Key4biz

Tim-Open Fiber, non si sblocca l’impasse sulla rete unica

italia-digitale-recovery

L’assenza di un accordo tra Telecom Italia (Tim), Cassa Depositi e Prestiti ed Enel sulla struttura che dovrebbe avere la società della rete unica in fibra tiene in stallo l’iniziativa avviata da Tim per selezionare uno o più fondi infrastrutturali che l’affianchino in una ipotetica operazione con Open Fiber. Lo scrive oggi la Reuters, citando diverse fonti vicine alla situazione.

Peraltro, non più tardi dell’8 gennaio era stato Maurizio Gasparri, senatore di FI, a chiedere un dibattito parlamentare sul tema.

Nodi da sciogliere

Tim e i due azionisti di Open Fiber, Enel e Cdp, hanno annunciato lo scorso giugno la firma di un non-disclosure agreement, avviando negoziati su una possibile integrazione delle reti in fibra tra l’ex monopolista e quella di Open Fiber.

Una serie di nodi, tra cui la riluttanza di Enel a vendere il proprio 50% di Open Fiber, non hanno tuttavia consentito al negoziato di decollare. Nel tentativo di portare avanti il dossier, a dicembre Telecom Italia ha quindi avviato un processo di selezione tra i fondi infrastrutturali, per individuare uno o più partner che potessero affiancarla nel progetto.

Ai fondi è stato chiesto di dare una valutazione di una ipotetica ‘combined entity’ che comprenda l’ultimo miglio della rete in fibra di Telecom e Open Fiber, secondo quanto spiegato da due fonti interpellate da Reuters.

La posizione di Tim

Secondo le fonti, in base al piano delineato da Tim ai fondi, questi ultimi dovrebbero aiutare l’ex monopolista ad acquistare la quota di Enel in Open Fiber, mentre Tim farebbe confluire in una nuova entità la sua porzione di rete ‘fiber-to-the-home’.

Ardian, Macquarie, Wren House Infrastructure, Allianz, Goldman Sachs, KKR e Brookfield prima di Natale hanno presentato le loro offerte non vincolanti per un investimento nel progetto.

Tuttavia, tale iniziativa al momento non sembra trovare sbocchi.

“E’ tutto fermo”, ha spiegato una fonte vicina a fondi, che ha presentato un’offerta, senza avere riscontri da allora.

Lo scoglio del controllo

Per procedere con qualsiasi tipo di operazione, Tim ha posto la condizione irrinunciabile di mantenere il controllo della nuova società della fibra o quantomeno di poterlo recuperare in un tempo stabilito, hanno spiegato due fonti vicine alla situazione.

Questo si scontra con il quadro normativo che favorisce l’integrazione delle reti sulla base di un modello di business ‘wholesale only’, oltre a creare problemi di natura antitrust.

Due fonti vicine al dossier hanno aggiunto che al momento non c’è accordo sulla governance che dovrebbe avere la nuova entità societaria, altro elemento chiave per qualsiasi integrazione.

Cdp, che ha il 50% di Open Fiber, operatore wholesale only, è anche il secondo principale azionista di Tim con una quota intorno al 10%.

Un investimento, quest’ultimo, motivato proprio dall’obiettivo di sostenere la creazione di una rete unica a banda ultralarga, vista come una infrastruttura cruciale per lo sviluppo tecnologico del Paese.

Obiettivo che però al momento non è in cima all’agenda delle attività del governo, alle prese con una serie di dossier urgenti, tra cui i dossier Atlantia, Alitalia e Ilva.

“Quello che manca è una regia centrale”, lamenta una fonte vicina ai negoziati.

C’è chi invece, come l’ad di Fastweb Alberto Calcagno, pensa che il progetto rete unica sia già superato dai fatti.

Bivio

In questo quadro, Tim, in attesa che prenda forma un’intesa, potrebbe comunque stilare una shortlist, individuando uno o più partner finanziari che l’affianchino nel progetto.

Secondo una fonte il processo di selezione di uno più partner finanziari sta andando avanti.

D’altra parte, secondo alcuni analisti, insistere a lungo con un negoziato che non porta frutti potrebbe rivelarsi controproducente per Tim, perché Open Fiber nel frattempo continuerebbe ad aumentare la copertura della sua rete.

Secondo Giovanni Montalti, analista di UBS, Tim potrebbe a questo punto affrontare la situazione lanciando un proprio piano di cablaggio in fibra dell’ultimo miglio della sua rete (fiber-to-the-home), che potrebbe essere finanziato tramite la vendita di asset o trovando un accordo di joint venture con i fondi infrastrutturali.

L’incertezza sul futuro di un potenziale accordo con Open Fiber è uno dei fattori che sta pesando sul titolo Telecom Italia, che nelle prime settimane del 2020 ha lasciato sul terreno circa l’8% a Piazza Affari, a fronte di un rialzo di circa l’1% dell’indice europeo di settore.

Exit mobile version