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Tim, Vivendi-Elliott primo round in Tribunale. Sindacati contro lo spezzatino

Prosegue il braccio di ferro fra Vivendi ed Elliott per la governace di Tim. Oggi in Tribunale a Milano l’udienza sui ricorsi presentati dal Cda di Tim e da Vivendi contro la decisione dei sindaci di ammettere all’ordine del giorno dell’assemblea del 24 aprile la richiesta del fondo Elliott di revoca dei consiglieri rappresentanti i francesi e di successiva nomina di sei nuovi nomi proposti da Elliott. A rappresentare il Cda di Tim c’è il vice presidente Franco Bernabè, mentre anche i rappresentanti di Elliott hanno chiesto di essere ammessi all’udienza, ma Vivendi si è opposta e ha messo il veto alla partecipazione del fondo Usa al contenzioso. Il Tribunale dovrà decidere in fretta, visto che l’assemblea è fissata per il 24 aprile.

Bollorè tira dritto

Vincent Bollorè va dritto per la sua strada e rispedisce al mittente tutte le critiche piovute su Vivendi dal fondo Elliott per la gestione di Tim. Il gruppo francese, che detiene il 23,9% di Tim, è impegnato ormai da quasi due mesi in un durissimo braccio di ferro con il fondo attivista americano, che detiene l’8,8% di Tim,  deciso a contendere la governance di Tim alle assemblee in programma il 24 aprile e il 5 maggio prossimi.

Ieri, d fronte agli azionisti di Vivendi in assemblea a Parigi, Bollorè ha detto che la situazione attuale in Tim gli ricorda quella vissuta all’inizio degli anni 2000 in Mediobanca. Un’operazione rivelatasi poi molto favorevole per Vivendi, che detiene circa l’8% nella banca italiana. “E’ alla fine della fiera che si contano gli animali”, ha poi dichiarato Bollorè, ribadendo così il fatto che non intende affatto tirarsi indietro nel duello con Paul Singer.

Sindacati contro lo spezzatino di Tim

Intanto, sullo scontro in atto sulla governace di Tim intervengono anche i sindacati. “Il  gruppo Tim ha enormi potenzialità e, per quanto ci riguarda,  deve rimanere integro. Ci batteremo contro ogni ipotesi, da chiunque provenga, che preveda lo spezzatino del gruppo”. Lo  affermano i segretari dei tre sindacati maggioritari Susanna  Camusso (Cgil), Carmelo Barbagallo (Uil) e Annamaria Furlan (Cisl) che, assieme ai sindacati di categoria (Fistel, Uilcom  e Slc Cgil) hanno scritto una lettera ai presidenti dei  gruppi parlamentari di Camera e Senato, per chiedere un  incontro sulla ‘prospettiva industriale e gli assetti  societari futuri di Tim’.

Da questa dichiarazione sembra emergere in modo evidente una posizione comune dei confederali, che di fatto contrasta con il piano Elliott, che prevede invece la valorizzazione degli asset di Tim, a partire dalla rete, passando per la cessione parziale ma anche eventualmente intera di Inwit, Sparkle e Tim Brasil. C’è da dire che per quanto riguarda Sparkle anche l’amministratore delegato Amos Genish ha dichiarato che si tratta di un asset che potrebbe eventualmente essere ceduto, almeno in parte.

Nella lettera i sindacati hanno sottolineato che l’ingresso di Cdp nel capitale sociale con una quota di circa il 5%, “deve servire innanzi tutto a dare stabilità di governance all’azienda, confermando e  difendendo il profilo di public company”. Riguardo allo scorporo della rete, che “non trova nessun riscontro nel resto d’ Europa”, “deve necessariamente prevedere il  riassorbimento sotto un’unica entità dell’esperienza Open Fiber ed il suo mantenimento entro il perimetro del gruppo  per evitare che il Paese perda un’azienda con una massa  critica sufficiente a garantire gli elevati investimenti  necessari”. 

Nessun dibattito in Parlamento

Un duello che sta assumendo toni sempre più forti, paragonato da alcuni osservatori ad un match di boxe. Senza esclusione di colpi. E mentre il Governo italiano, tramite Cassa Depositi e Prestiti, si è schierato dalla parte di Elliott per un cambio di governace, spicca nell’attuale quadro politico alquanto incerto il commento di Stefano Fassina di Liberi e Uguali, componente della commissione speciale di Montecitorio. “Anche oggi (ieri ndr), su Tim va in scena un durissimo scontro tra i principali azionisti: Vivendi e Elliot – dice Fassina – Ma i cosiddetti vincitori delle elezioni, che in campagna elettorale avevano promesso, su Tim e la sua rete, di salvaguardare l’interesse nazionale, impongono al Parlamento di stare a guardare, mentre è in gioco, in particolare sulla rete di Tim, il futuro di un asset fondamentale per la sicurezza nazionale e per il nostro sistema industriale”.

Un “pessimo azionista” industriale (la stessa definizione usata qualche giorno fa dal ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda) “e un fondo speculativo – osserva Fassina – si contendono il controllo di una delle principali aziende del Paese, dove Cassa Depositi e Prestiti è entrata con una partecipazione significativa. Ma il Parlamento deve stare a guardare perché M5S, Lega, FdI e Forza Italia non consentono neanche l’audizione dei vertici di Cdp in Commissione Speciale. È un’ulteriore umiliazione del Parlamento e della politica, ancora una volta subordinata agli interessi economici più forti. Con buona pace delle promesse di cambiamento”.

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