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Tim, la Borsa premia la svolta Gubitosi. Ma la rete unica parte in salita

La Borsa accoglie positivamente la nomina di Luigi Gubitosi nuovo amministratore delegato di Tim, con il titolo Telecom Italia che guadagna il 3% in apertura a 0,54 centesimi. Il Cda di ieri ha designato Gubitosi al vertice del gruppo a maggioranza (9 voti favorevoli, espressione di Elliott, 5 contrari espressione di Vivendi, Gubitosi astenuto). Il suo mandato è chiaro: favorire il percorso di scorporo della rete Tim, in vista del merger con Open Fiber nell’ottica di creare nel nostro paese quel “player unico” della rete non integrato verticalmente promosso dal Governo, per la fornitura in modalità ‘wholesale only’ dell’accesso ultrabroadband agli operatori retail, benedetto da Bruxelles.

Ma per Gubitosi, che lascerà in tempi stretti il ruolo di commissario Alitalia, non sarà facile. Vivendi, primo azionista di Tim con il 23,9%, considera lo scorporo e la rinuncia al controllo della rete una “follia” e già ieri l’ex amministratore delegato Amos Genish, defenestrato martedì scorso in contumacia, stava cercando sostegno per convocare in tempi stretti una nuova assemblea generale straordinaria per fare la conta sul cambio di rotta sulla rete, e tentare un “contro ribaltone” nel Cda, dopo che il 4 maggio scorso il fondo Elliott, che detiene l’8,8% di Tim, aveva conquistato la maggioranza del board.

Gli analisti della banca d’affari Bryan Garnier considerano il profilo di Gubitosi ben adatto al ruolo delicato che dovrà ricoprire, vista la sua esperienza nel mondo delle Tlc e le relazioni consolidate con le autorità italiane e il background bancario che rassicura gli investitori. D’altra parte, prevedono un percorso accidentato e “incerto”, visto che il nuovo amministratore delegato dovrà ottenere l’appoggio unanime del Cda per avviare operazioni di ristrutturazione del capitale e turnaround.

Sulla stessa linea gli analisti di Jefferies, secondo cui la creazione di valore “non è garantita” nonostante la nomina di Gubitosi. Se è vero che il nuovo ad appoggia il disegno di Elliott di cedere il controllo della rete, il successo dell’operazione dipende da altri fattori come ad esempio i termini dell’accordo e il nuovo quadro regolatorio.

Le posizioni contrapposte all’interno della compagine azionaria di Tim sul futuro della rete a questo punto sono chiare: da un lato il fondo americano Elliott, favorevole allo scorporo e forte dell’esperienza del nuovo ad Luigi Gubitosi, già ad di Wind  e presidente Rai in passato, il cui ruolo principale sarà quello di pontiere con le istituzioni e di mediatore; dall’altro, Vivendi, primo azionista del gruppo, che non è d’accordo sulla perdita di controllo sull’asset della rete, pur avendo Amos Genish presentato il primo piano preliminare di separazione legale del network all’Agcom.

Ma il pressing del ministro allo Sviluppo e del lavoro Luigi Di Maio verso la creazione del player unico, con l’avallo del collega Matteo Salvini, favorevole per motivi di sicurezza dei dati sensibili ad una rete a controllo pubblico, potrebbe dare una spinta sostanziale al processo di spin off.

Processo favorito dall’emendamento 5 Stelle al Dl fiscale che favorisce proprio lo scorporo con sgravi fiscali e modifiche normative volte a promuovere l’applicazione del modello RAB alla nuova società della rete, equiparata a quella dell’energia elettrica e del gas.

Il governo vuole dare più poteri all’Agcom per spingere Tim a separare la sua rete, cedendone il controllo.

In questo modo, la NetCo formata dalla rete Tim e da quella di Open Fiber, potrebbe godere di tutti i vantaggi della normativa, a patto che il controllo sia pubblico. Entra in gioco qui Cassa Depositi e Prestiti, che detiene il 4,9% di Tim e il 50% di Open Fiber (L’atro 50% fa capo a Enel, a sua volta partecipata al 30% dal Tesoro).

L’emendamento al Dl fiscale prevede la possibilità per la nuova società della rete di inserire gli investimenti necessari per la fibra in bolletta, secondo lo schema Rab (regulated asset base). Non solo. L’intenzione del governo è di inserire nello stesso schema Rab anche il costo dei lavoratori.

Resta da capire quale sia il reale valore della rete Tim (almeno 9 miliardi secondo stime di Elliott, che potrebbero però lievitare a 15 miliardi con lo spin off) e gli asset di Open Fiber, che secondo stime non supererebbero 4 miliardi.

Nell’ittica della rete unica, sono circa 20mila gli addetti Tim che potrebbero essere interessati da esuberi. I sindacati hanno indetto un presidio dei lavoratori giovedì prossimo davanti alla sede del Mise.

Oltre a questa grana, Luigi Gubitosi dovrà far fronte anche ad altre magagne: il problema del debito, che supera i 25 miliardi; margini telefonici sotto pressione; i dossier relativi alle attività non-core: dalle cessioni di Persidera e Sparkle alla possibile valorizzazione di Inwit, la società delle torri Tlc controllata al 60%. Da gestire anche il capitolo Tim Brasil.

Il contesto domestico è infine alquanto difficile, dopo lo sbarco nel nostro paese di Iliad, l’operatore low cost che ha innescato una corsa all’ultimo clienti nell’arena del mobile. E’ vero che Tim soffre meno di altri player la concorrenza del nuovo player, grazie a campagne aggressive e alla tenuta di Kena, ma la ricerca di sempre nuove fonti di business è vitale in vista dei pesanti investimenti previsti per l’imminente lancio delle prime reti 5G.

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