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Stefano Longhini (Osservatorio Web Legalità): ‘La rete può diventare una polveriera per le aziende’

Stefano Longhini

Dove c’è connessione c’è conoscenza e, in un mondo in cui la rete è ovunque, i contenuti presenti sul web sono facilmente accessibili da tutti e caratterizzati da una notevole velocità nel processo di diffusione.

Internet è quindi uno straordinario strumento di diffusione della cultura che però, come tutti i mezzi, può essere usato a fin di bene, ma purtroppo, è anche vero il contrario.

I contenuti diffusi con questa pervasività possono essere talvolta offensivi e lesivi dei diritti altrui. Ciò costringe sia le persone, sia le imprese a tutelare i propri marchi e prodotti dagli attacchi provenienti dal web.

La rete può diventare una polveriera e ciascun utente una potenziale fonte di attacco della reputazione di un’azienda o della sua classe manageriale.

Basta poco: un video postato in merito ad un certo prodotto o servizio, la pubblicazione di un post dal contenuto offensivo e diffamatorio su un social network, l’uso “scomodo” dei social media da parte di un dipendente o collaboratore dell’azienda, che indirettamente ne veicola l’immagine.

E’ sempre più evidente come la cosiddetta netiquette, cioè quella serie di pratiche di buonsenso e buone maniere che dovrebbero disciplinare il comportamento degli utenti su internet, non è sufficiente ad arginare il problema.

Come fare a mitigare i rischi?

Internamente, molte aziende iniziano a responsabilizzare i propri dipendenti condividendo delle policy di comportamento, ad esempio, invitandoli a non pubblicare contenuti in nome e per conto dell’impresa per cui lavorano o fare attenzione nel prendere pubblicamente posizione in nome e per conto dell’azienda senza esserne autorizzati.

L’Osservatorio Web Legalità (OWL) ha di recente promosso un incontro a cui hanno partecipato giuristi e aziende sul tema della reputazione aziendale nel web.

All’esito dell’incontro è stato evidenziato che le aziende (più o meno strutturate) hanno le armi per difendersi, che le norme, pur essendo migliorabili, ci sono e che il soggetto danneggiato può reagire: non c’è insomma impunità anche per chi opera in internet.

Il messaggio che si vuole veicolare è che in un sistema che, per evolvere deve necessariamente operare nella legalità non c’è, né deve esserci, impunità per gli autori materiali degli illeciti sul web, né per gli intermediari che contribuiscano alla loro diffusione.

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