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WEF15. L’Italia non attrae e non valorizza i talenti, ecco perché resta poco competitiva

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L’Italia continua a occupare i piani bassi dell’indice della competitività globale: resta al 36esimo posto (su 93) del Global Talent Competitiveness Index 2014 sviluppato dalla business school Insead e da Adecco e presentato oggi in occasione dell’apertura del World Economic Forum di Davos.

La classifica valuta la competitività dei paesi sulla base di sei indicatori, dei quali 4 sono indicati come input – valorizzazione, attrattività, crescita e mantenimento dei talenti – e sono considerati fondamentali per la competitività di una nazione. I paesi che si trovano in cima alla classifica – quest’anno Svizzera, Singapore, Lussemburgo, Stati Uniti, Canada, Svezia e Regno Unito – sono, in sostanza, quelli che investono di più nell’apprendimento permanente attraverso, ad esempio, una formazione adeguata e continuata; quelli in cui il mercato del lavoro è caratterizzato da flessibilità e mobilità; quelli che hanno una riconosciuta tradizione di apertura all’immigrazione controllata e, infine, le società aperte e sostenibili.

Per essere competitivi, sottolinea il rapporto, “servono mercato del lavoro più flessibile per assicurare la rotazione e un miglior accesso alle offerte di lavoro; liberalizzazione delle regole; eliminazione delle regole inutili od obsolete e riduzione delle tasse sul lavoro”.

È da dire che nelle prime 20 posizioni, 14 sono occupate da paesi europei e si tratta comunque di paesi tutti ad alto reddito, quindi con una migliore qualità della vita, del sistema scolastico e universitario e con retribuzioni migliori, fattori questi essenziali per coltivare, attrarre e mantenere i talenti: in classifica figurano anche Danimarca (8), Irlanda, (10) Norvegia (11), Olanda (12), Finlandia (13), Germania (14) e Belgio (18). Meglio di noi fanno Francia (23), Spagna (30) e Portogallo (32).

The Global Talent Competitiveness Index 2014

Tra i fattori che penalizzano il nostro Paese in termini di attrattività, lo studio indica, tra le altre cose, innanzitutto la mancanza di una normativa adeguata e di un contesto di mercato che promuova la concorrenza, l’innovazione e il fare impresa.  Pesano poi l’alto tasso di studenti che lasciano la scuola fortemente impreparati in matematica, abilità sociali e di squadra: “Più di un adulto su 5 in Italia, Spagna e Francia ha un’alfabetizzazione inferiore ai livelli basic”, sottolinea lo studio, che stigmatizza anche la scarsa presenza delle donne nel mondo del lavoro (siamo nello stesso gruppo di Messico e Turchia in fatto di partecipazione femminile al mondo del lavoro, per intenderci).

Per quanto riguarda il nostro piazzamento nei 4 ‘pilastri’ input,  siamo al 55esimo posto in quanto a ‘valorizzazione dei talenti’ – risultiamo al 91esimo posto in quanto a ‘relazioni tra aziende e governo’ e al 78esimo in quanto ad ‘assorbimento tecnologico da parte delle aziende’ (risaliamo però al 26esimo in quanto ad accesso all’ICT). E ancora, non brilliamo (siamo 87esimi) in fatto di collaborazione tra lavoratori e datori di lavoro e all”84esimo posto in quanto a ricorso a una ‘gestione professionale’ delle aziende.

Siamo quindi in 58esima posizione per capacità di attrarre i talenti: e all’85esimo posto per ‘afflusso di investimenti esteri diretti’ e per trasferimento tecnologico dall’estero.. Saliamo leggermente,  al 60esimo, nell’indice che misura la disparità di trattamento economico tra uomini e donne.

Ce la caviamo un po’ meglio in termini di istruzione (21esimo posto) e ‘crescita dei talenti’ (29esimo) – anche se non facciamo molto in termini di formazione del personale (53esimo posto). Ci piazziamo al 14esimo posto per le capacità professionali ma scivoliamo al 40esimo per la conoscenza globale, al 91esimo posto in termini di rapporto tra salario e produttività e al 92esimo per ‘estensione ed effetti della tassazione sul lavoro’.

Di cammino da fare per recuperare, insomma, ce n’è parecchio visto che, come sottolinea lo studio, “i talenti sono ‘la valuta principale della competitività’ non solo per le aziende, ma anche per le economie nazionali”. E un paese come l’Italia che si piazza a un inglorioso 36esimo posto e riesce ad attrarre, valorizzare e trattenere meno talenti di quanto riescano a fare Cile, Arabia Saudita e Slovenia non può dirsi certo soddisfatto.

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