sviluppo dell’infrastruttura di rete di nuova generazione (c.d. NGN) sia sostenibile per i privati solo col meccanismo discriminatorio dei dati (non-neutrale), allora è indispensabile un intervento compensativo che tuteli la libertà di “movimento” in rete.

Il divario digitale nella connettività e il superamento di qualsiasi diatriba sulla neutralità, non può essere risolto senza ripensare profondamente il modello statico novecentesco di uso dello spettro radio.

Aspettare tra qualche anno il c.d. “dividendo digitale” ovvero le frequenze rese disponibili dal superamento della vecchia TV analogica, potrebbe non essere sufficiente. Intanto perché gli stessi operatori televisivi stanno ottenendo, gratuitamente e con criteri da “concorso di bellezza”, le prime risorse di spettro già liberato, a scapito di opzioni più auspicabili sulla banda larga wireless.

È vero che esiste una procedura di infrazione per l’Italia, sospesa, in materia televisiva. Ma forse a Bruxelles sarebbero contenti di vedere frequenze assegnate ad internet invece che alla televisione, in un momento storico in cui è la TV ormai a viaggiare su internet senza dover occupare, direttamente ed in esclusiva, nuova banda frequenziale.

Inoltre il modello di assegnazione dello spettro radio continua ad essere basato sul concetto di frequenze statiche e in licenza.

È giunto il momento di aprirsi all’innovazione della radio-cognitiva e ai modelli di licenza aperta. L’autorità americana per le comunicazioni (FCC) negli anni ottanta decise di consentire la sperimentazione senza licenza di quello che poi sarebbe diventato il “wi-fi” libero, con un industria multi-miliardaria tutta nuova di dispositivi, applicazioni e posti di lavoro. Oggi abbiamo di fronte un’opportunità simile ma su scala ancora più grande, che permetterebbe di arrivare all’ubiquità ed universalità del diritto d’accesso.

Apriamo dunque anche alle frequenze libere e condivise nel segmento di spettro radio del dividendo digitale, acconsentiamo affinché si sperimentino i c.d. “white-spaces” per un uso più efficiente degli spazi di banda, come già alcune innovative città statunitensi fanno per i loro servizi pubblici di base.

Le municipalità italiane possono avere un ruolo di primo piano, affermando così i principi liberali della sussidiarietà nel servizio universale e coniugandoli con i nuovi precetti del federalismo demaniale, anche per l’ambito dello spettro radio.

Un federalismo demaniale nelle frequenze, consentirebbe di riservare un minimo di spazio radio per garantire la connettività di base universale, con modelli economici differenti secondo le caratteristiche locali, ma tutti subordinati ad un presidio cittadino diretto (federale e sussidiario) sui diritti fondamentali della connettività universale, della banda minima garantita e della neutralità pubblica di rete.

In altri termini, il federalismo demaniale in una porzione dello spettro radio, senza nuovi oneri per l’erario, consentirebbe il superamento del divario digitale, costituirebbe un deterrente efficace all’inerzia oligopolistica e stimolerebbe lo sviluppo di offerte commerciali in “carrozze” almeno di seconda classe.

Il Regolatore che affermasse l’inevitabile assenza di neutralità in una rete nazionale di nuova generazione, pena la non sostenibilità industriale, dovrebbe anche garantire il principio di libero “movimento” internet dei cittadini.

Non può esistere una nuova rete nazionale (NGN) unica, come da più parti auspicato, se si accetta la facoltà di discriminazione del traffico ovvero l’assenza di neutralità. Né può la fiscalità generale accollarsi tali investimenti, proprio perché benché legittimi risulterebbero discriminatori della libertà di “movimento”.

Le libere iniziative d’impresa, privatamente finanziate, saranno libere di scegliere di discriminare il “traffico” di clienti consapevoli e liberi di accedere anche a reti neutrali. Solo queste ultime potranno beneficiare del supporto pubblico per la loro valenza di servizio universale non-discriminante.

Ma la libertà di Rete non si persegue solo nelle politiche infrastrutturali. Anche la burocrazia deve fare un passo indietro, a cominciare dalle norme di polizia, solo italiane, che regolano gli accessi pubblici e le identificazioni.

Per non parlare delle nuove regolamentazioni ex-lege in materia ad esempio di registrazione onerosa di talune (attualmente libere) operazioni di trasmissione video attraverso internet.

 

La libertà di legalità (di giustizia efficace, di sicurezza trasparente)

 

Il pericolo dietro l’angolo per il legislatore è l’astrazione “virtuale” di logiche sociali e giuridiche della Rete: non esistono attività illegali commesse “su internet”, qualsiasi fattispecie d’illecito si realizza nel mondo reale, anche “attraverso” lo strumento della Rete.

Internet non è un luogo, piuttosto un medium distribuito geograficamente. Così come le sinapsi del cervello umano costituiscono la distribuzione spaziale della nostra materia grigia, non certo virtuale.

L’anonimato in Rete è un ossimoro ed esistono comunque i mezzi equivalenti all’identificazione d’autorità del cittadino comune. Certo è complesso e forse irrealistico riuscire ad attuarli sui grandi numeri o addirittura in maniera sistematica. Ma non è forse questo il costo della libertà? Siamo forse tutti identificati al commissariato prima di poter uscire di casa? Cosa sarebbe dei dissidenti nei regimi dittatoriali se non esistessero tecniche (comunque fallibili) per rendersi anonimi e sfuggire alla censura?

Qualsiasi interventismo verso internet, legislativo o giudiziario, a tutela di interessi pubblici o privati, trova il suo limite primario nel diritto alla libertà di espressione. Il rischio è sempre lo stesso, giustificare forme più o meno velate di censura moderna, con la tutela di interessi concorrenti. Per le parti offese, occorre fidarsi maggiormente delle capacità autoregolanti della Rete e laddove ciò non avvenga, rimettersi ad arbitrati specifici o giurisdizionali, piuttosto che alla creazione di leggi speciali per la Rete. Ferite giuridiche di per sé e vulnus ai principi di libertà moderni codificati a partire dalla rivoluzione americana.

In altri termini, Internet può essere centralmente regolato solo da regimi censorii, come avviene in Cina. Anche in questo caso, tuttavia, le capacità di controllo pubblico sono fortemente limitate dal progresso tecnologico e dalla continua alfabetizzazione digitale dei cittadini. Internet sono i cittadini e i cittadini prima ancora degli stati debbono provvedervi. Altrimenti non esisterebbe.

L’autoregolamentazione può essere una strada percorribile, come prova a fare ormai da anni il forum internazionale IGF per certi versi e ICANN per altri. Ma l’autoregolamentazione non può camuffare l’interesse dei governi in materia di contenuti da rimuovere, né può barattare la dissuasione morale con la prudenza commerciale. È essenziale non eludere la garanzie giurisdizionali che caratterizzano la libertà di espressione dei regimi democratici moderni, adducendo estemporanei e convenzionali codici morali o comportamentali. Internet non è un prodotto editoriale. L’Italia è il paese delle mille leggi vecchie. Riformiamole, semplifichiamole, adattiamole, ma non pensiamo di aggiungere pezze speciali per rincorrere la novità. Per la libertà di internet è molto più efficace uno Stato che sappia garantire fino in fondo la sua giurisdizione, dotandosi degli strumenti e dell’organizzazione necessaria per poter disporre di “cyber-autorità“. Ovvero una capacità tecnico-informatica di intervento efficace, che sappia rispettare i presidi inviolabili delle libertà fondamentali della Rete. Ma anche la trasparenza totale nell’esercizio di questa prerogativa.

Open government significa internet. Allora rendiamo open data tutte le informazioni della Pubblica Amministrazione non protette giusta causa, “codice-aperto” ogni logica e procedura.

Quis custodiet ipsos custodes se non liberi cittadini in una Rete trasparente?

La tutela giuridica dei principi fondamentali di libertà per internet è urgente e degna di rilievo costituzionale, anche per non lasciare spazio ad un sempre più accentuato interventismo giurisprudenziale. Oltre che ad un legislatore spesso frammentario e superficiale, mosso da logiche emergenziali che semmai aggravano i presunti problemi da risolvere. È opportuna un po’ di umiltà, riconoscendo ambiti e argomenti per cui si necessita di una maggiore comprensione.

Se da un lato vi è la tendenza ad attrarre la giurisdizione da parte dei giudici nazionali, dall’altro sussiste l’incapacità del legislatore a qualificare le dinamiche della Rete. Le autorità di controllo poi sembrano spesso mosse più da considerazioni congiunturali che da altro.

Come spiegarsi altrimenti l’accanimento di ispezioni, indagini e istruttorie con cui gli operatori internet più innovativi vengono accolti una volta che decidono di affacciarsi in Italia?

Non conviene al nostro sviluppo digitale un approccio schizofrenico del sistema paese: i grandi attori internazionali non dovrebbero solo usare commercialmente il mercato italiano, ma investirvi industrialmente. Portare qui una parte dei loro data center, dei loro centri di ricerca e sviluppo, dei loro posti di lavoro per ingegneri, sviluppatori e giovani innovatori. Come d’altronde già fanno in altri paesi europei, meno pletorici nell’apparenza formale. L’Italia può ancora puntare sullo sviluppo di un’industria digitale. Gli errori dell’informatica parastatale degli anni settanta e ottanta hanno segnato profondamente le sorti del nostro sviluppo tecnologico, ma non possono farci ignorare le enormi risorse umane delle “partite iva” della conoscenza. Valorizziamole nelle commesse pubbliche e premiamole anche fiscalmente, invece di relegarle ad un ruolo gregario del nostro sistema produttivo, con ben poche tutele di welfare rispetto agli altri settori della nostra industria.

 

In conclusione, libertà e internet sono il futuro delle nuove generazioni. Sono l’ultima grande speranza di un Sud tagliato fuori da ogni logica di sviluppo del novecento e che oggi non può non puntare direttamente al futuro. Sono il volano delle opportunità che le giovani idee possono e debbono sviluppare in Italia.

 

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