Creare un tribunale speciale, dedicato a dipanare le diverse matasse in materia di digitale e di Internet (dal Cloud all’AI, passando per la net neutrality, la cybersecurity e la data protection). Un tribunale con giudici competenti, che abbiano i rudimenti su software e reti per poter giudicare con cognizione di causa su temi che hanno a che vedere con tecnologie, software e affini. L’Italia sarebbe il primo paese al mondo ad istituire il Tribunale di Internet. E’ questo il nocciolo del disegno di legge depositato al Senato l’11 giugno, primo firmatario il senatore dem Nicola Irto. Il problema dichiarato da risolvere è trovare una categoria di giudici in grado di discettare con sicurezza dal Cloud all’AI. In realtà, esiste già qualcosa del genere nel Regno Unito. E alcune perplessità nascono dal fatto che l’età media dei nostri magistrati è elevata, difficile pretendere da loro una full immersion di digital, cloud e AI.
La proposta
Ne ha scritto sul Linkedin l’avvocato cassazionista Antonino Polimeni, padre giuridico del provvedimento, che ha suscitato non pochi commenti sul social. “La mia idea prevede l’istituzione di un “Tribunale di Internet”, o meglio di sezioni specializzate in materia digitale all’interno dei tribunali ordinari italiani: giudici formati specificamente per gestire le controversie su software, cloud, intelligenza artificiale, piattaforme e dati. Cause in cui la prestazione digitale è il cuore del rapporto – ha scritto Polimeni – Se questo disegno di legge venisse approvato, saremmo i primi in Europa a dotarci di giudici specializzati. Adesso il testo verrà discusso. L’iter è quello parlamentare, con i suoi tempi e le sue incertezze. Ma il lavoro è fatto, il testo è depositato, e per la prima volta in questo Paese esiste una proposta organica per dare alle controversie digitali il giudice che meritano”.
Ma è una buona idea? La maggior parte dei giudici esclusi da questa specializzazione
La maggior parte dei commenti al post è positiva, molti hanno accolto in maniera entusiastica l’idea. Con qualche eccezione. Una voce fuori dal coro avanza alcune osservazioni critiche. Scrive un’utente “Vado controcorrente: per me un’idea che fa un po’ di acqua da tutte le parti. 1: amplifica quello che si dovrebbe evitare in termini di “AI Safety” ovvero amplifica l’ignoranza dei giudici che vengono tenuti fuori da questa nuova “specializzazione”, quando in questo momento si dovrebbe fare il contrario, ovvero fornire ai giudici conoscenze tali da non essere sopraffatti in questi casi. 2: se adesso è stato presentato il disegno di legge, l’implementazione arriva in ritardissimo..se arriva. 3: se anche fosse una buona idea, i giudici dovrebbero essere formati in maniera totalmente differente, uguale per il concorso….again..non ci siamo con le tempistiche”.
In molti casi la tecnologia non è più un dettaglio tecnico
Un altro utente dice che “In molti ambiti la tecnologia non è più un dettaglio tecnico ma parte integrante del problema da valutare. Quando la competenza specialistica manca, il rischio non è solo un errore tecnico ma una decisione che non riflette la reale complessità del caso”. Allo stesso tempo, un altro utente dice la sua: “mi porta a riflettere su alcune sfide importanti: sarà sufficiente creare sezioni specializzate o sarà necessario investire anche nella formazione diffusa della magistratura? Come si garantirà un aggiornamento continuo delle competenze in ambiti che evolvono rapidamente come cloud, dati e intelligenza artificiale? E come evitare che la specializzazione crei differenze di approccio tra materie tradizionali e digitali?”.
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