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Usa, il DHS preme sulle Big Tech per identificare chi critica l’amministrazione Trump

Negli Stati Uniti il Dipartimento per la Sicurezza Interna (DHS) è finito al centro di nuove polemiche per l’uso di strumenti amministrativi con cui avrebbe tentato di ottenere dati personali su cittadini e account social critici nei confronti dell’amministrazione Trump.

Secondo diverse inchieste giornalistiche di Bloomberg e del Washington Post, l’agenzia federale avrebbe fatto ricorso a citazioni amministrative per chiedere alle Big Tech informazioni identificative su utenti anonimi che documentano le attività dell’ICE o criticano le politiche governative.

Il caso delle citazioni amministrative

Il punto chiave? Lo strumento utilizzato. Le citazioni amministrative, a differenza di quelle giudiziarie, non richiedono l’autorizzazione di un giudice. Possono essere emesse direttamente dalle agenzie federali e consentono di richiedere a piattaforme digitali e operatori telefonici una vasta gamma di dati sugli utenti, senza una supervisione preventiva dell’autorità giudiziaria.

Non permettono di accedere ai contenuti delle comunicazioni o ai dati di localizzazione, ma possono comunque rivelare informazioni sensibili come indirizzi IP, orari di accesso, dispositivi utilizzati, email e altri elementi utili a identificare una persona.

DHS: le intimidazioni dopo i casi di Minneapolis

Negli ultimi mesi il dipartimento della Sicurezza interna avrebbe utilizzato questo strumento per cercare di smascherare account Instagram anonimi che condividono informazioni sui raid dell’ICE nei quartieri statunitensi. In almeno un caso, riportato da Bloomberg, l’agenzia ha chiesto a Meta i dati relativi a un account impegnato nella tutela dei diritti degli immigrati in Pennsylvania, sostenendo di aver ricevuto una segnalazione su presunti pedinamenti di agenti federali.

L’intervento dell’American Civil Liberties Union ha però portato al ritiro della citazione, in assenza di prove di illeciti. Secondo l’ACLU, si tratta di un tentativo di intimidazione verso chi documenta attività governative o esprime dissenso politico, attività protette dal Primo Emendamento.

Un ulteriore elemento di criticità arriva da un’inchiesta del Washington Post, che racconta il caso di un pensionato americano finito nel mirino del DHS dopo aver inviato un’email critica a un avvocato dell’agenzia federale. Nel giro di poche ore, Google lo ha informato che il suo account era stato oggetto di una citazione amministrativa. La richiesta includeva dettagli su tutte le sue sessioni online, indirizzi IP, servizi utilizzati e altri dati personali. Due settimane dopo, agenti federali si sono presentati alla sua abitazione, pur riconoscendo che l’email non violava alcuna legge.

DHS chiede i dati: cosa faranno le big tech?

Cosa faranno le aziende tecnologiche? Aiuteranno le governo statunitense nel suo piano di controllo totale della popolazione? Le citazioni amministrative non hanno la forza di un ordine giudiziario e lasciano alle aziende un certo margine di discrezionalità nel rispondere. Google ha dichiarato di aver contrastato richieste eccessive o improprie, mentre Meta non ha chiarito se abbia fornito dati nei casi citati. I report di trasparenza pubblicati dalle Big Tech, inoltre, raramente distinguono tra richieste giudiziarie e amministrative, rendendo difficile valutare l’effettiva portata del fenomeno.

Il tema tocca anche il nodo della crittografia. Le piattaforme che adottano la crittografia end-to-end, come Signal, sostengono di non poter fornire dati che non possiedono. Tuttavia, molte altre aziende conservano metadati sufficienti a rendere identificabili account che appaiono anonimi, dimostrando come la protezione della privacy non dipenda solo dai contenuti, ma anche dalla gestione delle informazioni private.

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