Musica digitale, la BPI bacchetta Apple: scorretto il modello di business di iTunes

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Gran Bretagna


iPod

“La musica non è mai stata così popolare, ma non è ancora tempo di stappare lo champagne”, parola di Peter Jamieson, Chairman della British Phonographic Industry (BPI).

Il digitale è sempre stato una minaccia e un’opportunità e, “al momento abbiamo superato lo stadio della pericolosità” ha spiegato ancora Jamieson, che è entrato anche nel merito dell’incomprensibile incompatibilità dei sistemi DRM della Apple con quelli degli altri lettori digitali.

 

Jamieson, pur riconoscendo l’enorme contributo dato dalla società di Cupertino al business del download digitale e dei relativi sistemi hardware e software, ha sottolineato come non sia per niente “sano per una qualsiasi compagnia avere una posizione così palesemente dominante”.

 

Sul celebre lettore iPod attualmente possono essere riprodotti solo i file MP3 non protetti – come quelli copiati da un Cd – o i brani scaricati dal Music Store iTunes.

La Apple, infatti, applica ai brani venduti attraverso iTunes un sistema DRM che rende praticamente impossibile riprodurli con un lettore che non sia l’iPod. Il DRM impedisce inoltre di riprodurre sull’iPod qualsiasi brano acquistato da servizi di download legale come Napster o HMV Digital.

 

Il presidente della BPI ha quindi lanciato un appello a Apple perché ‘apra’ il suo software e lo renda compatibile con gli altri lettori.

“Sosteniamo che Apple debba scegliere l’interoperabilità”, ha puntualizzato Jamieson.

  

Dopo il velato attacco a Apple, Jamieson ha anche rassicurato gli utenti sul fatto che “nessuno verrà denunciato per aver riempito l’iPod con musica acquistata legalmente”.

In base alla legge britannica sul copyright, infatti, chiunque copi un Cd sull’iPod o su altri lettori musicali senza autorizzazione è di fatto colpevole di violazione del diritto d’autore.

 

“In genere, l’industria discografica ha chiuso un occhio sulle copie private e ha usato la forza per colpire i pirati che lucrano sulla riproduzione di materiale protetto da copyright”, ha spiegato Jamieson. È arrivato però il momento di fare “una chiara e pubblica distinzione tra la copia a uso privato e la copia per la distribuzione indiscriminata a terze parti” al fine di chiarire inequivocabilmente che il consumatore che copia un Cd su un lettore per ascoltarlo dove più gli piace non “è passibile di denuncia”, come lo è invece chi produce migliaia, o anche decine di copie a scopo di lucro.

 

La BPI ha inoltre chiarito la sua posizione in merito al sito russo di download AllofMP3.com, definendolo “illegale in base alla legge britannica” così come è illegale scaricare da esso materiale di qualsiasi genere.

 

“Tutte le pretese di legalità sbandierate da AllofMP3 sono false e nessun artista o casa discografica ha mai ricevuto qualsiasi compenso dal sito”, ha dichiarato Roz Groome.

La BPI, nonostante diverse indiscrezioni in questo senso, non agirà contro gli utenti del sito ma contro la società che gestisce il business.

 

Per quanto riguarda, infine, la distribuzione digitale che sembra stia surclassando i tradizionali metodi di promozione degli artisti, non è tutto oro quel che luccica.

Secondo Mark Richardson, Managing Director di Independiente Records, internet non potrà mai far uscire di scena le major.

 

Molte delle band che sono salite agli onori delle cronache per aver raggiunto il successo su internet hanno semplicemente utilizzato modelli di business già ampiamente stabiliti.

Queste band, in pratica, “hanno usato internet per strappare contratto migliori con le case discografiche”, ha spiegato Richardson.

 

Senza contare che per un’etichetta indipendente, i costi per la distribuzione digitale sono attualmente più alti di quelli per la distribuzione su supporti fisici.

 

“La musica digitale sta muovendo i suoi primi passi – ha concluso Richardson – a questo punto, i costi di distribuzione per il download è più alto che per i Cd. Senza contare questo, tuttavia, la distribuzione resta una parte relativamente piccola degli investimenti delle major. I costi chiave restano virtualmente gli stessi per qualsiasi formato di distribuzione”.

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