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Ue, inizia il semestre irlandese. Il nodo del rapporto tra Dublino e le Big Tech

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Irlanda alla guida dell’UE tra dubbi e pressioni: la presidenza di turno riaccende i sospetti su una possibile eccessiva prossimità di Dublino alle Big Tech americane.

Irlanda alla guida del Consiglio UE: il banco di prova della sovranità digitale europea

L’Irlanda assume oggi la presidenza di turno del Consiglio dell’Unione europea in uno dei momenti più delicati della politica industriale e tecnologica del continente. A Dublino, la cerimonia di apertura vedrà la partecipazione del presidente del Consiglio europeo António Costa e del Taoiseach Micheál Martin; domani sarà la volta della tradizionale riunione tra il governo irlandese e il Collegio dei Commissari guidato da Ursula von der Leyen.

Sul piano istituzionale, il semestre irlandese sarà chiamato a gestire dossier che spaziano dalla competitività europea alla sicurezza, fino alla regolazione del digitale, tema destinato a incidere direttamente sulla capacità dell’Unione di rafforzare la propria autonomia tecnologica. Il programma ufficiale della presidenza individua infatti tra le priorità competitività, valori e sicurezza, in linea con l’agenda strategica europea.

Proprio sul terreno digitale, tuttavia, l’Irlanda occupa una posizione peculiare all’interno dell’Unione. L’“indipendenza digitale” europea non dipende direttamente dalla presidenza di turno, ma da maggioranze sempre molto complesse dà ricercare tra Stati membri, Commissione e Parlamento, oltre che dal peso strutturale delle filiere tecnologiche americane in Europa. Da valutare quindi il ruolo di Dublino nel rallentare, ammorbidire o orientare certi dossier.

Dublino casa europea delle Big Tech

La quasi totalità delle principali Big Tech statunitensi, da Meta a Google, da Apple a Microsoft fino ad altre grandi piattaforme digitali, ha stabilito in Irlanda la propria sede europea. Questa scelta, favorita nel tempo da un contesto fiscale competitivo e da un ecosistema favorevole agli investimenti internazionali, attribuisce alle autorità irlandesi un ruolo centrale nell’applicazione di una parte significativa della normativa europea, in particolare nell’ambito della protezione dei dati personali attraverso il meccanismo dello “sportello unico” previsto dal GDPR.

Da non dimenticare che oggi circa tre quarti dei cavi sottomarini dell’emisfero settentrionale passano vicino o attraverso le acque irlandesi, rendendo questo Paese un nodo cruciale per la connettività internazionale. In questo caso, inoltre, si pone anche un problema di sicurezza fisica e cyber di queste infrastrutture, oltre che di protezione e controllo dei dati che vi passano.

Negli ultimi anni proprio questo sistema è stato oggetto di un intenso dibattito. Da un lato, numerosi osservatori, associazioni per i diritti digitali e alcuni rappresentanti delle istituzioni europee hanno criticato la lentezza con cui sarebbero stati conclusi alcuni procedimenti riguardanti le grandi piattaforme tecnologiche. Dall’altro, l’autorità irlandese ha sempre sostenuto che la complessità giuridica delle istruttorie richieda tempi incompatibili con valutazioni semplicistiche e che il numero e il valore delle sanzioni comminate dimostrino un’applicazione effettiva della normativa.

Conflitti di interesse in Irlanda, di mezzo Meta

A rendere ancora più delicato il dibattito, ha ricordato Oliver Grimm in un editoriale su La Matinale Européenne, contribuisce il tema, più generale, delle cosiddette revolving doors. La nomina alla guida della Data Protection Commission di un dirigente proveniente dall’attività di rappresentanza istituzionale di Meta in Irlanda, così come il successivo approdo del precedente commissario in uno studio legale che assiste anche grandi imprese tecnologiche, hanno alimentato interrogativi sul piano dell’opportunità politica. Si tratta di circostanze pubbliche che, pur non costituendo di per sé prova di alcuna irregolarità, contribuiscono ad alimentare il dibattito sull’indipendenza percepita delle autorità di regolazione.

Il contesto economico rende la questione ancora più complessa. L’economia irlandese beneficia in misura significativa della presenza delle multinazionali tecnologiche statunitensi, che rappresentano una componente rilevante dell’occupazione qualificata, degli investimenti esteri e del gettito fiscale del Paese. È dunque naturale che Dublino attribuisca particolare importanza alla competitività del proprio ecosistema industriale. Allo stesso tempo, proprio questa interdipendenza economica porta alcuni osservatori a chiedersi se l’Irlanda possa essere percepita come un arbitro completamente neutrale quando l’Unione è chiamata a definire regole destinate a incidere direttamente sul modello di business dei principali operatori digitali.

Dublino rivendica la sua indipendenza dalle Big Tech, ma i fatti dicono il contrario

Il governo irlandese respinge questa lettura. Dublino rivendica di applicare integralmente il diritto europeo e sottolinea come il quadro regolatorio sia oggi molto più rigoroso rispetto agli anni successivi all’entrata in vigore del GDPR. La stessa presidenza irlandese pone tra le proprie priorità ufficiali il rafforzamento della competitività europea, della sicurezza e della tutela dei valori comuni dell’Unione.

Resta tuttavia una questione di percezione politica. Recentemente, la ministra degli Esteri Helen McEntee ha pubblicato su LinkedIn un resoconto di un incontro con un rappresentante di Meta, definendolo un’occasione positiva per discutere le priorità del semestre europeo. L’incontro rientra nelle normali attività di interlocuzione tra governi e imprese; tuttavia, in un momento in cui Bruxelles discute di sovranità tecnologica, cloud europeo, infrastrutture digitali e riduzione delle dipendenze strategiche da fornitori extra-UE, anche il piano simbolico assume un peso politico.

La lunga strada verso l’indipendenza digitale (se mai riusciremo a percorrerla fino in fondo)

La vera domanda, quindi, non riguarda l’Irlanda in quanto tale. Il punto è comprendere se l’attuale architettura istituzionale europea sia sufficientemente robusta da garantire che decisioni strategiche sulla sovranità digitale dell’Unione siano percepite come pienamente indipendenti anche quando passano attraverso uno Stato membro che ospita una parte così rilevante dell’industria tecnologica americana.

L’autonomia strategica europea non si misura soltanto nella capacità di produrre semiconduttori, sviluppare infrastrutture cloud o investire nell’intelligenza artificiale. Si misura anche nella credibilità delle istituzioni chiamate a regolare il mercato. È su questo terreno che il semestre irlandese sarà probabilmente osservato con particolare attenzione. Non tanto per mettere sotto processo Dublino, quanto perché rappresenta uno dei principali test della capacità dell’Europa di conciliare apertura agli investimenti internazionali, competitività economica e indipendenza strategica nel settore digitale.

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