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Stanzione (Garante Privacy): ‘Nostri dati non devono essere usati contro di noi’

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Libertà, socialità o controllo? Questo l’oggetto dell’intervento di Pasquale Stanzione, presidente del Garante Privacy, alla sedicesima giornata europea della protezione dei dati personali che il Garante ha voluto celebrare fra i giovani, in una scuola, il convitto di Roma, a forte vocazione europea, al convegno “Visibili o sorvegliati? La vita nella Rete”. “Il diritto ai dati personali è inscritto e saldamente radicato in una cornice europea”, ha detto Pasquale Stanzione, presidente del Garante Privacy. All’evento hanno preso parte anche i componenti dell’Autorità Ginevra Cerrina Feroni, Agostino Ghiglia e Guido Scorza.

“I nostri dati, le nostre immagini e tutto ciò che parla di noi non possono essere usati contro di noi”, ha detto Stanzione.

Il diritto alla privacy è di fatto “il diritto a costruire liberamente la nostra personalità in cui essa rischia invece di essere il frutto di ciò che gli algoritmi vogliano che siamo e del pedinamento digitale della nostra attività in rete”.

E’ quello che succede dopo una ricerca online, dopo la quale si rischia di essere letteralmente bersagliati da decine di annunci dello stesso tipo di prodotto.

Garante Privacy, segui la diretta streaming dell’evento “Visibili o sorvegliati? La vita nella Rete”

Microtargeting

“Questo avviene perché l’algoritmo traccia la nostra attività di navigazione e ci ripropone in seguito ciò che possa adattarsi al nostro determinato profilo” in questo caso di consumatore: è il microtargeting che vale non soltanto in chiave commerciale, ma anche politica come ha chiaramente mostrato il caso Cambridge Analytica, con il modellamento sul profilo degli utenti Facebook della propaganda elettorale. Questo vale anche per l’accesso all’informazione: il 95% degli utenti del web si concentrerebbe sullo 0,03% presentato in evidenza dai motori di ricerca “secondo criteri tutt’altro che neutri, perché desunti anche dal nostro comportamento online”.

“Ci viene in sintesi proposto ciò che più si avvicina all’immagine di noi delineata dagli algoritmi”, il che “contribuisce a cristallizzare le nostre convinzioni pregresse, ostacola il confronto con opinioni diverse, polarizza le posizioni in opposti estremismi sclerotizzando la società”.  

“Il garante difende il diritto di chiunque di essere anche altro da quel profilo che l’algoritmo voglia attribuirci. A non essere il bersaglio dei contenuti che il web vuole imporci. A vivere Internet come una immensa risorsa di informazioni, di cultura e di crescita e non come uno strumento con cui pedinarci”, aggiunge Stanzione.

Privacy: Stanzione, vuol dire vivere libertà senza vessazioni 

“Difendiamo la libertà di opinione, di pensiero, di informazione, come anche la dignità di ciascuno. Il diritto alla protezione dei dati personali è il diritto a non essere vittima di vessazioni, ingiurie, discriminazioni sempre più frequenti online. Insomma, è diritto a non vedere il nostro nome associato a ciò che non ci rappresenta”. Lo ha detto il Presidente del Garante della Privacy, Pasquale Stanzione, intervenendo al convegno “Visibili o sorvegliati? La vita nella Rete”. I giovani e la privacy online al centro della Giornata europea della protezione dei dati personali organizzata dal Garante. “Privacy vuol dire vivere la propria libertà senza subire gli effetti di un post sbagliato, di un like di troppo, di una foto intima consegnata a chi credevamo non avrebbe mai tradito la nostra fiducia – spiega – la privacy, oggi è la risorsa di chiunque scopra quanto sia difficile fare i conti con chi si approfitta delle nostre fragilità per ferirci”.

Il diritto alla protezione dei dati personali è anche il diritto a non essere vittima di ingiurie, vessazioni, di discriminazioni “sempre più frequenti online”. E’ il diritto a vivere liberamente la propria sessualità. Il Garante è pronto ad accogliere le denunce di cyberbullismo e revenge porn di tutti i ragazzi che abbiano compiuto i 14 anni. “La rete non può essere luogo di derisione e violenza”, chiude il Garante.

Ginevra Cerrina Feroni: ‘Ciò che condividiamo nella rete resta per sempre’

“La tecnologia ci consente di sentirci vicini agli altri, di essere in contatto anche quando siamo fisicamente lontani, specialmente in questo periodo di pandemia. I nostri smartphone ci sono stati di grande aiuto”, ha detto la componente del Garante Privacy Ginevra Cerrina Feroni.

“Le app di comunicazione (Instagram, TikTok, Whatsapp, Snapchat) ci consentono di condividere immagini che ci rappresentano, selfie, oppure scatti che raccontano le nostre passioni, le nostre amicizie, le nostre vite. Allo stesso modo possiamo conoscere le vite degli altri attraverso foto, vite, emoticon. Le chat private possono servire anche per approfondire la conoscenza con qualcuno, per costruire un rapporto di coppia. Tutto questo è naturale e sano.
In alcuni casi l’intimità diventa anche gioco: scambio di immagini in momenti di intimità in pose o atteggiamenti che non vorremmo con nessun altro oltre al nostro partner e che sono destinate quindi a rimanere nella riservatezza del nostro rapporto. Ma abbiamo davvero la percezione di cosa avviene quando condividiamo qualcosa nelle chat, nei social?

Dobbiamo ricordare che perdiamo il controllo sul contenuto che condividiamo e lo rendiamo potenzialmente eterno e replicabile all’infinito. Ma i rapporti umani nascono, evolvono e finiscono. Così finiscono anche i sentimenti e gli amori. Ma ciò che condividiamo nella rete resta per sempre. E’ bene essere consapevoli dei rischi ai quali ci esponiamo condividendo contenuti digitali, particolarmente intimi. I rischi anche gravi della rete sono l’adescamento di minori, la pornografia minorile, lo sfruttamento sessuale. E poi c’è il revenge porn: la diffusione di immagini intime online per umiliare una persona.

Agostino Ghiglia: “Il cyberbullismo un fenomeno diffuso ma poco percepito

“Da una recente indagine è emerso che il 60% dei liceali ha avuto occasioni di impattare con il cyberbullismo, un fenomeno molto diffuso e poco percepito, nonostante il nostro Paese fu il primo ad approvare una legge nel 2017 per arginare il fenomeno“, ha commentato Agostino Ghiglia, componente del Garante Privacy.

“Dobbiamo però guardare anche l’altro lato della medaglia, il bullo. Non solo il bullizzato. perché il bullo talvolta inizia in maniera inconsapevole. Inizia per gioco. Ma il bullo non è mai da solo. Ricordiamoci che la legge sul cyberbullismo fa sì che ci possano essere tanti complici rispetto ad una azione negativa. Tutti quelli che partecipano con un like, ha aggiunto il componete dell’Autorità, Tutti quelli che diffondono il contenuto, tutti quelli che tacciono, tutti quelli che omettono. Di fatto diventano corresponsabili delle azioni malvagie del cyber bullo”.

“La legge sul cyberbullismo può concretizzare un’altra serie di reati, come la diffamazione, le minacce il trattamento illecito di dati personali, la violenza privata, l’estorsione e la detenzione di materiale pedopornografico. La privacy, ha concluso Ghiglia, è una forma di libertà. Ricordatevi che in questa lotta, in questa difesa, non siete soli perché il Garante Privacy non è soltanto un’istituzione che sta in un palazzo ma è soprattutto un gruppo di persone che stanno vicino alle altre persone, a partire dai minori”.

Guido Scorza: “Sul web condividere è facile, cancellare è quasi impossibile”

“Ciò che si condivide con una persona in digitale, si condivide col mondo. Se non è sempre così, immaginare che lo sia evita brutte sorprese. Come essere scartati da una selezione di lavoro per quello che si è pubblicato sui social”, ha commentato Guido Scorza, Componente del Garante Privacy.

“Negli Stati Uniti, grazie all’intelligenza artificiale, il 90 per cento delle selezioni basate sul curriculum per un qualsiasi posto di lavoro è basato integralmente su ciò che dicono i social network di quella persona. Perché questo conta? Conta perché naturalmente lo strumento dell’intelligenza artificiale produce un risultato che è bianco o nero, fatto da macchine e non da esseri umani.

“Quando qualcosa va storto, non siamo mai soli. Esiste un sistema integrato di protezione che parte dalla famiglia, prosegue con la scuola, arriva ad una serie di associazioni non governative e poi naturalmente alle Autorità, che sono lì pronte ad aiutarvi. Lontano da voi un click, lontano da voi un e-mail, lontano da voi un WhatsApp. Ecco utilizzate questa opportunità, ha concluso Scorza, perché veramente non ha senso non denunciare, non segnalare e non chiedere aiuto”.

Per scaricare la ricerca del Garante Privacy

Scarica la ricerca di Skuola.net ‘Interessati ma poco consapevoli. I giovani chiedono alla scuola di parlare di privacy’

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