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Artico e sicurezza energetica. Il gas naturale questione di geopolitica, la strategia Ue nel Mare di Barents

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Il gas è oggi una leva geopolitica centrale per l’Europa e una questione di autonomia strategica. Il Mare di Barents rappresenta una possibile assicurazione energetica per il prossimo decennio.

Il gas nel nuovo scacchiere geopolitico europeo: sicurezza energetica, Artico e transizione climatica

Negli ultimi tre anni il gas naturale è tornato al centro della geopolitica europea. La guerra in Ucraina, il crollo delle forniture russe via tubo e la corsa al GNL (gas naturale liquefatto), hanno mostrato quanto l’energia sia potere politico, leva economica e strumento di influenza internazionale. Oggi il gas non è solo una commodity: è una questione di sicurezza strategica.

In questo contesto si inserisce la revisione della politica artica dell’Unione europea. Bruxelles sta riesaminando il proprio approccio anche alla luce delle potenziali risorse del Mare di Barents, in Norvegia. La questione non è solo ambientale. È profondamente geopolitica.
Siamo davanti alla Russia, Bruxelles divide con Mosca il controllo di quello specchio di acqua gelata.
Nel Mare di Barents si affaccia la penisola di Kola, sede della Flotta del Nord della Marina russa, quella che controlla i sottomarini nucleari (il mezzo con cui ogni superpotenza prende controllo di mari e oceani, con tutto quello che c’è sotto, e applica deterrenza ai concorrenti).

Secondo un report della US Geological Survey, nell’Artico si troverebbero circa il 30% del gas naturale e il 13% del petrolio ancora non scoperti a livello globale.

Perché il gas è così importante per l’Europa

Il gas copre ancora una quota rilevante del fabbisogno energetico europeo. Serve per riscaldare abitazioni e uffici; produrre elettricità; alimentare settori industriali strategici (chimica, acciaio, ceramica, vetro, fertilizzanti); garantire flessibilità al sistema elettrico quando eolico e solare non producono abbastanza.

Dopo il 2022, l’Europa ha sostituito gran parte del gas russo con GNL proveniente da Stati Uniti, Qatar e altri esportatori. Questo ha evitato un collasso energetico, ma ha aumentato l’esposizione ai mercati globali, ai prezzi spot e alla concorrenza asiatica.

In altre parole: l’Europa è diventata più dipendente dal mare e meno dai gasdotti terrestri. E questo cambia gli equilibri geopolitici.

Perché Bruxelles rivede la sua politica sull’Artico

La revisione della politica artica non nasce da un’improvvisa apertura verso nuove trivellazioni, ma da un dilemma strategico, secondo l’analisi proposta su Rystad Energy da Emil Varre Sandøy, Tore Guldbrandsøy e Elliot Busby.

I progetti nel Mare di Barents hanno tempi lunghi: servono 5–10 anni per passare dalla scoperta alla produzione stabile. Le decisioni prese oggi determineranno se nel 2035 l’Europa avrà più gas norvegese disponibile o dovrà importare ancora più GNL dal mercato globale.

La Norvegia è già oggi il principale fornitore di gas dell’Europa. È un partner politicamente stabile, integrato nel mercato europeo e con standard ambientali elevati. Il Mare di Barents contiene risorse significative già in aree aperte all’esplorazione.

La Commissione europea si trova quindi davanti a una scelta delicata: mantenere una linea molto restrittiva sull’Artico, limitando implicitamente nuovi sviluppi, oppure definire criteri chiari e rigorosi che distinguano tra aree già aperte e nuove frontiere, legando eventuali sviluppi a standard ambientali stringenti.

Non è una questione ideologica. È bene ribadirlo in questo contesto, si tratta più di una questione di sicurezza energetica.

Che ruolo può avere il gas del Barents

Il gas del Barents non rappresenterebbe una rivoluzione quantitativa. L’Europa non sta pianificando una nuova “era del gas” (semmai a livello globale e continentale è già iniziata da tempo). Piuttosto, si tratta di scegliere quali forniture marginali copriranno una domanda in graduale calo.

Secondo gli scenari di mercato, la Norvegia potrebbe continuare a fornire tra il 20% e il 30% della domanda europea nei prossimi decenni, mentre il GNL potrebbe salire fino a coprire metà del fabbisogno.

In questo quadro, il gas proveniente dal Mare di Barents potrebbe rafforzare la sicurezza energetica europea, ridurre l’esposizione al mercato globale del GNL e offrire una fonte relativamente a basse emissioni nella fase upstream (estrazione).

Qui vale la pena aprire un’ulteriore riflessione. Il boom del GNL sta ridisegnando in modo profondo la mappa energetica europea. Nel 2026 le importazioni di gas naturale liquefatto dell’UE hanno raggiunto il livello record di 185 miliardi di metri cubi, con un aumento del 10% rispetto al 2025. È un dato che fotografa una trasformazione strutturale: il GNL non è più una fonte marginale di integrazione, ma una colonna portante del sistema. Gli Stati Uniti coprono circa il 70% di questi volumi, consolidando un nuovo asse energetico transatlantico che ha sostituito quasi integralmente il gas russo. Se nel 2021 Mosca forniva circa 155 miliardi di metri cubi all’Europa, l’obiettivo politico europeo è azzerare completamente questi flussi entro il 2027.

Questo passaggio segna una svolta geopolitica epocale: l’Europa si è liberata dalla dipendenza da un unico grande fornitore via gasdotto, ma al prezzo di una maggiore esposizione al mercato globale del GNL, più volatile nei prezzi, più competitivo e fortemente legato agli equilibri internazionali e alla capacità di esportazione americana (aprendo quindi, di fatto, una nuova dipendenza, peraltro ‘forzata’, visti gli accordi con Washington, da un altro fornitore estero).

Ma non bisogna semplificare. Anche se l’estrazione norvegese ha un’intensità emissiva inferiore alla media globale, il gas resta una fonte fossile. Quando viene bruciato, produce CO₂.

Il Barents può essere una scelta “meno impattante” rispetto ad altre fonti di gas. Non è una scelta climaticamente neutrale.

Il peso delle infrastrutture: il vero collo di bottiglia

Il gas non è solo una questione di risorse nel sottosuolo. È soprattutto una questione di infrastrutture.

Nel Barents, oggi l’unico grande sbocco è l’impianto di liquefazione di Hammerfest LNG, legato principalmente al giacimento di Snøhvit. Per aumentare significativamente i flussi servirebbero quindi nuove capacità di esportazione, eventualmente un gasdotto verso la rete norvegese nel Mare del Nord e maggiore coordinamento tra più progetti per rendere sostenibili gli investimenti.

Le infrastrutture energetiche europee sono quindi decisive. Gasdotti, terminali GNL, stoccaggi e interconnessioni determinano quali forniture sono economicamente competitive, quali sono politicamente sostenibili e quali rischiano di diventare stranded assets (asset inutilizzati) se la domanda cala più rapidamente del previsto.

Ed è qui che il rischio aumenta: investire oggi in nuove infrastrutture gas significa impegnare capitali per 20–30 anni, mentre l’UE ha l’obiettivo di neutralità climatica al 2050.

Il nodo della sicurezza (anche cyber) delle infrastrutture

Il gas artico del Mare di Barents, trainato soprattutto dalla Norvegia e da giacimenti come Johan Castberg, è diventato una componente strategica dell’Europa post-REPowerEU, ma la sua rilevanza geopolitica si accompagna a criticità tecniche e di sicurezza non trascurabili.

Le infrastrutture sottomarine che collegano il Barents ai mercati europei – tra gasdotti e impianti come Snøhvit – operano in condizioni estreme, a profondità comprese tra i 2.000 e i 3.000 metri, dove ghiaccio dinamico, correnti marine intense e instabilità dei fondali possono provocare stress meccanici, erosioni e rischi strutturali. Le attività di manutenzione sono complesse e costose, fino al 50% in più rispetto ad aree come il Mediterraneo, e in caso di incidente i tempi di ripristino possono allungarsi per mesi, con impatti immediati sui prezzi europei del gas.

A queste fragilità fisiche si aggiunge il fronte della cybersicurezza: i sistemi industriali e di controllo (SCADA/ICS) che gestiscono gasdotti e impianti sono esposti a minacce ibride, in un’area – il Barents – attraversata da tensioni tra Russia e NATO. Attacchi informatici contro operatori energetici europei, utilizzo di ransomware su infrastrutture operative e vulnerabilità legate a protocolli legacy, rappresentano rischi concreti in un contesto in cui l’Ue rafforza le regole con la direttiva NIS2, mentre la cooperazione con la Norvegia resta cruciale.

Nel 2026 Oslo fornirà circa 120 miliardi di metri cubi di gas all’UE, di cui una quota crescente dal Barents, e qualsiasi interruzione significativa potrebbe tradursi in forti rialzi del TTF e maggiore ricorso al GNL statunitense o qatariota. Il rischio, dunque, è reale, ma nel breve termine appare gestibile grazie a investimenti in protezione fisica e digitale, maggiore coordinamento europeo e nuove misure di sorveglianza nell’Artico.

Gas naturale e emissioni inquinanti

L’Unione europea si è data obiettivi climatici ambiziosi:

  • riduzione drastica delle emissioni entro il 2030;
  • neutralità climatica entro il 2050.

Il gas è stato presentato come “combustibile di transizione” perché emette meno CO₂ del carbone e del petrolio nella generazione elettrica. Inoltre, l’Europa punta a criteri sempre più stringenti su:

  • intensità di carbonio;
  • riduzione delle perdite di metano;
  • fine del flaring routinario;
  • elettrificazione delle piattaforme offshore.

Tutto questo è positivo. Ma non elimina il problema strutturale: il gas è una fonte fossile.

Anche se estratto con basse emissioni, quando viene consumato rilascia CO₂. La distinzione tra “gas più pulito” e “gas più sporco” non cancella l’impatto climatico complessivo.

Uno studio del Professor Robert W. Howarth, della Cornell University di New York, ha evidenziato come le emissioni di metano possono rendere l’uso del GNL addirittura peggiore di quello del carbone, con un’impronta di gas serra superiore del 33%.

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Il paradosso europeo

L’Europa ha promosso il gas a risorsa strategica per tre ragioni: sicurezza energetica, competitività industriale, stabilità del sistema elettrico.

E ha ragione a farlo nel breve e medio termine. Senza gas, molte industrie europee perderebbero competitività rispetto a Stati Uniti e Asia. Senza gas, il sistema elettrico avrebbe difficoltà a gestire l’intermittenza delle rinnovabili.

Ma c’è un rischio: trasformare una soluzione temporanea in una dipendenza strutturale.
Se l’Europa investe troppo nel gas, rischia di rallentare lo sviluppo delle rinnovabili, l’elettrificazione dei consumi, l’efficienza energetica, lo stoccaggio elettrico e l’idrogeno verde.

La direzione da prendere

Un approccio realistico dovrebbe basarsi su tre pilastri concettuali e di ragionamento:

  1. il gas resterà necessario ancora per molti anni, soprattutto per l’industria e per la flessibilità elettrica;
  2. la sicurezza energetica richiede forniture affidabili e partner stabili come la Norvegia;
  3. la neutralità climatica non è compatibile con un’espansione permanente delle fonti fossili.

Il gas del Barents può avere un ruolo nella sicurezza energetica europea, soprattutto se vincolato a standard ambientali severi e verificabili. Può contribuire a una diversificazione più sicura rispetto al GNL globale.

Ma la priorità strategica di lungo periodo deve restare un’altra: ridurre strutturalmente la domanda di gas.

Questo significa:

  • accelerare su eolico e solare;
  • investire in reti e sistemi di accumulo;
  • sviluppare soluzioni di flessibilità non fossili;
  • elettrificare l’industria dove possibile;
  • sostenere tecnologie come l’idrogeno verde e se serve il biometano.

Il gas è oggi una leva geopolitica centrale per l’Europa. Il Mare di Barents rappresenta una possibile assicurazione energetica per il prossimo decennio. Ignorarlo sarebbe ingenuo. Puntarci in modo strutturale sarebbe miope. La vera competitività del continente, nel lungo periodo, non dipenderà da quale gas importerà, ma da quanto rapidamente saprà liberarsene. L’autonomia energetica, vero obiettivo strategico dell’Unione, passa inevitabilmente per le fonti energetiche rinnovabili e pulite.

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