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Un ricordo della voce per antonomasia, una recita privata di Arnoldo Foà

Per la rubrica “Passato prossimo non venturo” Lucio Saya ripercorre un ricordo personale di quello che considera la “Voce per antonomasia del teatro italiano” rievocando per i lettori di Democrazia futura quella che bel titolo definisce “Una recita privata di Arnoldo Foà”.

Negli anni ottanta ricevo una telefonata dalla RAI

     “Per favore, vuol darci il suo numero di matricola?”

Lucio Saya

Non sapevo di quale matricola parlassero e non avevo nessun numero da dargli. Dissero che la mia voce girava sui loro canali. Probabilmente si trattava di programmi realizzati da Stabilimenti e Produzioni esterne. Allora mi dissero di consegnare certi documenti nel tale ufficio Rai, alcuni in un altro, poi “depositare” la mia voce in un’altra Sede ancora. Così mi affibbiarono un Numero di matricola e divenni una delle voci della Rai.

Il senso di questa premessa si potrà cogliere più avanti.

Torno ora nei miei panni di documentarista. In tale veste un giorno venni convocato dall’Inail a proposito di un filmato che l’Istituto intendeva produrre e che avrebbe riguardato i grandi infortuni nei luoghi di lavoro.

Durante la fase di studio e impostazione, fu chiara l’intenzione di non rendere il film più drammatico di quanto già non lo fossero gli argomenti esposti. Proposi allora di comunicare, nei passaggi opportuni, il “senso della morte” in maniera poetica anziché tragica. Alle scontate perplessità ribattei che vi sono poesie di grandi autori che trattano l’argomento in modo, appunto, poetico. La mia proposta fu accettata e cominciai a mettere ordine nelle mie idee e a metterle bene a fuoco.

Nei miei lavori, salvo eccezioni, non ho impiegato la mia voce ma ho preferito ricorrere ad altri doppiatori o speakers e sono uno dei tanti che considera quella di Arnoldo Foà la “voce” per antonomasia del Teatro italiano, della Radio etc. Speravo di avere la sua voce per la lettura delle poesie che avevo scelto. Conoscevo Arnoldo e per telefono mi era sembrato in forma. Siccome però aveva già brindato ai novantadue anni e si doveva parlare di varie cose, chiesi se era possibile incontrarci. Mi avrebbe fatto avere un appuntamento.

Ero immerso fra le pagine di una sceneggiatura quando Anna, la sua terza moglie, mi telefonò confermando l’appuntamento da lì a poco. Arnoldo però abitava nel quartiere Trionfale, precisamente in via Acquedotto Paolo,  cioè dalla parte opposta di Roma rispetto a dove mi trovavo in quel momento. Afferrai al volo una giacca, era a quadrettini di un certo colore, la indossai su una camicia a quadrettini di un colore assolutamente dissonante, sfrecciai via e arrivai puntuale.

Anna mi aprì la porta e mi accompagnò da lui. Ebbi così il privilegio e il piacere di assistere ad una recita del grande Arnoldo Foà, dedicata solo a me!

Era seduto su una poltrona dello studiolo, con la sua pipa, che però era spenta, ed aveva quell’espressione burbera che a volte assumeva, forse per un gioco che lo divertiva. Allungai la mano per stringere la sua ma lui, alzando leggermente la spalla, allontanò il braccio da me. Lì per lì rimasi un po’ sconcertato da quell’atteggiamento scostante e cercai di cogliere qualcosa nei suoi occhi, che però rimanevano decisamente severi; e all’improvviso ricordai quello che disse una volta ad un giornalista che lo intervistava

 “Mi fa piacere essere intervistato da persone intelligenti. Naturalmente non è il caso suo….”

Così stretti al gioco gustandomi quell’interpretazione di un vecchio burbero e caustico. 

Arnoldo mi squadrò, soffermandosi sull’accostamento giacca-camicia, poi arricciando il naso disse

“Ma come cazzo ti sei vestito!?”

poi con il mento indicò la sedia di fronte a lui. Poggiai una cartellina sulla scrivania, sedetti e cominciai a spiegare il motivo della mia visita, ma dopo qualche parola mi interruppe, fece un gesto di disprezzo verso la mia cartellina e

“Mi stai facendo perdere tempo! Sbrigati a dirmi cos’è quell’enorme porcata che soltanto tu potevi scrivere….”?

Non era mia intenzione contraddirlo, ma….

 “Ma no Arnoldo… non è roba mia! Sono poesie di Neruda, Montale, Cardarelli….”

E aggiunsi che avrei voluto la sua voce fuori campo per….

 “Perché, e se apparissi in video?…. per esempio davanti ad un leggio?”

Risposi che non avrei chiesto di meglio, ma….

  “Ma cosa?! Forse la mia faccia ti fa schifo?”

(ormai toccava anche a me continuare a recitare) Provai a spiegare che la sua faccia andava benissimo ma che l’immagine in aggiunta alla voce diventava un problema di budget e….

  “Ne fai una miserabile questione di soldi?!”

(certo che la facevo!) e continuò

“Se mi paghi molto, leggerò in maniera sublime!…. ma se mi paghi poco saprò leggere in modo da far ribrezzo quasi quanto quella stronzata che hai scritto tu!….”

Andò avanti così per una ventina di minuti. Non fu facile, ma quando finalmente riuscimmo a dirci quello che dovevamo, Arnoldo decise di smetterla. Aprì il suo largo sorriso, rimise la pipa fra i denti e mi dette la mano.

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