Telecom Italia non è un’azienda in crisi! Non è Alitalia, né vale il principio dell’unità nazionale contro il nemico esterno

di di Raffaele Barberio |

Attesa per il Piano industriale che tarda sino a data da definirsi, mentre non si sa nulla delle linee guida. Intanto gli OLO vanno all’attacco.

Italia


Raffaele Barberio

Diradato il fumo dell’affaire-Tavaroli (che dovrà essere chiarito innanzitutto in sede giudiziaria), rimangono ora sul tappeto i veri nodi intorno a Telecom Italia.

Sembra stia cambiando il mood e si annunciano giornate calde.

Se per mesi la paura sottotraccia è stata (e in parte rimane, stando ai valori di Borsa) quella del take-over da parte dello straniero (ieri come oggi sempre di lingua spagnola), ora il focus è tutto sulle dinamiche interne all’azionariato, sulle differenze tra soci industriali e soci finanziari (distinguendo, tra questi ultimi, l’investitore puro dall’istituto bancario che gestisce anche il debito dell’incumbent).

Rimane quindi il quesito di fondo.

Ma Telecom Italia è un’azienda in crisi o no?

Secondo alcuni, Telecom Italia è in situazione emergenziale, è alla mercé dello straniero, è messa all’angolo da condizioni regolamentari che la penalizzano (al contrario di altri Paesi europei, come la Germania, che hanno fatto ricorso alla “vacanza regolatoria”, palesemente in violazione delle prescrizioni comunitarie). Per queste ragioni bisogna difenderla ad ogni costo, fare scudo perché è un patrimonio del Paese, difendere i livelli occupazionali, spostare il livello della competizione dall’ambito nazionale a quello internazionale, come suggerito dai grandi processi di aggregazioni societarie.

Secondo altri Telecom Italia è particolarmente avvantaggiata dalle “carenze regolatorie” ed il meccanismo a “mercato alterato” le ha conferito nel corso del tempo quella sicurezza che ha consentito la crescita di modelli interni ed esterni estranei alla corretta gestione di una impresa moderna. Infine, la commistione con la politica, in un Paese dove l’invadenza della politica ed il sistema di controllo dei partiti hanno più di una patologia ed i guasti sono sotto gli occhi di tutti.

Cercheremo di considerare l’uno e l’altro contesto.

 

 

Telecom Italia, i soci, il management

 

Il giro di boa di queste ore è rappresentato dall’intervista rilasciata da Gilberto Benetton a Il Sole24Ore mercoledì scorso. E’ un’intervista franca, rilasciata da uno degli ultimi sopravvissuti della stirpe delle “famiglie sovrane” del capitalismo italiano. Benetton è entrato in Telecom molti anni fa. Erano gli anni in cui il capitalismo storico italiano si fregiava della presenza di Gianni Agnelli e Tronchetti Provera era considerato “il nuovo”.

Oggi lo scenario è cambiato di molto.

Il primo non è più tra noi ed il secondo è uscito da Telecom Italia in condizioni di difficoltà che, per alcuni versi, permangono. Benetton, è entrato sette anni fa investendo oltre 4 mld. di euro ed oggi si ritrova con 1,5 miliardi. Una perdita di valore secca. Che è conseguenza della perdita di valore di Telecom Italia, che oggi (venerdì 1 agosto, ore 18:09) registra il minimo storico a 1,131 per azione, contro 1,163 dell’apertura, probabilmente per effetto del duplice effetto legato ai timori di un’uscita di Benetton e di un possibile aumento di capitali.

Non crediamo né all’una, né all’altra ipotesi, poste nei termini in cui sono state riportate.

L’intervista di Benetton sembra dichiarare una forte irritazione per l’andamento della gestione, per la mancanza di un piano industriale, ma immaginiamo che pesi anche la differente natura (e quindi le differenti motivazioni) dei soci di Telco, al di là delle formali dichiarazioni di rito.

Tuttavia, al fondo, pare di intravedere una forte motivazione a “resistere, resistere, resistere“.

La partita, naturalmente, è complessa.

In seno a Telco (maggior azionista di Telecom Italia con una quota del 24,5% vi sono 5 soci, molto diversi tra loro per profilo. Come è noto, la macroripartizione vede da un lato quattro soci italiani (Benetton e Generali da un lato, Mediobanca e Intesa dall’altro, a cui peraltro Telecom Italia paga parte degli interessi derivanti dal proprio debito) con Telefonica, unico socio industriale a completare la compagine.

Gli scontri interni a Telecom Italia, passano tutti in seno a questo perimetro. Scontrandosi, va specificato, su precisi livelli di confronto: la perdita del valore (azioni in carico di Telecom Italia a 2,68, con il titolo che ha chiuso a 1,13), le valutazioni sul management, il piano industriale.

Procediamo con ordine.

L’andamento in Borsa è sotto gli occhi di tutti.

Il titolo ha manifestato crescenti difficoltà e deprezzamenti per tutto il secondo semestre dello scorso anno, iniziando (a partire da dicembre, quando sono arrivati il nuovo presidente e il nuovo amministratore delegato) una caduta verticale che non ha avuto alcuna controtendenza di rilievo da allora a oggi. Eppure secondo molte società di rating il titolo è fortemente sotto prezzato, mentre il debito, quantunque imponente, rimane tendenzialmente stabile.

Il secondo aspetto è relativo alle valutazioni sul management.

Al di là delle dichiarazioni di facciata, sembra che le valutazioni divergano nettamente. Telefonica non ha mai gradito Bernabé. Benetton (e con lui Generali) lo valuta sulla base di quei risultati che non si fanno vedere. Mentre Mediobanca e Intesa sembrano apparentemente appoggiare l’attuale AD, ma c’è chi giura che nella sostanza potrebbero rendersi disponibili ad un cambio di guida.

Il problema su Bernabé è che non sembra intenzionato ad andare eventualmente via, ragion per cui le eventuali fratture che dovessero verificarsi in futuro sono destinate ad acuirsi. C’è chi addirittura avanza già qualche nome: Dal Pino (che non dispiacerebbe neanche a Mediobanca), Colao e Parisi ambedue ben valutati dai vari schieramenti, Catania (che rappresenta già Intesa in Cda), ma su tutti potrebbe prevalere la valorizzazione di una figura interna.

Infine rimane il problema del piano industriale.

Inizialmente sembrava che l’attesa riunione di Cda prevista per l’8 agosto prossimo potesse rappresentare la sede per la presentazione del nuovo piano industriale che azienda, investitori e mercato attendono da tempo.

Poi è emersa la rettifica: solo una valutazione di breve periodo sull’andamento generale.

Il problema è che non si parla neanche di linee guida. Ma nel frattempo gira qualche slide, fatta pervenire ad alcuni soci italiani, di possibile direttrice di piano industriale da parte di chi auspica una sostituzione degli attuali vertici.

Da questo quadro emerge un contesto di forte scontro tra gli azionisti, di interessi contrastanti tra le varie componenti italiane di Telco.

Le banche presenti possono essere interessate a gestire il debito di Telecom Italia, compensando la perdita di valore della quota di partecipazione azionaria, ma sino a quando?

Il punto di snodo è rappresentato dalla riformulazione dell’attuale equilibrio di potere in seno a Telco. I prossimi cinque mesi rappresentano un arco di tempo sufficientemente lungo per assicurare le condizioni per un eventuale scossa di rilancio, che sblocchi la situazione.

Da tutto ciò emerge anche che gli economics, i fondamentali, non sono da società in fallimento.

Telecom Italia è una grossa realtà, dispone di competenze tecnologiche interne straordinarie, ha un vantaggio competitivo in termine di quote di mercato nazionale che non ha pari nei Paesi più importanti della UE (a partire dai Big Five), gestisce mercati internazionali particolarmente favorevoli. In sostanza ha tutte le condizioni per un rilancio. Infine può ritornare a raccordarsi con le dinamiche del sistema Paese.  Perché, se sul terreno della crescita della banda larga l’Italia rischia di perdere il contatto con i Paesi europei, ciò è dovuto all’incapacità di Telecom Italia di correre come il mercato avrebbe imposto (tanto più in considerazione del posizionamento vantaggioso nell’environment competitivo nazionale).

Forse se Telecom Italia si fosse trovata a doversi confrontare in modo più corretto con il mercato, facendo meno affidamento alla lobby e maggior affidamento alle proprie capacità di confrontarsi con i competitor nazionali, oggi non si troverebbe in queste condizioni. Per farla breve, quando un atleta ha la quasi certezza di vincere le gare di atletica, anche con lacunosi allenamenti, sarà sempre pronto a fare bisbocce in discoteca la sera prima della gara, se ha la ragionevole certezza dell’accondiscendenza di qualche giudice di gara.

Ecco vorremmo che Telecom Italia riprendesse a correre, per convincerci che l’idea fondamentalista di una società in crisi o di un secondo caso di Alitalia non sia una precisa strategia per vacanze regolatorie di vario genere.

Il mercato può aiutare, può servire, ma può anche essere imposto.

Nel frattempo ci chiediamo, come tutti, quanto vale effettivamente Telecom Italia.

E’ il valore di Borsa che rappresenta, nella sostanza oltre che nella forma, il suo valore intrinseco o sono in atto altre dinamiche?

 

Telecom Italia e la dinamica competitiva sul mercato nazionale.

 

L’altra faccia della medaglia è rappresentata dal contesto concorrenziale con gli altri operatori. Proprio su queste vicende, in questi giorni si sta consumando un’altra importante partita.

La dinamica competitiva delle telecomunicazioni nazionali non sembra essere particolarmente penalizzante, bisogna riconoscerlo, nei confronti di Telecom Italia.

Con l’inizio del decennio in corso, la pressione lobbistica dell’incumbent sul regolatore è stata particolarmente efficace: era come l’ingresso del lupo nel bosco, tutti gli uccellini smettevano di cantare.

Nel corso degli ultimi anni qualcosa sembra essere cambiato, in meglio, negli uomini e nello stile. E questo ha avuto effetti anche sugli interlocutori.

Nel Rapporto AgCom del 2006 si riscontravano gravi difetti nel meccanismo concorrenziale del fisso.

Nell’anno successivo il concetto fu ribadito da AgCom e furono reiterati gli inviti al miglioramento delle condizioni.

Il problema è che, a oggi, quell’attesa di miglioria delle condizioni del mercato non è stata soddisfatta con l’istituzione di un nuovo metodo.

Con il 2008 (a partire da marzo) le condizioni economiche sono regolate secondo un principio di imposizione di soglie (su unbundling e bitstream) da parte di Telecom Italia, soglie non concordate con la mediazione di AgCom, che a sua volta ha deciso di congelare il tutto in attesa di valutare i relativi impegni dichiarati da Telecom Italia e presentati lo scorso 18 giugno (sottolineati con evidenza da Calabrò in occasione della lettura della Relazione di presentazione al Parlamento del 15 luglio scorso).

Ora si aprirà una consultazione e via dicendo.

Il risultato? Presto detto.

Telecom Italia vende agli OLO a prezzi decisi in tutta solitudine, con l’impegno a restituire il surplus nel caso i prezzi decisi ex-post dall’AgCom fossero inferiori.

Da canto loro gli OLO ribattono: ma allora perché non pagare i vecchi prezzi, con l’impegno da parte nostra di compensare le quote mancanti nel caso in cui i valori definiti in sede AgCom siano maggiori?

E’ evidente come non sia una questione di forma.

Vi è da parte degli OLO un’oggettiva difficoltà di programmare gli investimenti e di stilare i più elementari profili di Business Plan.

L’oggetto di queste transazioni rappresenta la “materia prima” per gli OLO su cui costruire la strategia commerciale dei propri prodotti e nessuna industria di nessun settore sarebbe in condizione di operare correttamente senza conoscere il costo delle materie prime necessarie alla produzione di prodotti o all’allestimento di servizi.

A questo si rifà il senso della lettera inviata lo scorso 11 luglio al presidente Corrado Calabrò, ai Consiglieri ed al segretario generale Roberto Viola (quattro giorni prima della presentazione della Relazione dell’AgCom al Parlamento), da otto OLO: BT Italia, COLT, Fastweb, Tele2, Tiscali, Vodafone, Welcome Italia, Wind, con oggetto “…Richiesta di adozione di provvedimento cautelare di urgenza ai sensi dell’articolo 12 comma 6 del codice…”.

Questa mattina, infine, gli amministratori delegati delle otto aziende hanno ribadito, con un comunicato comune, la loro profonda insoddisfazione e preoccupazione  per la qualità degli impegni presentati da Telecom Italia all’AgCom, valutandole come del tutto insufficienti a risolvere le forti criticità del mercato della telefonia fissa, non contribuendo allo sviluppo di un mercato realmente concorrenziale e senza alcun impegno sulla rete di nuova generazione in fibra ottica.

Sin qui le osservazioni degli OLO, che denunciano una certa carenza regolatoria nell’ambito del fisso.

 

 

Conclusioni

 

Le attese di tutti sono per un mercato nazionale concorrenziale con regole che non alterino il gioco della competizione: ne trarranno beneficio le aziende ed i consumatori…ed il prestigio del sistema Paese.

Telecom Italia non è un’azienda sull’orlo de fallimento.

E’ una grande azienda con un grande passato e con un grande futuro. Con delle responsabilità, da cui non può derogare.

Il regolatore, da canto suo, deve assicurare le condizioni migliori di concorrenza: se ha problemi di carico di lavoro o di insufficienza degli organici, dia luogo ad una lista di priorità le cui prime posizioni riguardino le regole elementari di coerente competizione.

Il sistema della politica, deve fare un passo indietro dalle vicende aziendali, tanto più se si tratta di public company quotate in Borsa.

I sindacati devono farsi carico delle storture che deviazioni patologiche del sistema politico hanno imposto, con la loro accondiscendenza.

Ora si tratta solo di aspettare e vedere cosa accadrà nelle prossime settimane…in attesa del Piano industriale.

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