Costi di ricarica: un’anomalia tutta italiana. Per Agcom e Antitrust è ora di dire basta

di Alessandra Talarico |

Italia


telefonia mobile

Il contributo che ognuno di noi paga quando ricarica il telefonino – peculiarità tutta italiana che non viene applicata in nessun altro Paese europeo – potrebbe essere presto oggetto di un intervento da parte dell’Autorità per le telecomunicazioni.

In base ai risultati di un’indagine conoscitiva condotta dal Garante della Concorrenza, occorre infatti “un intervento di rimodulazione sul contributo di ricarica dei cellulari per restituire alla concorrenza tutte le componenti di prezzo della telefonia mobile e ottenere in prospettiva rilevanti riduzioni delle tariffe”.

 

Le Autorità italiane ritengono che la revisione, anche totale, degli elevati contributi di ricarica sarebbe un elemento utile per “garantire tutte le fasce di clientela, specie quelle economicamente più deboli”, oltre che per rendere le offerte più trasparenti e meglio comparabili, facilitando un consumo consapevole del traffico telefonico, con tariffe non più viziate da questo anomalo balzello tutto italiano.

 

Tutti gli operatori mobili italiani, infatti, fanno pagare, al momento dell’acquisto di una ricarica telefonica, un contributo aggiuntivo rispetto al valore del traffico telefonico acquistato, la cui rilevanza è tanto più significativa se si considera che la quasi totalità degli italiani (90%, contro una media europea del 50%) utilizza i servizi ricaricabili, mentre l’alternativa dell’abbonamento viene utilizzata quasi esclusivamente dalle aziende.

 

Un business che lo scorso anno ha fruttato a TIM, Wind, Vodafone e H3G, ricavi al lordo dei costi per circa 1,7 miliardi di euro, corrispondenti ad oltre il 15% degli introiti complessivi delle SIM prepagate.

In particolare, è stato stimato che il margine specificamente riferibile ai soli contributi di ricarica è nell’ordine del 50-55%, per un valore di circa 950 milioni di euro.

 

E dire che il servizio prepagato è nato proprio in alternativa al servizio in abbonamento, gravato dalla tassa di concessione governativa.

 

Dall’indagine condotta dall’Antitrust – che verrà ora inviata alla Commissione Europea – emergono particolari che è bene portare all’attenzione degli utenti mobili italiani, gli unici in Europa a essere vessati da ‘costi di ricarica’ totalmente ingiustificati.

 

Sì, perché il contributo – dai 2 ai 5 euro – che sborsiamo anche quando facciamo una ricarica anche di piccolo taglio non solo è rimasto inalterato nel tempo, ma nulla ha a che fare con i costi sostenuti dagli operatori per la gestione dei servizi di ricarica, rappresentando – spiega l’Authority – “una componente di prezzo inserita dalle imprese nell’ambito delle loro strategie di pricing”.

 

Il peggio tocca soprattutto a chi effettua ricariche di piccolo taglio, dal momento che il ‘contributo’ fa lievitare il prezzo al minuto di una telefonata di una percentuale costante: l’acquisto di ricariche di piccolo taglio comporta perciò un incremento del prezzo complessivo anche sensibilmente superiore rispetto a quello applicato per i tagli più grandi.

 

Oltre all’effetto distorsivo di cui fanno le spese principalmente i consumatori più deboli, il contributo di ricarica finisce – conclude l’Authority – per aumentare “l’eterogeneità delle voci di prezzo, rendendo più opaca la percezione del prezzo effettivo finale del servizio”.

 

Per Carlo Pileri dell’Adoc, i costi di ricarica sono “un signoraggio a cui bisogna subito porre fine”, ma non rappresentano la sola entrata che gli operatori percepiscono dagli utenti su base ‘preventiva’, senza cioè fornire alcun servizio.

 

“Il termine di durata del traffico disponibile – spiega Pileri – è un altro aspetto che meriterebbe di essere approfondito dall’indagine. L’utente non può pagare anticipatamente le proprie telefonate, pagando l’agio di costi di ricarica altissimi, rischiando oltretutto di perdere dei soldi per la scadenza decisa arbitrariamente dalle compagnie. Come dire, oltre al danno, due beffe”.

 

Secondo i dati dell’Adoc, sono circa 800 mila gli utenti che ogni anno ci rimettono in media 7 euro a causa del termine temporale arbitrariamente deciso dal gestore (un anno senza effettuare chiamate o ricariche).

L’altro dato relativo a soldi pagati ma non spesi quindi, sarebbe di 5.600.000 euro.

 

L’indagine dell’Agcom e dell’Agcm potrebbe dunque avere come effetto l’abolizione dell’odiosa tassa di ricarica, sperando che gli operatori – se mai fossero costretti a eliminarla – non si rivarranno sugli utenti aumentando i costi delle chiamate.

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