Finanziaria 2008: i ‘pacchetti’ Rutelli e Gentiloni a favore del ‘content’ audiovisivo. Sky Italia e le tlc pagano dazio?

di di Angelo Zaccone Teodosi e Bruno Zambardino (IsICult - Istituto Italiano per l'Industria Culturale) |

Italia


Bruno Zambardino

Ce l’hanno fatta: il settore dei “cinematografari” italici, e – più in generale – dei “produttori di contenuto” audiovisivo chiedeva, fin dall’insediamento nel maggio 2006, che il Governo Prodi dicesse e facesse… “qualcosa di sinistra” (per parafrasare un mitico invito di Nanni Moretti).

Francesco Rutelli e Paolo Gentiloni – fors’anche agevolati dall’essere compagni di partito – hanno finalmente messo in atto un tentativo di sostegno, concreto, del sistema audiovisivo nazionale. Ovvero, un po’ alla Robin Hood, per aiutare i “poveri” (i produttori), hanno deciso di togliere ai “ricchi” (broadcaster, anche “pay”, e finanche imprese di telecomunicazioni).

Stupisce il silenzio dei media – con la sola eccezione della penna acuta di Marco Mele sulle colonne de Il Sole-24 Ore – eppure i provvedimenti che i due ministri sono riusciti a far approvare nella Finanziaria proposta dal Governo sono oggettivamente rivoluzionari, per due ordini di ragione:

  1. viene introdotto un meccanismo di agevolazione fiscale in qualche modo assimilabile a quel “tax shelter” che veniva invocato da decenni in Italia: si propone l’attivazione di “crediti di imposta”, sia per gli operatori del settore sia i per soggetti esterni che intendono investire nella produzione di cinema italiano (nota bene: sono escluse le opere audiovisive non cinematografiche);

  2. le emittenti televisive a pagamento, Sky Italia in sostanza (dato il suo monopolio in questo settore), e i “fornitori di contenuto” (definizione non chiarissima, ma senza dubbio vi rientrano anche Telecom Italia o Fastweb e finanche Tim, Vodafone, Wind, Tiscali, allorquando veicolano audiovisivi non di flusso), dovranno destinare un 10 % dei loro ricavi alla produzione di audiovisivo (anche cinematografico).

Come i lettori di Key4biz ben sanno (rimandiamo ad una serie di nostri precedenti interventi su queste colonne), da oltre un anno si favoleggiava della cosiddetta “tassa di scopo” (il primo ad averla proposta è Andrea Colasio, responsabile cultura dello stesso partito di Rutelli e Gentiloni), ovvero di un prelievo sull’intera filiera dell’audiovisivo, che andasse a integrare fondi di sostegno che la “mano pubblica”, da sola, non è più in grado di alimentare.

  

Quindi, se è vero (come è certamente vero nel caso di Sky Italia) che la piattaforma monopolista di tv a pagamento nel nostro Paese vive anche di audiovisivo di creazione (cinema e fiction), e non di solo sport, è giusto che gli obblighi imposti a Rai ed a Mediaset e alle altre tv nazionali vengano estesi anche a Sky Italia.

  

Per quanto riguarda i “fornitori di contenuto”, la questione appare complessa: la norma che il Governo italiano vorrebbe introdurre è certamente coerente con gli indirizzi in sede di Commissione Europea (anche le nuove piattaforme – sostiene la Commissaria Reding – debbono essere assoggettate ad obblighi di promozione della cultura cinematografica e dell’industria audiovisiva nazionale ed europea), ma l’articolato introdotto nella Finanziaria pone alcune essenziali questioni interpretative. 

Concretamente, sorge naturale il quesito: “Io Telecom Italia, se veicolo un’offerta televisivo-audiovisiva attraverso Alice ed ottengo dalla vendita di audiovisivi lo 0,1 % del totale dei miei ricavi di gruppo, debbo comunque destinare il 10 % del totale dei miei ricavi di gruppo alla produzione di audiovisivo???”.

  

Come mai Sky Italia e le tlc non sono insorte, di fronte a queste norme?

Le antenne dei loro osservatori legali non sembrano essersi drizzate.

Distrazione? 

O… che le rispettive lobby sappiano quel che noi… umani non sappiamo, ovvero che, in sede di dibattito parlamentare, queste norme verranno cancellate, ovvero modificate?!?

Cronaca di una morte annunciata?

Ovvero annunci manifestati solo per farsi belli, di fronte alla platea degli operatori (elettori) postulanti???

  

Le stime dei flussi che verranno da queste norme sono fragili ed aleatorie: tante volte, abbiamo lamentato come l’industria mediale italiana sia deficitaria di un sistema informativo all’altezza dei bisogni di un “policy making” serio e moderno (basti evocare il fantasma del Sic-Sistema Integrato della Comunicazione gasparriano, per capire di cosa trattiamo). Ed anche Rutelli e Gentiloni, volens nolens, si trovano a legiferare, come il Parlamento peraltro, in assenza di un sistema valutativo e predittivo dell’intervento dello Stato nel settore mediale.

In ogni caso, che siano 50 milioni o 500 milioni di euro, il dato di fatto oggettivo resta la evidente volontà del Governo di introdurre nel sistema audiovisivo nazionale una forma di finanziamento innovativa.

  

Puntiamo gli occhi sull’iter parlamentare: notoriamente, la Finanziaria parte spesso animata di buone anzi ottime intenzioni, e spesso viene affossata in itinere.

Analizziamo in dettaglio i due provvedimenti: il riferimento formale è rispettivamente all’articolo 7 ed all’articolo 40 della proposta di Finanziaria.

L’articolo 7 è intitolato: “Incentivazioni fiscali per il cinema“.

L’articolo 40 è intitolato: “Modifiche al Testo Unico della Radiotelevisione“.

  

Più esattamente, si tratta del disegno di legge n. 1817, presentato dal Ministro dell’Economia e delle Finanze Tommaso Padoa-Schioppa, comunicato alla Presidenza del Senato il 1° ottobre 2007, intitolato “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge finanziaria 2008).

Si tratta di due “pacchetti” approvati dal Consiglio dei Ministri di venerdì scorso, entrambi ampiamente annunciati dai responsabili dei dicasteri interessati: il Ministro Gentiloni lo aveva fatto a Venezia, in occasione della Mostra internazionale del Cinema e Rutelli davanti a produttori ed addetti ai lavori nel corso del dialogo pubblico promosso al Nuova Olimpia e di cui abbiamo dato conto in un precedente articolo.

Gli articoli del ddl in questione sono il numero 7, contenente misure di incentivazione fiscale caldeggiate dal Vice-Presidente del Consiglio (Rutelli sembra essere riuscito in un’impresa in cui il suo predecessore Urbani aveva fallito), ed il numero 40, che  apporta modifiche rilevanti all’articolo 44 del Testo unico della radiotelevisione del 2005 (che aveva recepito anche la famigerata legge Gasparri) in materia di quote di programmazione e di investimento a favore delle opere di produzione indipendente.

Va segnalato che il cammino della Finanziaria è appena iniziato con la discussione in Parlamento e che in quella sede potrebbero giungere ancora delle sorprese: in positivo ed in negativo, ovviamente.

Ma cosa prevedono esattamente, nel merito, i due articoli ?

  

Il “pacchetto” Rutelli: credito d’imposta pro-cinema

L’articolo 7 introduce “crediti di imposta”, distinguendo tra varie tipologie di beneficiari, interni ed esterni al comparto, e presenti su tutti gli anelli della filiera cinematografica, dalla produzione all’esercizio.

Per i soggetti esterni al settore cinematografico e audiovisivo, è riconosciuto per i prossimi 3 anni (2008, 2009 e 2010) un credito d’imposta nella misura del 40 % fino all’importo massimo di  1 milione di euro per ciascun periodo d’imposta, dell’apporto in denaro effettuato per la produzione di opere cinematografiche riconosciute di nazionalità italiana (in base all’articolo 5 del decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 28, il cosiddetto “Decreto Urbani“).

  

Le imprese di produzione cinematografica, destinatarie di tali risorse, hanno tuttavia l’obbligo di utilizzarle in gran parte (per l’80 % recita il testo) nel territorio nazionale, “impiegando mano d’opera e servizi italiani e privilegiando la formazione e l’apprendistato in tutti i settori tecnici di produzione”.

Più ridotte le detrazioni per i soggetti già operanti nel settore. Le imprese di produzione cinematografica, possono beneficiare di crediti di imposta per il 15 % del costo complessivo di produzione di opere cinematografiche, riconosciute di nazionalità italiana. La soglia massima annua può tuttavia arrivare a 3,5 milioni di euro, per ciascun periodo d’imposta. Anche in questo caso,  per accedere all’agevolazione, l’impresa deve sostenere le spese di produzione sul territorio italiano, anche in questo caso non inferiori, per ciascuna produzione, all’80 % cento del credito d’imposta stesso.

  

In soldoni, se il budget complessivo di un film è di 4 milioni di euro è possibile detrarre tasse per 600mila euro, a patto che le risorse vengano impiegate prevalentemente sul territorio.

Una percentuale analoga (15%) è prevista anche a favore delle imprese di distribuzione cinematografica rispetto alle spese complessivamente sostenute per la distribuzione nazionale di opere “di nazionalità italiana” riconosciute “di interesse culturale“. Il limite massimo annuo è di 1,5 milioni per ciascun periodo d’imposta. La detrazione scende al 10 % per le spese sostenute per la distribuzione nazionale di opere “di nazionalità italiana“, espressione di lingua originale italiana, con un limite massimo annuo di euro 2 milioni di euro per ciascun periodo d’imposta.

Accanto ai segmenti produttivo e distributivo, la Finanziaria si occupa anche delle sale cinematografiche che possono beneficiare di un 30 % di detrazione delle spese complessivamente sostenute per l’introduzione e acquisizione di impianti e apparecchiature destinate alla proiezione digitale. Il limite massimo annuo previsto è di 50mila euro per ciascun schermo.

Il provvedimento, pur complesso ed articolato sotto il profilo tecnico (ci siamo qui limitati ad illustrare le norme più rilevanti), rimanda comunque a successive “disposizioni applicative” che saranno oggetto di un decreto ministeriale, adottato di concerto con il Ministro dell’Economia e delle Finanze, sentito il Ministro per lo Sviluppo Economico, entro 3 mesi dalla entrata in vigore della legge.

Un ostacolo alla rapida approvazione di queste misure di agevolazione fiscale nel nostro Paese, potrebbe derivare dalla necessità di ottenere una formale autorizzazione da parte della Commissione Europea, che ne sancisca la compatibilità rispetto alle norme in materia di “aiuti di Stato” (articolo 88, paragrafo 3, del Trattato istitutivo della Comunità europea).

A tal proposito, il testo chiarisce che le “agevolazioni possono essere fruite esclusivamente in relazione agli investimenti realizzati e alle spese sostenute successivamente alla data della decisione di autorizzazione della Commissione europea“. Considerando che strumenti analoghi sono diffusi ed operativi in altri Paesi, riteniamo comunque che la Commissione non possa opporre obiezioni particolari anche alla luce degli attuali orientamenti comunitari a sostegno dell’audiovisivo europeo.

 

A beneficiare del sistema di “tax credit“, saranno anche le imprese nazionali di produzione esecutiva e di post-produzione, alle quali sarà riconosciuto un credito d’imposta in relazione a film, o alle parti di film, girati sul territorio nazionale, utilizzando mano d’opera italiana, su commissione di produzioni estere. La detrazione è stata fissata al 25 % del costo di produzione della singola opera, e comunque con un limite massimo, per ciascuna opera filmica, di 5 milioni di euro.

Con l’introduzione del “pacchetto” Rutelli, ci si allinea così ad altri mercati leader europei (e non solo) che già da tempo sperimentano con successo l’efficacia di misure di agevolazione fiscale sulla crescita degli investimenti nel settore.

L’approccio e i contenuti del provvedimento sono stati condivisi, in un clima di grande fiducia e collaborazione con produttori, distributori ed esercenti, decisamente soddisfatti dell’opportunità di poter usufruire di bonus e sgravi fiscali al pari dei loro colleghi nel Regno Unito o in Francia dove ci si muove su cifre ben più considerevoli. Come ha enfatizzato il Presidente dei Produttori dell’Anica Tozzi, in un intervista di ieri pubblicata su Il Giornale, a firma di Michele Anselmi, “…è una cosa buona, che contribuisce a erodere vecchie logiche“, e – aggiungiamo noi – a far affluire risorse aggiuntive ad un mercato troppo a lungo “adagiato” più o meno consapevolmente sui fondi pubblici. Di fatto, il provvedimento non aggiunge vantaggi, piuttosto toglie uno svantaggio”.

Allora tutti contenti?

Non propriamente, perché il plafond a copertura dei provvedimenti (non sono state ancora rese pubbliche le “tabelle” connesse all’impegno di spesa), si aggirerebbe su appena 30 milioni di euro l’anno, mentre secondo gli operatori ne sarebbero serviti almeno 70/80…

  

Il “pacchetto” Gentiloni

Le novità contenute nel secondo “pacchetto” sono forse ancora più interessanti ed innovative. L’art 40 della Finanziaria, infatti, interviene direttamente sul Testo Unico del 2005 (Decreto legislativo 31 luglio 2005, n. 177 che ha assorbito non solo la legge n. 112 del 2004 alias Gasparri ma anche la n. 122 del 1998 alias Vita-Veltroni), modificando in modo pesante un articolo fondamentale, il n. 44, quello – per intendersi – che, recependo quanto prescritto della “Direttiva Tv Senza frontiere”, fissa le quote di programmazione e di investimento a sostegno delle opere europee audiovisive e dei produttori indipendenti a carico dei broadcaster pubblici e privati.

Nel nuovo testo, in coerenza con lo sviluppo economico e tecnologico della piattaforme trasmissiva dei nuovi canali di fruizione, gli obblighi a favore della produzione audiovisiva (in particolare quella cinematografica) vengono estesi a nuovi soggetti in particolare piattaforme e broadcaster che offrono servizi pay tv (Sky) o pay per view (Mediaset e La7), nonché operatori iptv (Fastweb e Telecom).

Di fatto, si anticipa in parte quanto previsto dal disegno di legge Franco-Colasio, là dove si prevede il cosiddetto prelievo (altrimenti detto “tassa di scopo”) sulla filiera allargata, assoggettando operatori in precedenza esclusi dagli obblighi, ma che – nel corso di questi anni – traggano vantaggi economici crescenti dallo “sfruttamento” del prodotto cinematografico all’interno delle proprie offerte a pagamento.

Diventano più stringenti le quote di programmazione, con l’obiettivo mirato di rafforzare la diffusione in tutti i palinsesti televisivi e nelle ore di maggior ascolto di opere recenti realizzate da produttori indipendenti. Una sottoquota specifica dovrà essere destinata ai film italiani.

Nel dettaglio, le “emittenti televisive, fornitori di contenuti televisivi e di programmi in pay-per-view, indipendentemente dalla codifica delle trasmissioni“, sono chiamate a riservare ogni anno almeno il 10 % del tempo di diffusione (in particolare, nelle ore di maggiore ascolto), alle opere europee realizzate da produttori indipendenti negli ultimi 5 anni, di cui il 20 % opere cinematografiche di espressione originale italiana ovunque prodotte.

  

Differente la norma relativa alla Rai, che deve riservare non solo sulle tre reti generaliste, ma su tutte le sue piattaforme distributive, indipendentemente dalla codifica delle trasmissioni, alle opere europee realizzate da produttori indipendenti negli ultimi 5 anni una quota minima del 20 % del tempo di trasmissione, di cui il 10 % alle opere cinematografiche di espressione originale italiana ovunque prodotte.

Un approccio non del tutto simmetrico è stato adottato per aggiornare gli obblighi di investimento. Gli stessi soggetti di cui sopra devono riservare una quota non inferiore al 10 % dei propri introiti netti annui (per la Rai, in coerenza con il nuovo “Contratto di servizio”, la quota è del 15 %), così come indicati nel conto economico dell’ultimo bilancio di esercizio disponibile, alla produzione, al pre-acquisto e all’acquisto di opere europee.

  

La novità più rilevante risiede nell’estensione del perimetro degli “introiti”, che – accanto ai ricavi da pubblicità, televendite, sponsorizzazioni, contratti e convenzioni con soggetti pubblici e privati, da provvidenze pubbliche – contempla anche le entrate derivanti da “offerte televisive a pagamento”, sebbene limitate ai programmi di carattere non sportivo e di cui si ha la responsabilità editoriale, inclusi quelli diffusi o distribuiti attraverso piattaforme diffusive o distributive di soggetti terzi”.

Ciò significa, ad esempio, che il computo della quota per quanto riguarda Sky (ma anche per le offerte in “pay per view” sul digitale terrestre di Mediaset e La 7) non va effettuato sull’intero fatturato (il 10 % di Sky equivale a 200 milioni circa), ma su un volume di introiti inferiore, decurtato sia dei ricavi legati ai programmi sportivi (in primis il calcio ovviamente) sia di quelli derivanti da canali terzi di cui l’operatore che li ospita non ha la responsabilità editoriale. Il nostro istituto sta elaborando una analisi predittiva dei flussi che potrebbero derivare da questi interventi normativi.

Al rispetto della quota, saranno chiamati anche soggetti operanti nel settore delle tlc fisse e mobili, quali le succitate Fastweb e Telecom e le “debuttanti” Wind e Tiscali.

Si tratta di una decisione il cui impatto forse non è stato ancora valutato compiutamente e che non potrà non produrre a breve ripercussioni e suscitare reazioni all’interno di un mercato che nel nostro paese non ha certamente raggiunto un pieno sviluppo. Gli utenti iptv alla fine del 2006 erano circa 230mila.

Anche in questo caso, all’interno di tale quota del 10 % si fissano “sottoquote” specifiche a sostegno dei film, con l’intento più volte dichiarato dal Ministro Gentiloni di incrementare gli investimenti nella produzione cinematografica, riequilibrando un assetto che nell’ultimo decennio ha favorito soprattutto l’industria della fiction.

  

Una prima sotto-quota tocca le emittenti e i fornitori di contenuti e di programmi in chiaro, ai quali si impone di destinare almeno il 30 % alle “opere cinematografiche di espressione originale italiana ovunque prodotte”. In pratica, Mediaset, La 7 ed altre tv in chiaro sono chiamate a destinare ai film italiani il 3 % del fatturato (inclusi i ricavi della pay per view a pagamento di Mediaset Premium e La 7 Cartapiù, ma esclusi i ricavi derivanti dai programmi sportivi), pari ad un ammontare complessivo – secondo una prima stima – di 75 milioni di euro.

Una seconda sotto-quota, ancora più stringente, riguarda le emittenti, i fornitori di contenuti e di programmi a pagamento i quali devono destinare almeno il 35 %, alle opere italiane “appartenenti al genere di prevalente emissione da parte del soggetto obbligato” (la quota di riserva è ancorata al criterio “tematico”).

  

Sky ed altre “pay tv” dovranno pertanto investire il 3,5 % del fatturato (ribadiamo, esclusi i ricavi dei programmi sportivi e quelli riferiti a canali terzi ospitati all’interno dell’offerta Sky) per un investimento che dovrebbe aggirarsi sui 50 milioni di euro (15 in più rispetto ai 35 messi a disposizione in base all’accordo biennale con Api ed Anica) con una crescita stimata di circa il 15-20 % all’anno per il triennio successivo.

Gli esperti del Ministero delle Comunicazioni, in sostanza, hanno declinato sugli altri broadcaster ed operatori – limitatamente al segmento film – il modello già applicato alla Rai all’interno del Contratto di servizio e che impegnerà dal prossimo anno Rai Cinema ad investire circa 80 milioni di euro (il 3 % dei ricavi da canone e pubblicità, al netto delle convenzioni con la Pubblica Amministrazione e la vendita di beni e servizi) da destinare alla produzione, al pre-acquisto o all’acquisto di opere cinematografiche di espressione originale italiana ovunque prodotte.

Ricordiamo infatti che il broadcaster pubblico è tenuto a rispettare ulteriori sottoquote a sostegno dei cartoni animati (0,7 %) e del documentario (0,6 %).

Per i gestori tlc fissi e mobili – già sottoposti all’obbligo della quota generale del 10 % si è optato in sede di Finanziaria di non definire la sottoquota per il cinema nazionale, rimandando saggiamente ad un successivo regolamento dell’Agcom, da adottare entro il primo semestre 2008.

  

Passa pertanto il principio per cui, seppure gradualmente e tenuto conto delle condizioni del mercato, anche tali soggetti debbano contribuire alla “promozione e al sostegno finanziario delle opere audiovisive europee, destinando una quota dei ricavi derivanti dal traffico di contenuti audiovisivi offerti al pubblico a pagamento indipendentemente dalla tecnologia di trasmissione”.

A differenza del “pacchetto” Rutelli, le cui misure almeno del breve periodo provocheranno minori entrate richiedendo nuove spese a carico dello Stato, le modifiche al Testo Unico non produrranno alcun impatto sulla fiscalità di Stato, con l’obiettivo di incoraggiare gli investimenti di settore e rafforzare l’intero comparto audiovisivo.

Nei prossimi giorni, andremo a proporre una serie di approfondimenti tecnici su queste proposte normative, augurandoci che non vengano impallinate dai “poteri forti” del sistema mediale italiano…

  

Le Incentivazioni fiscali per il cinema previste dalla Finanziaria

L’iter della Finanziaria  (a cura di Alberto Ronci – IsICult)

    

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