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Edifici capaci di scambiare energia, dati e servizi: ecco la smart city di ENEA e UNI

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Al centro di ogni città c’è sempre l’edificio e chi lo abita. Ecco la nuova norma UNI 11973:2025, sviluppata da ENEA e UNI – Ente Italiano di Normazione che imposta la smart city italiana.

Quando l’edificio diventa una piattaforma per la città del futuro, lo standard ENEA-UNI

Per anni abbiamo parlato di “smart building” come se fosse un esercizio di domotica evoluta: sensori, app, un po’ di automazione, qualche algoritmo per ottimizzare i consumi. La nuova norma UNI 11973:2025, sviluppata da ENEA e UNI – Ente Italiano di Normazione, prova invece a spostare l’asticella: non più edifici intelligenti “in sé”, ma edifici pensati come nodi attivi della città, capaci di scambiare energia, dati e servizi con la rete urbana.

È un cambio di paradigma che parla la lingua delle smart cities contemporanee: interoperabilità, resilienza, decarbonizzazione, servizi digitali, ma anche equità sociale e qualità della vita. E soprattutto introduce una visione che in Italia è spesso mancata: una cornice tecnica e operativa che copre l’intero ciclo di vita dell’edificio, dalla progettazione alla dismissione, includendo anche riuso e rigenerazione.

Il “Building as a Service”

Il cuore concettuale è il “Building as a Service” (BaaS). In pratica, l’edificio non è più solo un bene fisico (muri e impianti), ma una piattaforma di servizi: energetici, digitali, ambientali, sociali. Questo approccio ha due implicazioni forti:

  1. prestazioni misurabili e gestibili nel tempo, non solo dichiarate in fase progettuale. La norma richiama strumenti come il monitoraggio in tempo reale dei consumi e la gestione smart degli impianti, cioè un edificio che “si fa controllare”, si ottimizza, segnala anomalie, aiuta la manutenzione;
  2. relazione con l’ecosistema urbano: l’edificio interagisce con reti e infrastrutture, contribuendo a stabilizzare e rendere più efficiente il sistema complessivo (energetico e digitale).

In altri termini, lo standard spinge a considerare l’edificio come un “asset urbano”, non un oggetto isolato.

L’approccio multilivello, multiscalare e multi-temporale

La UNI 11973:2025 introduce un’impostazione multilivello, multiscalare e multi-temporale.

Il multilivello integra le prestazioni “verticali” dell’edificio (energia, architettura, impianti, qualità ambientale interna, gestione, sicurezza, ecc.) in un disegno coerente. Con il multi-temporale si guarda l’intero percorso, fino alla dismissione/riuso. È cruciale perché nella transizione contano sempre di più le emissioni “incorporate” (materiali e processi), non solo quelle in esercizio.

La dimensione multiscalare misura la capacità dell’edificio di interagire con la città, con le infrastrutture energetiche e digitali. È qui che lo smart building diventa smart city.

Per progettisti e imprese questo significa criteri avanzati già dalle fasi preliminari, e per le amministrazioni una base da integrare in regolamenti, bandi, programmi di rigenerazione urbana. Per le comunità locali, potenzialmente, regole più chiare che abilitano partecipazione e qualità urbana.

Cosa cambia davvero per energia, dati e servizi

Se prendiamo sul serio l’idea dello scambio con la rete urbana, le opportunità diventano molto concrete.

1) Energia: dall’autoconsumo alla “città che bilancia”
Edifici che scambiano energia con la rete significano maggiore integrazione delle rinnovabili (fotovoltaico, accumuli, sistemi di gestione della domanda), riduzione dei picchi e migliore stabilità (se gli edifici possono modulare carichi e accumuli), supporto a modelli come comunità energetiche e distretti a energia positiva.

Il punto non è solo risparmiare in bolletta: è rendere il sistema urbano più robusto.

2) Dati: dal sensore “in casa” al gemello digitale di quartiere
Se l’edificio produce dati affidabili e condivisibili (con regole chiare), la città può: migliorare manutenzione e sicurezza (anomalia, degrado, rischio), pianificare servizi con evidenze (mobilità, raccolta rifiuti, microclima urbano), misurare risultati reali dei progetti di rigenerazione (non solo promesse).

Ma qui entra un tema delicato: governance del dato, privacy, interoperabilità, cybersecurity. Senza standard e responsabilità, i dati restano silos o diventano rischio.

3) Servizi: comfort, salute, inclusione
Un edificio “come servizio” può abilitare: qualità dell’aria interna e benessere monitorati e migliorati, assistenza agli anziani e fragili (ambient assisted living) con sistemi non invasivi, spazi adattivi e più accessibili, manutenzione predittiva che evita guasti e disservizi.

In una smart city matura, il cittadino non “vede” la tecnologia: vede che vive meglio.

Come si vivrebbe in città costruite con questi standard

Immaginiamo un quartiere progettato secondo questa logica.

Gli edifici cooperano con la rete, l’energia locale è valorizzata, i consumi sono ottimizzati senza sacrificare comfort, con meno blackout e meno sprechi.

Bollette più stabili e prevedibili: con gestione intelligente e servizi energetici integrati, la vulnerabilità economica può ridursi, soprattutto se le amministrazioni legano questi standard a politiche sociali.

Monitoraggio continuo e impianti gestiti davvero, non solo “installati”, garantiscono aria migliore negli ambienti chiusi (scuole, uffici, case), mentre le soluzioni nature-based e la progettazione coerente con il microclima urbano diventano parte del pacchetto, non un ornamento, per andare verso città più fresche e vivibili.

Grazie, inoltre, ad una manutenzione programmata e predittiva, con risparmi e meno disagi, si esce anche dall’idea comune e ormai consolidata dei cantieri emergenziali, immaginando una crescita urbana con prestazioni misurabili e governabili in nome dell’efficienza e della sostenibilità.

Possiamo avere davvero in Italia centri urbani “UNI 11973:2025 ready”?

Qui il confronto è inevitabile. Tecnologicamente, sì: molte componenti esistono già. Il vero nodo è sistemico.

I punti a favore sono diversi. La norma può diventare un linguaggio comune tra progettisti, imprese e PA: oggi spesso manca. Il bisogno è enorme: il patrimonio edilizio italiano è in larga parte inefficiente e la rigenerazione urbana è una priorità. L’Europa spinge su decarbonizzazione e qualità dell’ambiente costruito: chi si muove con standard chiari corre meglio.

I limiti della situazione attuale non mancano. Frammentazione amministrativa e tempi lunghi sono un primo limite, perchè la rigenerazione urbana richiede continuità, competenze e governance. In molti contesti, la filiera decisionale è spezzata.

Di seguito altri elementi di criticità.

  1. Competenze disomogenee nelle PA: integrare standard avanzati in bandi e regolamenti non è banale. Senza capacity building, la norma rischia di restare “per addetti ai lavori”.
  2. Silos tecnologici: tanti progetti smart sono nati come sperimentazioni verticali (energia da una parte, dati dall’altra). Il multiscalare richiede interoperabilità reale.
  3. Economia del breve periodo: costruire/riqualificare per il ciclo di vita costa di più all’inizio ma rende di più nel tempo. Serve un mercato (e una finanza) che premi il valore nel lungo periodo.
  4. Dati e fiducia: lo scambio di dati e servizi implica trasparenza e regole. Senza fiducia e governance, gli ecosistemi non decollano.

La norma sarà un acceleratore o resterà una “bella cornice”?

Una norma, da sola, non trasforma le città. Ma può fare una cosa decisiva: ridurre l’ambiguità. E l’ambiguità, nei progetti di smart city, è spesso il killer silenzioso: ognuno intende “smart” a modo suo, e alla fine si ottengono oggetti digitali che non parlano tra loro.

Se UNI 11973:2025 verrà adottata nelle gare pubbliche, usata come riferimento nei programmi di rigenerazione, accompagnata da strumenti di verifica e competenze, allora può diventare un vero acceleratore, capace di portare l’Italia oltre la stagione dei pilot e verso quartieri replicabili, misurabili, scalabili.

Se invece resterà confinata a progetti “vetrina”, il rischio è noto: qualche edificio iconico, pochi benefici diffusi, e una smart city che non diventa mai “normale”.

La sfida è tutta qui, quindi, nel saper trasformare la smartness da eccezione a infrastruttura quotidiana. E, per una volta, avere uno standard che prova a tenere insieme energia, digitale, ciclo di vita e relazione con la città è un buon punto di partenza.

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