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Studio USA sul mondo del lavoro: Facebook e Google fanno più danni dei robot?

In Canada nei giorni scorsi è stata pubblicata una ricerca del Mowat Centre dell’Università di Toronto: entro dieci anni saranno persi in Canada tra 2 e 7,5 milioni di posti di lavoro. La causa? I robot e l’automazione industriale (o Industry 4.0).

Niente di nuovo, già un Rapporto della Oxford University di qualche anno fa ci aveva messo in guardia: a rischio la metà dei posti di lavoro in tutto il mondo con la diffusione della robotica non solo nel settore manifatturiero, ma in ogni area produttiva e nel mercato dei servizi soprattutto.

Addirittura una ricerca firmata McKinsey sosteneva che non andremo solo in contro ad una disoccupazione tecnologica, ma che alcune professioni tenderanno a scomparire del tutto.

Stesso discorso nel documento pubblicato dal World Economic Forum, “Future Jobs“, dove si stima che l’impatto dell’automatizzazione determinerà una perdita di 7,1 milioni di posti di lavoro, compensata a sua volta da un guadagno di due milioni di nuovi posti.

Già meno catastrofica come visione, con una riflessione importante: la perdita di posti di lavoro sarà progressivamente riassorbita negli anni grazie a nuove politiche sociali e del lavoro, nuovi skills orientati al digitale, nuove professioni.

Una recente ricerca del Centre for European Ecnomic Research (Zew) mette in evidenza che probabilmente solo il 10% dei posti di lavoro è a rischio di sostituzione con i robot.

Il problema però è anche cognitivo: siamo sicuri che sono solo i robot a toglierci lavoro?

Ma chi sono questi robot?

Forse dovremmo allontanarci un attimo dall’immaginario collettivo dei robot umanoidi, degli androidi, e cominciare a pensare che l’automazione è anche software, algoritmi e applicazioni.

A rubarci il lavoro, insomma, non sono solo le macchine come sempre le abbiamo viste nella catena di produzione industriale classica, ma qualcosa di meno vistoso e molto più astratto: il web e l’interconnessione delle reti.

Nel suo recente libro “Al posto tuo”, Riccardo Staglianò indaga il ruolo del web e dell’iperconnettività nella trasformazione dell’economia e del mercato del lavoro. Comprare cd online, o libri e viaggi, è già un esempio di come i posti di lavoro si distruggono per il solo presentarsi dell’innovazione nei servizi.

Non andando più in un negozio come un tempo si faceva, automaticamente si contribuisce a chiudere migliaia di attività e a distruggere altrettanti posti di lavoro in tutto il Paese e in prospettiva nel mondo intero.

A correre è il web e le sue applicazioni infinite. Forse ad una velocità di molto superiore a quella della robotica classica. E a far correre la digitalizzazione del mondo del lavoro sono necessariamente le grandi web company, le “superstar firms” come vengono definite in uno studio pubblicato dal National Bureau of Economic Research degli Stati Uniti d’America: “Concentrating on the Fall of the Labor Share”.

La ricerca, condotta da un team di studiosi provenienti da diversi centri universitari e di ricerca (il MIT, l’IZA di Bonn, le Università di Zurigo e Harvard) e basata su dati dello U.S. Economic Census, ha preso in esame i dati finanziari di un gruppo di 700 aziende attive nei settori manifatturiero, dei trasporti, dei servizi, bancario/finanziario, del commercio al dettaglio e all’ingrosso.

Ciò che è emerso è che ad una crescita delle concentrazioni di mercato nelle mani di queste poche grandi aziende segue una diminuzione evidente del reddito da lavoro.

Anche se non li accusa direttamente, porta come esempio proprio le grandi multinazionali del web come Facebook e Google: “The pattern suggests that firms may attain large market shares with a relatively

small workforce, as exemplified by Facebook and Google”.

Al crescere dei grandi profitti non corrisponde un aumento proporzionale dei posti di lavoro e dei salari medi. Facebook ha più o meno 17 mila dipendenti nel mondo, mentre i guadagni salgono a più di 8 miliardi di dollari nel 2016.

Dal 2001 a oggi, Google ha acquisito 160 aziende, arrivando a contare 70 mila dipendenti in tutto il mondo e un fatturato di oltre 100 miliardi di dollari.

Con un fatturato simile, 113 miliardi di dollari, la Fiat Chrysler Automobiles (FCA) dà lavoro a 310 mila dipendenti.

La grande ricchezza accumulata dalle web company non si riversa verso il basso, anche sotto forma di nuovi posti di lavoro, ma tende a salire verso l’alto, verso investitori e proprietari. Negli anni passati se la quota di ricchezza destinata al lavoro era sei dollari su dieci, oggi siamo sotto i cinque in molti casi e questa soglia tenderà a ridursi secondo i ricercatori del National Bureau of Economic Research.

Più questi giganti crescono, più il mercato del lavoro attorno a loro si desertifica. Il drenaggio continuo di risorse e l’impossibilità di competere sta facendo chiudere imprese e creando un enorme massa di disoccupati o di precari, che in molti casi trovano riparo solo nel settore della gig economy, la già demonizzata “economia dei lavoretti del web”.

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