Quando una serie distribuita su una grande piattaforma internazionale incrocia il tema degli incentivi pubblici, il dibattito è inevitabile. È accaduto di recente con “Io sono notizia”, la docuserie dedicata a Fabrizio Corona, finita al centro dell’attenzione mediatica per il tax credit di quasi 800mila euro riconosciuto alla produzione. Tra titoli polemici, cifre rilanciate e accuse di “soldi pubblici alle piattaforme”, il rischio è però quello di affrontare la questione con categorie sbagliate.
Per comprendere davvero cosa c’è in gioco, occorre spostare lo sguardo dal singolo caso al funzionamento strutturale del tax credit audiovisivo, e al suo rapporto con la produzione di contenuti, con le piattaforme e, soprattutto, con la valorizzazione dei diritti di proprietà intellettuale in un mercato sempre più globale.
Il tax credit non è un finanziamento, ma una leva fiscale
Il primo punto da chiarire è concettuale. Il tax credit cinema e audiovisivo non è un contributo in denaro erogato dallo Stato, né un finanziamento “a fondo perduto”. È un credito d’imposta, cioè uno strumento che consente alle imprese beneficiarie di compensare imposte e contributi dovuti, recuperando parte dei costi sostenuti per la produzione di un’opera.
In termini pratici, lo Stato non “paga” una serie o un documentario, ma rinuncia a incassare una quota di imposte future a fronte di spese già sostenute, documentate e certificate. Il beneficio nasce solo se l’opera viene prodotta, se si investe sul territorio, se si attivano professionalità, contratti e filiere.
Questa distinzione è tutt’altro che formale: il tax credit interviene a valle di un investimento reale, non come anticipo né come premio sul contenuto.
Chi beneficia davvero del tax credit?
Altro equivoco ricorrente riguarda l’identità del beneficiario. Nel dibattito pubblico si tende spesso a identificare la piattaforma di distribuzione come destinataria dell’agevolazione. In realtà, il tax credit non è riconosciuto alle piattaforme, ma alle società di produzione italiane o ai produttori esecutivi stabiliti fiscalmente in Italia.
Anche quando l’opera è destinata a una piattaforma globale come Netflix, il meccanismo resta invariato: il credito d’imposta è legato alla produzione svolta in Italia, non al soggetto che poi acquisisce o licenzia i diritti di distribuzione.
È il produttore a sostenere il rischio imprenditoriale iniziale, a organizzare la produzione, a stipulare contratti con autori, registi, interpreti e tecnici, e a strutturare giuridicamente l’opera come bene immateriale tutelato dal diritto d’autore.
Tax credit e proprietà intellettuale: un legame strutturale
Ed è proprio qui che il tax credit mostra la sua natura più profonda. L’opera audiovisiva non è soltanto un contenuto culturale, ma un asset di proprietà intellettuale, destinato a generare valore nel tempo attraverso diritti di sfruttamento economico: riproduzione, comunicazione al pubblico, distribuzione, adattamento, licensing.
Il tax credit interviene nella fase più rischiosa di questo ciclo, quella della creazione dell’opera, quando il diritto ancora non esiste e il valore economico è solo potenziale. Riducendo il costo dell’investimento iniziale, lo strumento consente ai produttori di arrivare sul mercato con un’opera già strutturata, rafforzando la loro posizione contrattuale nei confronti di broadcaster e piattaforme.
In questo senso, il tax credit non finanzia la piattaforma, ma rafforza l’ecosistema dei diritti, rendendo sostenibile la produzione e la successiva circolazione internazionale delle opere.
Il ruolo delle piattaforme: licenza, non beneficio pubblico
Dal punto di vista giuridico, le piattaforme svolgono un ruolo diverso rispetto a quello spesso evocato nel dibattito pubblico. Non sono beneficiarie dell’agevolazione, ma licenziatarie o cessionarie dei diritti di sfruttamento dell’opera.
Il valore di quei diritti dipende anche dalla capacità del produttore di sostenere i costi e i rischi della produzione. In questo quadro, il tax credit agisce come fattore di equilibrio, consentendo che opere prodotte in Italia entrino nei circuiti globali senza che l’intero peso economico ricada sui soggetti produttivi nazionali.
Quando una serie distribuita su una grande piattaforma internazionale incrocia il tema degli incentivi pubblici, il dibattito è inevitabile. È accaduto di recente con “Io sono notizia”, la docuserie dedicata a Fabrizio Corona, finita al centro dell’attenzione mediatica per il tax credit riconosciuto alla produzione. Tra titoli polemici, cifre rilanciate e accuse di “soldi pubblici alle piattaforme”, il rischio è però quello di affrontare la questione con categorie sbagliate.
Per comprendere davvero cosa c’è in gioco, occorre spostare lo sguardo dal singolo caso al funzionamento strutturale del tax credit audiovisivo, e al suo rapporto con la produzione di contenuti, con le piattaforme e, soprattutto, con la valorizzazione dei diritti di proprietà intellettuale in un mercato sempre più globale.
Io sono notizia: contenuto, polemiche e neutralità del diritto
Il caso “Io sono notizia” ha acceso il dibattito soprattutto per il contenuto dell’opera e per la figura raccontata. È comprensibile che un prodotto legato a un personaggio divisivo sollevi interrogativi sul piano etico, culturale o politico.
Tuttavia, il diritto d’autore e gli strumenti fiscali che lo accompagnano non operano sulla base di giudizi di merito morale. La tutela giuridica dell’opera prescinde dalla valutazione del personaggio o del messaggio, così come l’accesso al tax credit prescinde dalla popolarità o dalla controversia.
Il cosiddetto test culturale previsto dalla normativa non è un filtro ideologico, ma un controllo tecnico, volto a verificare il legame dell’opera con il sistema produttivo nazionale e il rispetto dei requisiti di legge.
Il vero nodo: quale politica dei diritti per l’audiovisivo?
Se il dibattito ha un merito, è quello di riportare al centro una domanda più ampia: che tipo di politica dei diritti e degli incentivi vuole adottare l’Italia nel settore audiovisivo.
Il tax credit incide sul modo in cui le opere vengono prodotte, sui contratti di cessione e licensing, sull’equilibrio tra produttori e piattaforme, e sulla capacità del sistema di trattenere valore economico dagli asset immateriali che genera.
La discussione, quindi, dovrebbe spostarsi dal singolo titolo alla coerenza complessiva del modello: se e come gli incentivi pubblici riescano davvero a rafforzare la filiera nazionale della proprietà intellettuale in un contesto dominato da operatori globali.
Conclusione
Il tax credit audiovisivo non è una scorciatoia né un’anomalia, ma uno strumento che vive all’incrocio tra fiscalità, industria culturale e diritto della proprietà intellettuale. Il caso “Io sono notizia” dimostra quanto sia facile ridurre questa complessità a uno slogan, perdendo di vista il funzionamento reale del sistema.
Fare chiarezza significa riportare il dibattito sul piano corretto: quello delle regole, dei diritti e delle strategie di valorizzazione degli asset immateriali, che oggi rappresentano una delle principali leve di competitività dell’audiovisivo italiano
