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Una nuova strategia industriale europea, 20 misure per più investimenti, più crescita e quindi meno tasse

Il lavoro svolto negli ultimi anni nella ricerca economica e il dibattito intenso da un lato sui nuovi obiettivi delle imprese e dall’altro sugli obiettivi politici delle istituzioni europee nel prossimo futuro indicano che è necessaria una politica economica In Italia e in Europa molto diversa da quella neoliberista e centralista, basata unicamente su regole restrittive dei bilanci pubblici, che tagliano investimenti e servizi collettivi, e su un’espansione monetaria, che alimenta la bolla speculativa dei mercati finanziari.

È necessaria una nuova politica economica, che chiamiamo una “Nuova Strategia Industriale Europea”, orientata ai cittadini e al territorio, che rilanci la crescita economica europea, che in alcuni Paesi come l’Italia è stata troppo bassa, anche a causa del crollo degli investimenti, privati e pubblici.

La nuova politica economica europea potrà riavvicinare le istituzioni europee ai cittadini europei, se sarà in grado di rispondere ai loro bisogni di migliore qualità della vita nelle città, alla necessità di preservare l’ambiente naturale e all’urgenza di una riduzione delle disparità sociali e di una maggiore pressione fiscale sui redditi più alti, che spesso eludono le imposte.

La nuova strategia industriale

La “Nuova Strategia Industriale” deve integrare la politica di bilancio e la politica monetaria, che sono le tipiche politiche del tradizionale approccio neoliberista e centralista, che è da tutti criticato sia dalla nuova sinistra che dalla nuova destra, sia in Europa che negli Stati Uniti.

Le politiche monetarie e fiscali sono di fatto inefficaci nel breve periodo o incapaci di promuovere un rilancio immediato dell’economia, che richiede invece di promuovere la fiducia reciproca, la certezza delle prospettive a medio termine e quindi progetti di investimento condivisi dei diversi attori privati e pubblici, tramite strumenti di politica industriale, regionale, del lavoro, finanziari e fiscali, nella prospettiva di eco-sistemi territoriali integrati.

La “Nuova Strategia Industriale” pone, pertanto, al centro del dibattito politico:

a) l’obiettivo dello sviluppo sostenibile ed inclusivo dal punto di vista ambientale economico e sociale;

b) la riduzione delle disparità di reddito e di ricchezza;

c) la partecipazione attiva dei cittadini e il decentramento delle decisioni politiche;

d) la trasformazione radicale del sistema produttivo in Italia e in Europa tramite la diversificazione verso nuove produzioni industriali e terziarie, che valorizzino la conoscenza, le capacità professionali e rispondano i bisogni dei cittadini sul territorio dove vivono con le loro tradizioni, vocazioni e culture.

20 azioni di politica economica

La “Nuova Strategia Industriale Europea”, che il Gruppo “Crescita, Investimenti e Territorio (un think-tank e movimento politico-culturale indipendente e aperto) propone (clicca qui per aderire al gruppo LinkedIn), indica come prioritarie le seguenti 20 azioni di politica economica:

1. promuovere tassi di crescita del PIL più elevati e la riduzione del divario tra l’Europa e le altre grandi aree economiche internazionali, stimolando la domanda interna (consumi e investimenti pubblici e privati) e i redditi da lavoro, riducendo così l’eccessivo surplus corrente esterno europeo,

2. evitare l’eccessiva austerità fiscale nel bilancio pubblico, ridurre la pressione fiscale in particolare sul lavoro e sui redditi bassi (comprese aliquote IVA più basse su beni “di merito” selezionati) e cambiare la composizione della spesa pubblica per sostenere gli investimenti e ridurre le spese correnti,

3. promuovere un “New Deal per l’Europa” e lanciare un piano europeo di investimenti per migliorare le infrastrutture sociali, per la manutenzione straordinaria dell’ambiente e del territorio e per la creazione di nuove produzioni tramite progetti di sviluppo regionali e settoriali, e finanziare questo piano di investimenti europei attraverso le obbligazioni della Banca Europea per gli investimenti, che saranno rimborsate tramite le entrate dei governi nazionali, che potranno aumentare con una ripresa degli investimenti, dell’occupazione e del PIL.

Pertanto, il principio della “regola d’oro” (golden rule) dovrebbe escludere questi investimenti dagli indicatori del patto di stabilità per dimostrare il ruolo della solidarietà europea e fare un passo importante verso il rafforzamento dell’identità europea comune,

4. invertire la continua riduzione della spesa pubblica e privata in capitale e promuovere l’innovazione, la produttività del lavoro all’interno delle imprese e anche nella pubblica amministrazione e stimolare nuove opportunità di diversificazione in produzioni innovative e la creazione di nuovi posti di lavoro,

5. aumentare i consumi individuali e collettivi, gli investimenti nell’istruzione, nella ricerca, nella cultura e nella sanità pubblica,

6. aumentare gli alloggi a prezzi accessibili e sociali, gli investimenti in reti di trasporto regionali efficienti e migliorare la qualità della vita nelle città,

7. ridurre l’eccessiva disuguaglianza nella distribuzione del reddito e della ricchezza e nell’accesso all’istruzione tra il primo segmento compreso tra l’1% e il 10% e la grande parte dei cittadini e combattere la povertà estrema e l’esclusione sociale,

8. spingere le imprese ad adottare un più ampio “senso di scopo” rinunciando a una visione di breve termine, considerare anche i risultati sociali e ambientali e non solo i risultati e i profitti finanziari. Pertanto, le aziende dovrebbero impegnarsi a intraprendere azioni concrete, che permettano di soddisfare le esigenze di tutte le parti interessate (stakeholders): clienti, dipendenti, fornitori, comunità locali e non solo gli azionisti. L’UE dovrebbe rafforzare l’attuale leadership europea nella quota delle società che adottano la governance ambientale e sociale (ESG, allargando la CSR) e promuovere gli investimenti delle imprese nelle loro rispettive comunità locali e regionali,

9. riorientare il settore finanziario e le grandi società per utilizzare i profitti aziendali nella spesa in conto capitale piuttosto che in riacquisto di azioni proprie e nella distribuzione di dividendi e limitare le transazioni finanziarie a breve termine, disincentivando l’accumulazione patrimoniale (“shareholder value”) e incentivando la produzione, l’investimento reale materiale e immateriale, la distribuzione di reddito e stimolando una più efficiente allocazione delle risorse ambientali, energetiche, del lavoro oltre che della conoscenza anche con i soggetti esterni alle imprese. Questo sarebbe vantaggioso a lungo termine per le imprese stesse e anche per la creazione di valore aziendale e i mercati azionari,

10. sostenere investimenti innovativi materiali e immateriali delle imprese private, anche diminuendo le tasse su tali investimenti e sulla creazione di reti di innovazione con altre imprese, lo sviluppo di “piattaforme integrate” che stimolino sinergie orizzontali o intersettoriali, invece che solo verticali come nelle tradizionali filiere produttive,

11. limitare l’eccessiva concorrenza fiscale tra i paesi dell’UE e promuovere l’armonizzazione delle normative fiscali in materia di reddito delle società e la riduzione delle lacune nel codice fiscale delle società e la manipolazione degli utili verso giurisdizioni offshore a bassa fiscalità,

12. promuovere la concorrenza, rompere società troppo grandi (ad es. Google, Amazon, Facebook, Tencent) e limitare posizioni di monopolio e forme di rendita nei mercati digitali con rigide normative antitrust nell’interesse dei consumatori,

13. aumentare la fiducia delle imprese, promuovere la loro collaborazione con i consumatori e i risparmiatori e gli altri attori (stakeholders) locali e regionali, in modo da ridurre l’incertezza economica, promuovere progetti di sviluppo congiunti in determinate aree territoriali in difficoltà e in nuove produzioni basate sulla conoscenza, sulle competenze multifunzionali e polisettoriali nel campo industriale e dei servizi,

14. promuovere l’innovazione nelle società tecnologiche (“unicorni”) e nelle grandi aziende, ma anche nelle piccole e medie imprese e nel settore dei servizi per diversificare le loro produzioni tradizionali e migliorare le loro prestazioni e il collegamento in rete con altre società locali e a scala europea,

15. promuovere l’istruzione e le competenze, assumere e trattenere lavoratori qualificati, aumentare i salari (anche adottando un salario minimo), creare opportunità di lavoro attraenti e ridurre l’emigrazione dei giovani, ridurre l’orario di lavoro e assicurare più tempo libero ai lavoratori secondo la loro età e genere e le loro esigenze specifiche e aumentare il tempo dedicato dai lavoratori al lavoro creativo collaborativo finalizzato all’innovazione in collaborazione con scuole e università a scala locale e nazionale,

16. creare un ambiente urbano vivibile in aree congestionate o in difficoltà, promuovendo investimenti attraverso progetti integrati urbani / territoriali nelle seguenti nuove produzioni e servizi, che determinano congiuntamente le condizioni di vita del cittadino:

a) alimentazione;

b) alloggio;

c) mobilità e logistica;

d) cultura, tempo libero e media;

e) sanità, assistenza sociale e istruzione;

f) ambiente, risparmio energetico e pianificazione territoriale,

che trainano anche la diversificazione del sistema produttivo nazionale e locale verso attività industriali innovative correlate e consentono di promuovere il riciclo energetico e dei rifiuti.

17. aumentare il benessere dei cittadini europei, promuovere la qualità ambientale e il risparmio energetico e la protezione dalle catastrofi naturali (terremoti e grandi alluvioni), attraverso programmi integrati sul territorio e non solo attraverso misure che mirano alla riduzione delle emissioni di carbonio nei singoli settori industriali.

18. in una prospettiva organizzativa e normativa, è necessario prima di tutto, concentrare gli interventi di politica economica in specifiche aree problematiche sia urbane che periurbane e rurali.

In secondo luogo, per favorire una maggiore crescita economica sia a scala europea che nazionale, è necessario individuare e promuovere nuove produzioni strategiche e innovative, che devono essere fortemente integrate tra di loro all’interno delle specifiche regioni e aree di intervento suindicate e devono rispondere alle esigenze dei rispettivi cittadini.

In terzo luogo, è necessario promuovere le strategie di investimento e gli strumenti di intervento specifico utili a promuovere da un lato la creazione e la crescita di nuove imprese high-tech (“unicorni”) e la diversificazione e l’internazionalizzazione delle grandi imprese che sono ”campioni nazionali” di rilevanza strategica, dall’altro la necessaria integrazione verticale delle imprese di medie dimensioni dinamiche e delle piccole imprese industriali e di servizi e infine la ristrutturazione delle molte imprese in crisi e delle aree locali rispettive,

19.  promuovere la cooperazione internazionale tra l’Unione Europea e gli Stati Uniti e le altre principali economie mondiali, negoziando e riducendo i conflitti economici, ambientali, energetici e geopolitici, riallineando le politiche commerciali e promuovendo normative internazionali che contrastino il furto di proprietà intellettuale e i trasferimenti di tecnologia forzati,

20. rafforzare le culture, i valori, le spinte, la reciprocità e l’identità le istituzioni europee, anche promuovendo una crescita più sostenuta del PIL europeo e una maggiore coesione interregionale nell’Unione Europea, riducendo le disparità di reddito, mirando a un migliore benessere per i cittadini europei e ad un ambiente più sostenibile.

Una nuova politica di fiducia

In conclusione, la crisi degli Stati Nazionali, sia troppo piccoli nella globalizzazione che distanti dai problemi e bisogni quotidiani dei cittadini in Europa, non si risolve con i “sovranismi” ma tramite una nuova politica Europea più democratica e partecipata, che contrasti la sfiducia dei cittadini nei confronti dello Stato e dell’Unione Europea. [2]

La politica economica europea deve promuovere le autonomie e il federalismo, anche con reti transfrontaliere, dentro ad un’architettura istituzionale dell’Unione Europea definita su un triplice livello territoriale, nazionale e continentale.

L’identità europea non deve basarsi solo sul consenso sull’importanza delle quattro libertà di circolazione: delle merci, dei servizi dei capitali e delle persone, ma anche sulla consapevolezza comune dell’importanza di promuovere processi interattivi di innovazione e di creazione di nuova conoscenza e nuovi modelli di consumo collettivi e sostenibili da parte dei cittadini. In terzo luogo, l’identità europea deve basarsi sulla volontà comune di promuovere l’esercizio della cittadinanza attiva e il processo di partecipazione informata al processo deliberativo dei cittadini, costringendo i singoli Stati ad un maggiore decentramento politico e amministrativo.

Pertanto, la politica economica dell’Unione Europea e dello Stato Italiano deve valorizzare tramite opportuni regolamenti le iniziative imprenditoriali pubblico-privato organizzate dal basso e la partecipazione dei cittadini e delle loro associazioni nella progettazione di servizi e infrastrutture, che generano nuovi posti di lavoro e produzioni moderne capaci di dare una risposta ai bisogni dei cittadini.

In sintesi, la “Nuova Strategia Industriale” orientata ai cittadini e al territorio propone alla Unione Europea e ai Governi, al mondo della politica e al mondo del lavoro e delle imprese una nuova agenda di politica economica, che mira a promuovere gli investimenti e l’innovazione, che stimolano la crescita del PIL sia dal lato della domanda che dell’offerta. Infatti, un aumento del PIL riduce il rapporto Deficit o Debito pubblico rispetto al PIL e determina un aumento delle entrate fiscali e quindi permetterebbe una riduzione delle imposte e anche una redistribuzione dei redditi a favore dei cittadini meno ricchi. 

Pertanto, nel caso dell’Italia, la “Nuova Strategia Industriale” permetterebbe di raggiungere i seguenti obiettivi operativi di una nuova politica economica nazionale tra loro collegati:

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