gli accordi

Stop ai dazi illegali, ma Trump ne firma altri al 15%. Salta l’accordo con l’Ue?

di |

Questa settimana appuntamenti chiave a Roma e Bruxelles per decidere come reagire ai nuovi dazi globali di Trump, ma anche per capire cosa fare dell’accordo di luglio: è ancora valido? Oppure no?

La sentenza della Corte Suprema americana che annulla i dazi voluti da Trump

Dunque, dove eravamo rimasti?”. Rubiamo questa frase storica, pronunciata da Enzo Tortora nel 1987, in occasione del suo ritorno in Rai dopo anni drammatici di vicissitudini processuali e ingiusta detenzione, per riprendere in mano il filo dell’ingarbugliata matassa dei dazi imposti dall’amministrazione Trump alle merci europee in ingresso negli Stati Uniti.

Dunque, dove eravamo rimasti con i dazi imposti alle importazioni dall’Europa? Fin dall’inizio si sapeva benissimo che le tariffe commerciali decise da Trump verso l’Ue erano frutto di un’azione forzata e unilaterale, poiché basate su un’interpretazione espansiva dell’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA) del 1977.

La Corte Suprema USA ha emesso (il 20 febbraio 2026) una sentenza clamorosa che boccia i dazi imposti da Trump, riconoscendo nero su bianco quella forzatura, dichiarandoli illegali.

Una decisione che indirettamente potrebbe rimettere in gioco anche gli accordi di luglio 2025, raggiunti da Unione europea e Stati Uniti proprio su quei dazi, nel resort scozzese di Turnberry, proprietà del Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, alla presenza del capo di Stato USA e della presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen.

Dazi che violano la legge federale

La sentenza della Corte Suprema americana ha definito quell’accordo non “un compromesso vantaggioso“, come ci è capitato di sentire più volte anche in Italia, ma un atto anticostituzionale e illecito: bocciando i dazi imposti da Trump tramite l’IEEPA, dichiarandoli illegali per violazione della legge federale.
I giudici (6-3, con relatore John Roberts) hanno stabilito che l’IEEPA del 1977 autorizza il presidente a regolamentare transazioni in emergenze nazionali, ma non a imporre dazi commerciali, competenza esclusiva del Congresso per Costituzione. Di fatto, hanno rigettato l’interpretazione “espansiva” di Trump, notando che il Congresso avrebbe esplicitato tale potere se voluto, come in altre leggi tariffarie.

La Corte ha invalidato specificamente quelli basati su IEEPA, inclusi i dazi reciproci al 15% su prodotti europei concordati in un accordo UE-USA (sospeso dal Parlamento Europeo a gennaio 2026 dopo minacce di Trump). Tuttavia, i dazi settoriali preesistenti su acciaio, alluminio, auto e componenti europei (25%) rimangono validi, essendo basati su altre leggi come il Trade Expansion Act per motivi di sicurezza nazionale.

Trump rilancia con dazi globali al 15% dal 24 febbraio

Nel frattempo, per non rimanere con le mani in mano, il Presidente degli Stati Uniti, a sorpresa, ha annunciato tramite un post su Truth Social di voler alzare i dazi globali dal 10% al 15% con effetto immediato.

Saranno operativi dalla mezzanotte del 24 febbraio e resteranno in vigore per 150 giorni, in base a quanto consentito al Presidente USA dalla alla Sezione 212 del Trade Act del 1974.

Nel giro di pochi mesi, l’amministrazione Trump determinerà ed emetterà le nuove tariffe legalmente ammissibili“, ha scritto Trump sul suo social di proprietà.

Trump si è anche impegnato a introdurre ulteriori obblighi attraverso meccanismi legali alternativi, tra cui 
la Sezione 232 (per motivi di sicurezza nazionale) e la Sezione 301 (per contrastare le pratiche commerciali “sleali”).

Il nodo rimborsi

L’altro problema per Trump è che a seguito dell’annullamento dei dazi potrebbero nascere cause legali e richieste di rimborsi per decine di miliardi di dollari, si parla di 175 miliardi, ma anche di più, fino a 300 miliardi, a seconda dei calcoli, per risarcimenti dovuti a seguito da “entrate illecite” nelle casse del Governo federale americano.

Sui rimborsi decideranno i tribunali, potrebbero volerci settimane o mesi“, ha dichiarato il segretario Usa al Tesoro, Scott Bessent, intervistato dalla Cnn.

Per ora, la Corte Suprema non ha preso alcuna decisione.
C’è da tenere in considerazione anche il parere di uno dei tre giudici che ha votato contro la sentenza della Corte Suprema, Brett Kavanaugh, secondo il quale “l’eventuale procedura di rimborso potrebbe rapidamente sprofondare in un pantano burocratico“.

il governatore dell’Illinois, il democratico JB Pritzker, ha inviato una lettera alla Casa Bianca chiedendo il rimborso di 8,6 miliardi di dollari a 5,1 milioni di famiglie dello stato, circa 1.700 dollari ognuna, per i dazi.

Le vostre tariffe hanno devastato gli agricoltori, fatto infuriare gli alleati e fatto schizzare i prezzi dei generi alimentari“, ha messo in evidenza Pritzker, uno dei papabili candidati democratici alla Casa Bianca nel 2028.

We Pay the Tariffs, un’associazione di difesa delle piccole imprese, ha chiesto all’amministrazione Trump di erogare “rimborsi completi, rapidi e automatici” alle aziende più piccole che si trovano ad affrontare enormi difficoltà finanziarie.

Cosa farà l’Ue? Potrebbe essere il momento di rinforzare DSA e DMA in chiave contenimento Big Tech

Dunque dove eravamo rimasti? Siamo sempre nell’incertezza iniziale e nel dubbio di come procedere e reagire. La sentenza della Corte suprema americana ha avuto l’effetto di un tuono che ha attraversato tutto il mondo, ma concretamente deve ancora dimostrare i pieni effetti sui rapporti commerciali con l’Europa.

Oggi al Consiglio Affari Esteri, sebbene l’agenda sia già ricca, si parlerà quasi certamente di dazi. Nelle stesse ore il commissario al Commercio del’Ue, Maros Sefcovic, parteciperà al G7 del Commercio. Ma a muoversi, questa volta più di Ursula von der Leyen, saranno i leader dei singoli Stati dell’Unione, che ovviamente sono in fermento. 

Lo scontro, presto, potrebbe focalizzarsi nuovamente sulle Big Tech. Lo strappo di Trump quasi costringe la Commissione europea a non cambiare il Digital Service Act e il Digital Market Act, odiatissimi Washington e da Elon Musk. Un’altra strada potrebbe essere un confronto più rapido sulla clausola del “Buy European” inserita nell’Industrial Accelerator Act, che però ha già subito uno slittamento al 4 marzo (la presentazione della proposta era prevista per il 26 febbraio).

A questo punto, il celebre bazooka dell’anticoercizione che più volte ad esempio la Francia aveva richiesto, non sarebbe più un tabù.

Per l’Europa è il momento di rialzare la testa? Secondo alcuni si, per altri no. Ad esempio, secondo Varg Folkman, analista dell’European Policy Centre, questa nuova situazione “difficilmente porterà sollievo all’Europa“, perché “significherà un periodo di incertezza“, mentre allo stesso tempo “Trump probabilmente cercherà nuovi modi per riaffermare la sua autorità“.
Se l’Europa rialzerà la testa, ha commentato sul suo social Folkman, è anche molto probabile che il Presidente americano cercherà di tagliargliela.

Intanto l’Ue pensa alla sospensione degli accordi di luglio

Proporrò al team negoziale del Parlamento europeo di sospendere i lavori legislativi fino a quando non avremo una valutazione giuridica adeguata e impegni chiari da parte degli Stati Uniti“, ha annunciato su X il presidente della commissione Commercio internazionale dell’Eurocamera, Bernd Lange, relatore dell’intesa Ue-Usa sui dazi. “Nessuno riesce più a capirci qualcosa: solo domande aperte e crescente incertezza per l’Ue e gli altri partner commerciali degli Stati Uniti. Le condizioni dell’accordo di Turnberry e la base giuridica su cui è stato costruito sono cambiate“, ha aggiunto.

La Commissione europea chiede piena chiarezza sulle misure che gli Stati Uniti intendono adottare a seguito della recente sentenza della Corte suprema. La situazione attuale non favorisce la realizzazione di scambi commerciali e investimenti transatlantici ‘equi, equilibrati e reciprocamente vantaggiosi’, come concordato da entrambe le parti nella dichiarazione congiunta Ue-Usa. Un accordo è un accordo. In qualità di principale partner commerciale degli Stati Uniti, l’Ue si aspetta che gli Usa onorino gli impegni” si legge in una dichiarazione della Commissione Ue.

Chiarendo subito che nonostante tutto quello che sta accadendo, l’Unione continuerà a lavorare “per ridurre i dazi, come previsto dalla dichiarazione congiunta“. La priorità di Bruxelles è sempre la stessa “preservare un ambiente commerciale transatlantico stabile e prevedibile“.
Una posizione di incertezza e di timore verso tutto quello che accade a negli Stati Uniti, che nel tempo continua a riproporsi, che secondo Thomas Moller-Nielsen di Euractive è legata alla guerra in Ucraina: l’Europa ha paura di perdere il sostegno di Trump nello scontro con la Russia (sempre sul punto di venire meno).

C’è sempre da tenere a mente che il Primo ministro ungherese, Viktor Orbán, è sempre più uno stretto alleato di Donald Trump. “Posso dirvi con certezza che il presidente Trump è profondamente impegnato nel vostro successo, perché il vostro successo è il nostro successo”, ha dichiarato il segretario di Stato americano Marco Rubio, in occasione dell’ultima conferenza stampa ca Budapest (in soccorso per garantire a Orban la rielezione nel delicato voto politico ungherese del 12 aprile prossimo). 
Il Premier ungherese è pronto a votare contro il prestito di 90 miliardi di euro all’Ucraina e a porre il veto al ventesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia. Lo stesso potrebbe fare la Slovenia di Robert Fico e la Repubblica Ceca di Andrej Babiš (con forti somiglianze anche nei discorsi in Italia di Matteo Salvini e in Francia di Marine Le Pen e Jordan Bardella).
Un messaggio chiaro di Washington a Bruxelles: se volete lo scontro non solo vi abbandoniamo in Ucraina, ma faremo in modo che venga messa in discussione la tenuta stessa delle istituzioni europee.

Gli appuntamenti chiave della settimana a Bruxelles e a Roma

Oggi 23 febbraio, appuntamento in video conferenza convocato dal vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani del tavolo sui dazi (Task Force Dazi), di quel ‘Sistema Italia’ che riunisce agenzie governative come Sace, Simest, Ice e Cdp e rappresentanze imprenditoriali.

Martedì 24 febbraio: in Commissione Commercio Internazionale del Parlamento Europeo il relatore Bernd Lange proporrà la sospensione dei lavori legislativi sull’accordo UE-USA di Turnberry (luglio 2025) fino a chiarimenti USA sui nuovi dazi al 15%.

Mercoledì 25 febbraio: la riunione G7 Commercio Internazionale con partecipazione italiana (il minstro degli Esteri, Antonio Tajani), per coordinare risposte comuni e informare imprese.

Andrò a Washington con una posizione europea coordinata“, ha dichiarato il cancelliere tedesco Friedrich Merz all’emittente tedesca Ard, come riporta Politico, dopo il congresso della Cdu a Stoccarda, sottolineando che la politica tariffaria è una questione che riguarda l’Unione Europea, non i singoli Stati membri.

Il Governo inglese, ha dichiarato un portavoce di Downing Street, si aspetta che la “posizione commerciale privilegiata con gli Stati Uniti continuerà“, cioè i dazi al 10% rimarranno invariati.

Non è chiaro cosa accadrà in seguito con i dazi, è fondamentale che ci sia chiarezza sulle future relazioni tra Stati Uniti ed Europa”, ha invece affermato la Presidente della Bce, Christine Lagarde, in un’intervista a Cbs.

La Premier italiana, Giorgia Meloni, non ha ancora rilasciato dichiarazioni.
CI ha pensato il ministro delle Imprese e del made in Italy, Adolfo Urso: “Non bisogna reagire di pancia ma con la testa, tenendo conto che gli Stati Uniti non sono solo il nostro principale mercato extraeuropeo, ma anche il principale alleato politico e militare, necessario per la difesa e la libertà del Continente e garantire le nostre linee di approvvigionamento. Stiamo lavorando con gli altri partner per raggiungere l’autonomia strategica del continente“.

Martedì il discorso di Trump sullo Stato dell’Unione

Intanto, secondo un sondaggio pubblicato da Abc News e Washington Post, il 60% degli americani non approva l’operato di Trump come Presidente degli Stati Uniti e martedì c’è grande attesa per il discorso sullo Stato dell’Unione di fronte al Congresso riunito in seduta comune. A preoccupare di più gli americani c’è l’inflazione, l’impatto dei dazi voluti da Trump sull’economia americana, la geopolitica e la gestione dei migranti.

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz