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Una “Luna sintetica” per addestrare i robot della Nasa

James Hansen

La Nasa, l’ente spaziale americano, si prepara a tornare sulla Luna dopo oltre cinquant’anni. L’ultima missione umana a toccare il suolo lunare ha infatti lasciato definitivamente il satellite della Terra nel dicembre del 1972. La nuova campagna di visite ha posto il problema di come testare i veicoli robotizzati che dovranno assistere le esplorazioni senza avere una conoscenza aggiornata delle condizioni che troveranno, specialmente perché impiegheranno tecnologie che mezzo secolo fa non esistevano.

La regione attorno al polo sud della Luna, obiettivo dei prossimi viaggi americani, ha caratteristiche di conformazione del terreno e soprattutto di illuminazione molto diverse da quelle delle zone esplorate dagli astronauti umani durante le loro visite – sei in tutto – del secolo scorso. In particolare, l’angolazione acuta con la quale la luce solare colpisce la Luna ai suoi poli è fortemente radente e occorrerà ‘insegnare’ alla nuova strumentazione robotica come riconoscere e interpretare correttamente il paesaggio del satellite in condizioni di illuminazione che non esistono sulla Terra e che non sono state incontrate nemmeno su Marte.

Per ricreare l’ambiente lunare in California, dove ha sede l’Ames Laboratory della Nasa che gestisce il progetto, i ricercatori hanno costruito una sorta di gigantesca sabbiera (vedi l’immagine qui sopra), riempiendola di molte tonnellate di una polvere finissima che replica quella presente sulla superficie del satellite e che permette di provare anche i sistemi di trazione dei ‘rovers’, una sorta di carrelli automatizzati che dovranno assistere in autonomia gli astronauti umani nelle loro esplorazioni.

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