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Tech, energia e infrastrutture. Séjourné (UE): “È ora del made in Europe”. 1.000 imprese con lui

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Il vicepresidente esecutivo della Commissione europea con delega all’industria, Stéphane Séjourné, chiede, in un editoriale sottoscritto da 1.141 dirigenti d’impresa, "di stabilire una vera preferenza europea nei nostri settori più strategici”.

Il vicepresidente della Commissione europea Séjourné chiede di comprare europeo “una volta per tutte” nei settori più strategici

L’Europa deve smettere di essere terreno di conquista e tornare a giocare da protagonista nella competizione industriale globale. È questo il messaggio centrale lanciato da Stéphane Séjourné, vicepresidente esecutivo della Commissione europea con delega all’Industria, tramite un editoriale pubblicato da varie testate internazionali, da LesEcos alla Reuters, in cui chiede a Bruxelles di stabilire “una volta per tutte una vera e propria preferenza europea nei settori più strategici”.

Si rilancia l’idea del “compra europeo” già delineata in altri interventi istituzionali e di rappresentanti dell’industria europea nell’ultimo anno. E lo si fa In vista della presentazione, annunciata a fine febbraio, del futuro regolamento per il nuovo sviluppo industriale europeo, che sarà anticipato già il 12 in un vertice informale dei capi di Stato e di Governo voluto dal Presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, per confrontarsi sullo stato del mercato unico europeo.

Uno snodo centrale per Mario Draghi che in un discorso all’Università di Leuven ha detto che l’Europa deve federarsi in maniera più decisiva, superando frammentazione e divisioni, dipendente tecnologiche ed energetiche, puntando al mercato unico, fattore chiave per affrontare il periodo turbolento che si prospetta davanti a noi.

Un’idea che già il ministro delle Imprese e del made in Italy, Adolfo Urso, aveva avanzato in un’interrogazione parlamentare ad aprile dello scorso anno, chiedendo all’Europa di introdurre “il principio di ‘buy european’, garantendo anche una preferenza al made in Europe negli appalti pubblici”.

Made in Eu, uno strumento potente

Un appello forte, politico prima ancora che economico, che arriva in un momento delicato per l’industria europea, schiacciata tra la pressione dei prodotti a basso costo provenienti dalla Cina e le politiche industriali aggressive degli Stati Uniti. Non è un caso che Séjourné richiami esplicitamente i modelli di riferimento globali: il “Buy American” statunitense e il “Made in China”, strumenti con cui le grandi potenze economiche proteggono e rafforzano i propri asset industriali strategici.

La domanda, posta senza giri di parole dal commissario francese, è semplice: “Perché l’Europa dovrebbe continuare a rinunciare a una leva che tutti gli altri utilizzano?”.
Il made in Europe sarebbe uno strumento potente per rilanciare con forza l’economia europea.

Stéphane Séjourné, vicepresidente esecutivo della Commissione europea con delega all’Industria

La centralità del “made in Europe”

Secondo Séjourné, senza una politica industriale ambiziosa, pragmatica ed efficace, l’economia europea rischia di ridursi a “un semplice parco giochi per i suoi concorrenti”. In altre parole, un mercato aperto dove si consuma valore prodotto altrove, mentre capacità produttiva, innovazione e posti di lavoro qualificati emigrano fuori dai confini dell’Unione.

Da qui l’idea di un vero e proprio “compra europeo”, che non si limita a un richiamo identitario, ma diventa uno strumento di politica industriale. Il principio è chiaro: quando si utilizzano risorse pubbliche europee, queste devono contribuire a rafforzare la produzione in Europa e a creare occupazione di qualità. Un criterio che potrebbe essere formalizzato già nelle prossime settimane con la proposta dell’Industrial Accelerator Act, destinata a introdurre requisiti di priorità per i prodotti fabbricati localmente nei settori considerati strategici.

Difendere le filiere tecnologiche, energetiche, dell’acciaio e delle infrastrutture critiche, senza chiudere i mercati

Il punto centrale del ragionamento di Séjourné non è l’autarchia, ma la sovranità industriale. In settori come acciaio, energia, farmaceutica, chimica avanzata e infrastrutture critiche, la dipendenza dall’estero rappresenta un rischio sistemico, oltre che economico. La pandemia prima e le tensioni geopolitiche poi hanno mostrato quanto le catene globali del valore possano essere fragili.

Non a caso, l’iniziativa è stata sottoscritta da 1.141 aziende e associazioni industriali, che rappresentano una parte significativa del tessuto produttivo europeo. Tra i firmatari figurano colossi dell’acciaio, dell’energia, della chimica, dei trasporti e della farmaceutica: settori che vivono quotidianamente la concorrenza globale e che chiedono condizioni di parità rispetto ai competitor extraeuropei.

Preferenza europea, senza penalizzare il mercato

Nel pensiero di Séjourné emerge una critica implicita a quella che molti definiscono la “ingenuità europea”: un mercato interno tra i più aperti al mondo, che però non sempre riceve lo stesso trattamento in cambio. La preferenza europea, così come viene delineata, non è un muro protezionistico, ma una clausola di buon senso per evitare che politiche industriali asimmetriche penalizzino le imprese europee proprio in casa loro.

Il dibattito, naturalmente, divide gli Stati membri e le industrie. Alcuni Paesi temono un aumento dei costi e una perdita di attrattività per gli investimenti, mentre settori con catene di fornitura globali – come l’automotive – chiedono definizioni flessibili e inclusive. Ma per Séjourné il rischio maggiore è l’inazione: continuare a non scegliere equivale a scegliere la marginalizzazione industriale.

Stop alle dipendenze esterne

Il tema del “made in Europe” è destinato a pesare anche nelle trattative sul prossimo bilancio pluriennale dell’Unione (2028-2034), dove la questione del contenuto locale sta già emergendo come una delle linee di frattura principali. In gioco non c’è solo la protezione dell’industria esistente, ma la capacità dell’Europa di guidare la transizione verde e digitale senza dipendere strutturalmente da tecnologie e produzioni esterne.

Il messaggio di Séjourné è, in definitiva, un invito a usare il bisturi e non l’accetta, ma soprattutto a usare finalmente gli strumenti della politica industriale. In un mondo che ha riscoperto il valore strategico dell’industria, l’Europa non può più permettersi di restare l’unica grande economia senza una chiara preferenza per sé stessa.

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