scenario

Trump vuole il petrolio del Venezuela, come gli USA controlleranno il mercato globale del greggio

di |

L’attacco di Washington al Venezuela avrà un profondo impatto sul mercato petrolifero mondiale, ma per Trump non sarà facile gestire tutti gli interessi americani attorno all’oro nero.

Trump: “Siamo noi al comando”. Le compagnie americane pronte a mettere le mani sul petrolio del Venezuela

Un quinto delle riserve mondiali ‘certificate’ di petrolio (circa il 18%) si trova nel sottosuolo del Venezuela. Secondo i calcoli confermati dalla U.S. Energy Information Administration, si parla di oltre 303 miliardi di barili di oro nero. Questo significa che chi controlla questo immenso volume di greggio non solo ha la possibilità di incrementare le proprie ricchezze, ma anche di influenzare in maniera diretta l’intero mercato mondiale del petrolio.

Sabato gli Stati Uniti hanno attaccato militarmente il Venezuela, prendendo in custodia l’ormai ex Presidente Nicolas Maduro e sua moglie. Ora la presidenza ad interim è nelle mani di Delcy Rodriguez, ma di fatto è Washington a dettare le regole.

In attesa di capire come gli Stati Uniti e in particolare il Presidente americano, Donald Trump, vogliono gestire questa crisi politica, militare ed economica da loro stessi innescata nel Paese latinoamericano, con ampi e ad oggi poco chiari risvolti geopolitici mondiali, in molti si concentrano sul futuro delle riserve petrolifere venezuelane e le possibili ricadute sul mercato globale del greggio.

Parlando con i giornalisti a bordo dell’Air Force One, durante il viaggio da Mar-a-Lago verso Washington, riferendosi al Venezuela, Trump ha detto chiaramente “Siamo noi al comando”, aggiungendo che “se non si comportano bene siamo pronti ad un secondo attacco”.

C’è da aspettarsi una nuova fase di “protagonismo” energetico americano?
Secondo l’American Petroleum Institute: “Eventi geopolitici come questo rafforzano l’importanza di una forte leadership energetica degli Stati Uniti“.

Il Nord America e il Venezuela in evidenza

Una rivendicazione storica

Ciò che gli Stati Uniti vogliono da Rodriguez, probabilmente, ruoterà attorno al petrolio venezuelano, che Trump e altri funzionari statunitensi hanno definito senza mezze parole “petrolio statunitense”.
Una rivendicazione storica che risponde, militarmente, alla nazionalizzazione dell’industria petrolifera eseguita da Caracas tra gli anni ’70 del secolo scorso e 2000, che ha costretto la maggior parte delle compagnie petrolifere statunitensi ad andarsene.

Su questo, prima di partire dalla sua residenza privata, il Presidente USA è stato abbastanza chiaro: “Faremo intervenire le nostre compagnie petrolifere, le più grandi al mondo, che spenderanno miliardi di dollari per riparare le infrastrutture petrolifere, ora gravemente danneggiate”.

Gli USA controlleranno il mercato mondiale del petrolio?

Pur rimanendo, per il momento, in vigore l’embargo al petrolio di Caracas, gli Stati Uniti hanno preso de facto il controllo delle risorse naturali del Venezuela e questo permetterà loro di influenzare pesantemente le dinamiche del mercato mondiale del petrolio, in particolare del suo prezzo al barile.

John Gong, professore presso l’Università di Economia e Commercio Internazionale di Pechino, ha spiegato che “L’Opec e le altre nazioni esportatrici di petrolio vedranno inevitabilmente diminuire la loro autonomia e il predominio degli Stati Uniti nell’ordine energetico mondiale sarà notevolmente rafforzato”, secondo quanto riportato dal South China Morning Post.

La chiave è prendere il controllo dell’energia, non solo per profitto, ma per riconquistare un potere di determinazione dei prezzi a livello globale”, ha affermato Wang Yiwei, direttore dell’Istituto per gli affari internazionali presso la Renmin University of China di Pechino: “Il sistema del petrodollaro non è più solido come prima, con i paesi del Medio Oriente che perseguono attivamente la diversificazione energetica”.

Ovviamente, quanto accaduto in Venezuela non è visto per niente di buon occhio dalla Cina. Pechino contava molto sulle forniture di petrolio da Caracas (era il primo acquirente su scala mondiale) e i rapporti tra i due Paesi erano più che ottimi.

Trump dovrà gestire interessi contrapposti

Su Avvenire, Demostenes Floros, responsabile Energia del Centro Europa Ricerche e docente di Geopolitica dell’Energia presso l’Università di Padova, ha fatto un’analisi molto interessante, relativa all’azione americana e alle possibili conseguenze su scala globale.

I principali analisti internazionali si aspettano che dal Venezuela arrivino molti milioni di barili di petrolio in più all’anno sul mercato mondiale, con conseguente diminuzione dei prezzi. “gli Stati Uniti hanno bisogno di poter sfruttare anche il petrolio venezuelano in virtù di una situazione di indebitamento pubblico ed estero molto grave – ha premesso Floros – e in aggiunta la sempre maggiore difficoltà di mantenere il dollaro come riserva internazionale, come valuta per il commercio internazionale”.

Questa situazione da una parte spingerà gli USA a fare pressioni su Paesi alleati e di gran peso come Arabia Saudita e Emirati Arabi (tra i maggiori produttori mondiali di barili di petrolio), dall’altra però lo stesso Trump dovrà anche trovare un punto di equilibrio con gli interessi dei suoi grandi elettori del settore energetico americano.

Le aziende petrolifere americane, che estraggono petrolio in casa, anche attraverso il fracking, devono sostenere costi molto alti e di conseguenza hanno bisogno di vendere ad un prezzo elevato i barili sul mercato. Paradossalmente, fare gli interessi di questi ‘grandi elettori’ del settore energetico, va contro gli interessi della ben più ampia base elettorale che ha votato Trump, i cittadini che tutti i giorni devono prender la macchina e pagare la benzina, che vogliono al prezzo più basso possibile (senza contare il peso del prezzo del petrolio sui trasporti e quindi sui beni di consumo).

Barile di petrolio

Attesa domanda di petrolio bassa per il 2026

Guardando alle stime per il nuovo anno appena iniziato, il 2026 evidenzia un ulteriore rallentamento della domanda mondale di petrolio, che dovrebbe crescere mediamente solo di 700.000 barili al giorno.

Se gli Stati Uniti dovessero decidere di aumentare la produzione di venezuelana di barili di petrolio, entro i prossimi 5 anni, passando da 1 a 3 milioni di barili al giorno, creerebbero un eccesso di offerta, con conseguenze riduzione dei prezzi di vendita.

Se da un lato questo scenario andrebbe a ridurre i margini dei produttori di shale, tra cui gli americani stessi, dall’altro darebbe a Washington nuove leve strategiche.

Gli USA potrebbero usare il petrolio venezuelano per rafforzare il proprio grip sul mercato globale, deviando esportazioni verso raffinerie proprie e riducendo drasticamente la dipendenza da fornitori mediorientali. In questo modo si andrebbe ad erodere il potere di paesi arabi come Arabia Saudita e Emirati Arabi, costretti a tagliare output per evitare crolli dei prezzi, indebolendo anche l’Iran, perché ne limiterebbe ulteriormente le esportazioni (già sanzionate).

Complessivamente, questo scenario sarebbe estremamente sfavorevole a tutti i Paesi aderenti all’OPEC, mentre gli Stati Uniti guadagnerebbero ulteriore leva geopolitica sulle forniture e sul mercato mondiale nel suo insieme.

Ci vorrà del tempo, prima che i pozzi venezuelani potranno essere sfruttati a regime (gli USA dovranno togliere l’embargo, che riguarda anche i solventi necessari all’estrazione e al trasporto di greggio), ma quando si arriverà a quel punto, l’OPEC potrebbe dover affrontare un eccesso di offerta e sarebbe costretta a modificare le quote.

Ciò darebbe a Washington un’influenza indiretta ma significativa all’interno dell’Organizzazione e sull’offerta globale, interrompendo il delicato equilibrio che i membri cercano di mantenere da anni e colpendo anche l’economia iraniana.

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz