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Stato Islamico, la digitalizzazione del Califfato e le nuove forme di conflitto di Daesh

Pubblichiamo per gentile concessione del Ce.S.I. l’articolo di Daniele Barone su un tema così e scottante e delicato.

La quasi definitiva disfatta del cosiddetto Stato Islamico (IS o Daesh) in Siria ed Iraq non ha condotto alla fine dell’organizzazione, ma ha altresì mostrato la vera natura endemica dell’ideologia religiosa estremista del gruppo.

Il sistema decentralizzato e lo sbriciolamento territoriale dell’auto-proclamato califfato in Siria ed Iraq, con il conseguente accrescimento della formazione di gruppi filo-Daesh e cellule semi-indipendenti distribuite in Africa, Medio Oriente, Asia e Europa, alimentato da fattori legati a difficoltà economiche, disordini sociali, crescita demografica ed emarginazione, hanno reso sempre più indispensabile l’attività comunicativa del gruppo sul web per mantenere la coesione tra i suoi membri, sempre più numerosi, sparpagliati e di giovane età.

Gli eventi descritti si traducono nella scissione in due modalità ben distinte dell’utilizzo dello spazio virtuale da parte di Daesh: da un lato la strategia centrale del gruppo, caratterizzata da un messaggio “istituzionale” e coerente con gli avvenimenti correnti; dall’altro il risalto dell’autonomia degli attori, che nella frammentazione del califfato assumono, a vari livelli, sempre maggiore rilievo, enfatizzando la loro individualità e riflettendo la reale comprensione e reinterpretazione del messaggio del gruppo da parte dei suoi attivisti.

Pertanto, il prisma attraverso cui, ad oggi, è possibile osservare il modo in cui l’organizzazione terroristica gestisce attraverso internet questa nuova fase, più globale e priva di gerarchie stabilite, è una chiave di lettura indispensabile per ottenere ulteriori dati oggettivi riguardanti l’evoluzione di Daesh.

Attraverso il web è possibile notare che l’organizzazione terroristica è discostata dal promettere ai propri sostenitori una ricompensa terrena attraverso la dominazione shariatica di vasti territori. L’idea di un califfato che concedeva a coloro che varcavano i suoi confini di perdonare i peccati commessi, garantendo inoltre una ricompensa in termini economici e di riconoscimento sociale immediati già in vita, si è tramutata in leggenda. Infatti, il ricordo di quanto ottenuto dall’organizzazione terroristica con la dominazione in Siria ed Iraq si è trasformato in un incoraggiamento alla jihad a livello globale, per riproporre quanto ottenuto in termini di dominazione dal 2015 al 2017, su scala mondiale.

Quindi Daesh diventa una sorta di incubatore globale per tutti i gruppi indipendenti e gli individui privi di guida che vogliono partecipare, per qualsiasi ragione, alla jihad, parlandogli senza intermediari.

La necessità di riconoscimento di simpatizzanti ed attivisti, unita all’ideologia cristallizzata del califfato, ha creato un ecosistema virtuale che si organizza e cresce autonomamente, mostrando chiaramente interessi, aspirazioni e strategie di individui che, in assenza degli strumenti offerti dal web, sarebbero del tutto svincolati da gruppi jihadisti e dall’ideologia estremista.

Daesh ed i suoi sostenitori si sono adattati al clima sempre più inospitale riservato alla propaganda jihadista sui social network.

Infatti, dopo un primo massiccio utilizzo dei social media che ha visto il messaggio del califfato diventare virale attraverso Facebook, Twitter o canali Youtube, oggi, questi strumenti di comunicazione hanno mantenuto per l’organizzazione terroristica solo la peculiarità di diffondere contenuti ad un bacino di utenza generico, da introdurre successivamente nel funnel dei canali più anonimi ed espliciti in termini di ideologia estremista. Infatti, i social network sono stati sostituiti dalle chat end-to-end, le quali, nonostante offrano meno visibilità, consentono di stabilire un rapporto più intimo e colloquiale tra gli attivisti.

La frammentarietà dei contenuti autonomamente condivisi dai sostenitori di Daesh si esprime soprattutto su Telegram, dove, secondo il Telegram tracker 2018 del “Program on Extremism” della George Washington University, esistono quasi 700 canali filo-Daesh.

Sui canali Telegram degli attivisti di Daesh il principale argomento di conversazione riguarda le operazioni di IS in Iraq e Siria (57%). A seguire si parla delle attività di Daesh in altre parti del mondo, degli eventi negli Stati Uniti e in Europa, contenuti riguardanti la cybersecurity (14%) e gli attacchi jihadisti in Nord America ed Europa. La tipologia delle discussioni tra i sostenitori di IS consente quindi di evidenziare alcuni pattern sintomatici dell’evoluzione globale del “califfato virtuale” e delle strategie che membri e simpatizzanti dell’organizzazione terroristica mettono in atto online.

Il modo colloquiale ed amichevole con cui avvengono le conversazioni, consente agli attivisti non solo di consolidare il rapporto tra i partecipanti ma anche di attrarre nuovi sostenitori sfruttando l’enorme bacino di utenza già presente su Telegram e altri servizi di chat con la possibilità di creare gruppi aperti o chiusi. Un modo per sopperire all’impossibilità di creare contenuti che diventino virali in poco tempo, come avveniva prima che aumentassero i controlli sulle piattaforme social, che ha anche un risvolto positivo per gli jihadisti: stabilire un rapporto più diretto ed intimo con gli altri utenti per creare un terreno fertile per il processo di radicalizzazione online.

L’attenzione alla cybersecurity è un argomento ricorrente nelle conversazioni tra attivisti. Le informazioni diffuse via Telegram riguardanti la cybersecurity vertono sia su aspetti tecnici, come software di crittografia per autenticazione e privacy e modalità di navigazione anonima (ad esempio VPN, encryption keys e diffusione di URL di siti di propaganda accessibili solo attraverso TOR), sia sulla sperimentazione di altri servizi di chat (come ad esempio Viber, RiotChat, RocketChat, TamTam e Discord) al fine di trovare uno spazio virtuale più stabile, duraturo e anonimo su cui poter fare proselitismo.

Nonostante le conversazioni avvengano in assenza di un moderatore “ufficiale” di Daesh, esse rimangono comunque coerenti alla nuova missione dei militanti professata dai leader del gruppo, incoraggiando una battaglia lunga ed estenuante che non offrirà una ricompensa terrena (informazioni sulla battaglia fallimentare di IS in Siria ed Iraq) e che si combatte su scala mondiale (attenzione rivolta alle azioni di IS in tutto il mondo con focus sugli avvenimenti in Europa e USA).

E’ frequente su Telegram la diffusione di materiale di approfondimento (link ad altri siti web e documenti) o propagandistico (immagini e video). I file vengono attinti da spazi di archiviazione (i più utilizzati dagli jihadisti sono archive.org, Youtube.com, Justpaste.it, Top4top.net, drive.google.com), i quali fungono da serbatoio di propaganda, consentendo un reperimento facile e sempre aggiornato di materiale jihadista. I link ad altri siti presenti nella parte pubblica del web conducono spesso a blog creati su piattaforme come WordPress (almeno 900 contenuti jihadisti nei primi mesi del 2018) e Tumblr.

Amaq News Agency, il canale di informazione ufficiale di Daesh, ha spesso cercato di rimanere attivo anche sul web pubblico. Come avvenuto durante tutto il 2018 con la creazione di alcuni siti WordPress che aveva tentato di proteggere da attacchi DDoS attraverso Cloudfare, tutti hackerati e rimossi dopo poco dalle autorità.

Come riportato dall’agenzia Site intelligence Group, Amaq a dicembre ha annunciato la creazione del suo sito su ZeroNet, servizio di web hosting nato nel 2015 senza server centrale, con domini decentralizzati, protetto dalla crittografia del bitcoin wallet a cui è collegato l’account. In pratica un servizio totalmente anonimo che dà la possibilità di creare domini accessibili sia attraverso il web pubblico che attraverso TOR e che consente di proseguire la navigazione anche in assenza di connessione internet (perfetto per tutti coloro che vivono in zone remote con difficoltà ad accedere al web).

Segnale questo, che il califfato virtuale ha ripreso le redini della sua comunicazione online, con strumenti sempre più sofisticati ed aggiornati e la possibilità di raggruppare tutto il seguito di attivisti che si è autonomamente rinfoltito e unito anche durante la temporanea assenza di una guida ufficiale.

La duplice strategia comunicativa di Daesh dimostra che il gruppo non ha mai smesso di attuare una politica random di reclutamento, accettando il contributo di chiunque alla sua causa. Pur sembrando una struttura disordinata, l’autonomia concessa (casualmente o volutamente) a piccoli gruppi o individui nell’ecosistema della comunicazione online dell’organizzazione terroristica si è dimostrata una strategia di sopravvivenza vincente, che sta concedendo ai vertici di riorganizzarsi, educando nel contempo i propri membri ad una guerra senza fine in nome del jihad e alimentando lo spirito di sacrificio necessario per istituire un dominio shariatico mondiale.

Per contrastare questo fenomeno, sarebbe opportuno intervenire creando una regolamentazione chiara ed internazionale riguardante i servizi di chat end-to-end. Infatti, nonostante l’intervento senza precedenti degli ultimi mesi di Telegram (dopo innumerevoli sollecitazioni) nel bloccare contenuti jihadisti, i sostenitori di Daesh stanno già esplorando altri servizi come RocketChat e Discord (su cui diffondono contenuti propagandistici molto più incentrati sull’estremismo religioso). Una regolamentazione chiara a riguardo ed un intervento coordinato tra autorità e settore privato potrebbe facilitare l’individuazione di soggetti pericolosi e bloccare sul nascere le strategie di radicalizzazione messe in atto online.

In ogni caso, come dimostrato dall’avanzare della propaganda autonoma degli attivisti anche durante l’assenza di una strategia centrale da parte di IS, l’ideologia ha fatto da vero collante, mentre il web ha rappresentato solo uno strumento. Esattamente come l’incapacità dei soli interventi in campo militare di cancellare il terrorismo islamico internazionale, anche una politica più restrittiva sull’utilizzo di determinati servizi online non sarebbe sufficiente a bloccare definitivamente la propaganda del gruppo ma creerebbe solo altre forme, sempre più clandestine e anonime, di comunicazione.

Al momento, per contrastare l’espansione ideologica, virtuale e territoriale di Daesh, è cruciale riuscire ad essere sempre al passo con il polimorfismo della sua propaganda e contrastarla di volta in volta.

Vai all’articolo originale pubblicato dal C.e.S.I

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