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Spazi per la cultura e Stato italiano, il caso dell’associazione romana Scup

Nel pomeriggio di sabato scorso 4 maggio 2019, presso la sede dello spazio “Scup”, in via della Stazione Tuscolana (nel quartiere San Giovanni di Roma), si è tenuto uno stimolante incontro sulla politica culturale a Roma, intitolato “Fare Cultura è Fare Città”, promosso dal “centro sociale” rappresentato dall’associazione Sport e Cultura Popolare (Scup), che gestisce uno spazio occupato che si pone dal 2012 “come centro polifunzionale autogestito di welfare comunitario per il territorio”.

L’occasione è stata stimolante per la qualità intellettuale dei partecipanti, ma soprattutto perché ha provocato una riflessione sul rapporto nazionale/locale e sulla “autogestione” dal basso del sistema culturale.

Hanno partecipato al dibattito – tra gli altri – l’antropologo Giorgio De Finis, Direttore del Macro Asilo di Roma (innovativo esperimento di “museo ospitale” dalle porte sempre aperte), Christian Raimo (attivista di politica culturale, nonché assessore alla cultura del III Municipio di Roma, che conta oltre 200mila abitanti, con giunta a guida sostanzialmente Pd, presieduta dall’architetto Giovanni Caudo, urbanista già assessore nella giunta capitolina guidata da Ignazio Marino), Carlo Infante (organizzatore culturale e mediologo, promotore di Urban Experience e Performing Media), Elena De Santis (assessora alla cultura ed alla scuola, nella giunta – guidata dalla grillina eterodossa Monica Lozzi – del VII Municipio, il più popoloso di Roma, che va da San Giovanni a Cinecittà, con oltre 300mila residenti).

Il dibattito è stato promosso come occasione di presentazione e di lancio della nuova iniziativa ideata dagli attivisti di Scup: il centro accoglierà un nuovo “spazio culturale polifunzionale di teatro e arti performative”, grazie all’iniziativa di giovani attrici, attori, registe e registi emergenti, denominato ScupLab.

Va anzitutto segnalato che il progetto di Scup, dopo anni di occupazione, ha quest’anno ottenuto il comodato d’uso gratuito per i locali di proprietà del gruppo Ferrovie dello Stato (più esattamente della controllata Rfi, alias Reti Ferroviarie Italiana) in via della Stazione Tuscolana 82/84b: questa “legalizzazione” ex-post è avvenuta anche grazie all’intermediazione del Municipio VII, ed alla benedizione del Vice Sindaco (nonché Assessore alla Crescita Culturale) di Roma Capitale, Luca Bergamo (M5S).

Partiamo da questa notizia: un gruppo di giovani, anni fa, occupò un immobile abbandonato da molti anni, a via Nola (vicino a Viale Castrense, a poche decine di metri dalla sede della Direzione Cinema e Spettacolo del Vivo del Ministero per i Beni e le Attività Culturali – Mibac), per svolgervi attività socio-culturali-sportive.

L’occupazione risale al 2012, ed avvenne a seguito di una serie di dubbi sugli strani passaggi di proprietà dell’immobile, che fino al 2004 era stato una sede della Motorizzazione del Ministero dei Trasporti. Questo il manifesto programmatico dell’occupazione del 12 maggio 2012: “Vogliamo strappare uno spazio alla speculazione. Questo posto è vuoto da quasi dieci anni, è un posto pubblico che dovrebbe essere utilizzato per esigenze sociali e invece si trova sotto attacco della speculazione. Infatti, si tratta di un edificio pubblico che rischia di essere trasferito in un fondo immobiliare che ha come obiettivo di valorizzarlo, cioè di farci i profitti”. Nel luglio 2012, due mesi dopo l’occupazione, l’allora senatore del Partito DemocraticoVincenzo Vita presentava una interrogazione al Ministero dell’Economia per chiedere chiarimenti riguardo alle vicende oscure che riguardavano lo stabile di Via Nola 5… Nel 2013, l’immobile veniva sgombrato, ma gli attivisti sono presto riusciti a rioccuparlo.

Nel gennaio 2014, a fronte della prospettiva di un nuovo sgombro, Scup promosse una manifestazione in Piazza del Campidoglio. Si legge nel comunicato diramato allora: “Abbiamo incontrato il Capo Segreteria del Sindaco Enzo Foschi, il Vice Sindaco Luigi Nieri, la Presidente del Municipio X Susi Fantino, l’Assessore all’Urbanistica Giovanni Caudo, il Capogruppo di Sel Gianluca Peciola e la Consigliera del Pd Michela De Biase. L’incontro è andato bene. L’amministrazione ha riconosciuto l’utilità e l’importanza dell’esperienza di Scup. E dunque due risultati. Anzitutto l’Amministrazione ha telefonato al Prefetto, garantendo che domani non ci sarà l’esecuzione dello sgombero in programma. In secondo luogo, il Vice Sindaco contatterà la proprietà per aprire un tavolo di trattativa per salvaguardare Scup…”.

Nonostante le riassicurazioni, nel maggio del 2015, lo spazio di via Nola è stato sgombrato, con l’intervento massiccio della forza pubblica, seppur in modo pacifico. La città era governata dalla giunta a guida Partito Democratico, con Sindaco Ignazio Marino.

Lo sgombro provocò però una immediata (contestuale) iniziativa di ri-occupazione, di un altro spazio – distante circa un chilometro – alla quale questa rubrica “ilprincipenudo” dedicò attenzione perché la questione poneva quesiti emblematici di “politica culturale”, ben oltre lo specifico “casus” locale (vedi “Key4biz” dell’8 maggio 2015, “Il problema degli spazi culturali (materiali) nella società digitale (virtuale)”).

In effetti, abbiamo seguito ed assistito in diretta allo sgombero dei locali di via Nola ed alla occupazione dei nuovi locali di via della Stazione Tuscolana, con un corteo di centinaia di cittadini, che si è mosso per le vie del quartiere San Giovanni, sotto gli occhi vigili della Polizia e della Digos. Scrivevamo allora: “Nella fase finale del corteo, però, quella che un tempo sarebbe stata definita l’“ala creativa del movimento”, ha spiazzato carabinieri e funzionari del Ministero dell’Interno (e finanche chi redige queste noterelle): ha imboccato improvvisamente una strada non concordata con la Questura, ed un centinaio di militanti scatenati hanno intrapreso una corsa verso un magazzino abbandonato in Via della Stazione Tuscolana, forzando una serranda e occupando pacificamente un grande spazio abbandonato. C’è stato qualche momento di tensione, ma i carabinieri, saggiamente, non sono intervenuti”. Sono stati occupati tre grandi capannoni abbandonati da anni. L’occupazione è avvenuta con la solidarietà di attivisti di Sans Papier, di Esc, dell’Astra, dell’Angelo Mai, del Valle, del Corto Circuito, di Oz e di altre decine di realtà sociali romane.

Era il 7 maggio 2015. Da allora, gli attivisti di Scup (il “nucleo stabile” è formato da una trentina di giovani) hanno dedicato tempo, attenzione, passione, e finanche danaro (alcune decine di migliaia di euro) per risistemare gli spazi, che sono assai ampi, ma certamente ancora oggi non adeguatamente attrezzati: ci sono ancora soffitti in eternit (amianto), manca un sistema di riscaldamento per l’inverno… Insomma, sicuramente tutto l’immobile non è esattamente “a norma”!

Lo spazio di SportCulturaPopolare ha ospitato in questi quattro anni centinaia e centinaia di eventi autogestiti, spettacoli, convegni, iniziative culturali e sportive politiche… Apprezzabile l’approccio: multiculturale, aperto, tollerante.

Sono stati attivati tantissimi laboratori musicali, teatrali, di danza, corsi di ogni tipo, una biblioteca ed una palestra… È anche in funzione una sorta di trattoria/mensa popolare autogestita (come ovvio è formalmente “fuori legge”, dato che non rilascia scontrini fiscali e certamente non è sottoposta alla verifica delle norme “Haccp” che sono invece imposte alle normali attività di ristorazione, che operano a centinaia di metri dalla sede di Scup).

Scup è discretamente radicato nel territorio, anche se – indubbiamente – esiste una discreta connotazione ideologica (e finanche estetica, ci verrebbe da aggiungere, osservandone il look vestuario) dei promotori ed anche una evidente sintonia con i frequentatori, per lo più giovani e certamente collocabili come “a sinistra” della sinistra storica, in una landa politica ideale che non trova in nessun (attuale) partito un riferimento stabile…

Il 23 febbraio 2019, Scup ha promosso una festa, per celebrare l’avvenuta legalizzazione dell’occupazione. Così recitava l’invito: “Abbiamo ottenuto un comodato d’uso gratuito che ci sembra un piccolo spiraglio di luce in una città impoverita e desertificata da una politica fondata su logiche securitarie e di esclusione. Questo spiraglio lo vogliamo condividere con tutt* voi perché ci auguriamo che possa diventare una luce abbagliante. Perché alla dilagante retorica del “confine”, dell’isolamento e dell’esclusione, a chi vorrebbe annichilire ogni slancio alla vita e alla solidarietà, vogliamo continuare a rispondere con la costruzione quotidiana di percorsi e pratiche di condivisione, autorganizzazione e mutualismo”.

Chiara Franceschini, che può essere considerata la coordinatrice del gruppo di attivisti (che pure, essendo un soggetto che opera in una logica di “collettivo”, non ama la definizione di ruoli precisi), ha enfatizzato come ottenere il comodato d’uso gratuito non sia stato facile per Scup. Fin dall’insediamento, gli attivisti hanno fatto pressione sul Municipio VII per parlare con Rete Ferroviaria Italiana (Rfi), la società proprietaria dell’immobile, ed alla fin fine ci sono riusciti: “abbiamo dimostrato come la nostra fosse una progettualità sportiva e culturale fondamentale per il territorio. E abbiamo anche allegato al progetto delle lettere dei comitati di quartiere e delle associazioni che appoggiavano la nostra interlocuzione”.

Monica Lozzi, la Presidente del Movimento 5 Stelle del Municipio VII, ha sostenuto Scup nel percorso verso l’ottenimento del comodato d’uso gratuito, processo che è stato lungo e complicato. Molte le persone che hanno sostenuto gli attivisti in questa lotta, al punto tale che si è formato un “pool” di esperti per aiutare con la stesura del progetto: “intorno al nostro percorso, si sono attivati ingegneri, architetti e altre figure professionali che hanno elaborato quelle parti del programma che avevano a che vedere con la riqualifica dei tre capannoni”.

In sostanza, siamo di fronte ad un vero e proprio caso emblematico: una istituzione pubblica (il Municipio più popoloso di Roma) si è fatta interprete di una esigenza – socialmente valida, ma certamente soggettiva – di un gruppo di cittadini, che hanno occupato uno stabile di proprietà pubblica. Ricordiamo che Rfi è infatti una spa che dipende dalla holding Ferrovie dello Stato Italiano, che è società controllata al 100 % dal Ministero dell’Economia e delle Finanze (Mise). Si tratta di un gruppo che nel 2018 ha registrato ricavi per oltre 12 miliardi di euro (+ 30 % sul 2017). Insomma, rispetto al patrimonio di Fs, i capannoni di via della Stazione Tuscolana sono veramente un granello di sabbia…

Piaccia o meno, però, l’occupazione è stato un atto illegale, al di là della alta e finanche nobile motivazione (morale? sociale?!) dell’atto.

Lo spazio è stato alla fin fine assegnato dalla “mano pubblica” agli occupanti, in totale assenza di procedure di pubblica evidenza.

Teoricamente – si potrebbe argomentare – anche altre “soggettività” dello stesso territorio avrebbero potuto aspirare all’acquisizione di questi spazi pubblici, per svolgere anch’esse attività valide da un punto di vista socio-culturale-sportivo. Gli occupanti hanno invece sostanzialmente beneficiato di un canale relazionale privilegiato (la benedizione dell’istituzione), forti del loro status giustappunto di occupanti e di utilizzatori storici del bene.

Teoricamente, un soggetto pubblico come Reti Ferroviarie Italiane, nel mettere a disposizione – in regime di comodato gratuito – un simile bene immobiliare di proprietà, avrebbe dovuto seguire le procedure pubbliche – bandi e gare – previste dalla normativa nazionale per quanto riguarda questo tipo di operazioni. Il che non è avvenuto, per le ragioni cui supra.

Teoricamente, l’Amministrazione Pubblica ovvero il Municipio VII di Roma Capitale avrebbe potuto promuovere un pubblico processo partecipato di consultazione, per valutare, insieme a tutte le realtà associative del quartiere, “cosa fare” dell’immobile di via della Stazione Tuscolana. Il che non è avvenuto, per le ragioni cui supra.

È evidente che una iniziativa di questo tipo evidenzia anomalie procedurali (dal punto di vista del diritto amministrativo), se si adotta una logica “legalista” dura (formalistica?!), ma questa “fenomenologia” riguarda tutti – o quasi – i “centri sociali” attivi a Roma e nel resto del Paese: essi operano spesso in una “terra di confine” tra legalità ed illegalità, approfittando dei tanti deficit ed insensibilità delle istituzioni pubbliche.

Come dire?! Lo Stato, proprietario di centinaia di migliaia di immobili, non è in grado di metterle a reddito (“reddito” inteso in termini economici o sociali)?! Ed allora io, cittadino “al di sopra” della legge, me ne impossesso. E poi “ex post” rivendico il possesso “legittimo”, finanche gratuito, dato che in quell’immobile ho investito energie e risorse, ed ho “rigenerato” nell’interesse della collettività. E talvolta – come nel caso in ispecie – lo Stato chiude un occhio e tollera, e finanche apprezza e benedice.

Chi invece… non occupa, se ne resta a spasso, e magari attende fiducioso (illuso) che lo Stato metta “a bando” il proprio patrimonio immobiliare pubblico per accogliere iniziative socio-culturali, con procedure trasparenti ed assegnazioni meritocratiche.

Da un lato, il cittadino attivista occupante trasgredisce, ma può sperare di vedere sanata la propria azione illegale…

Dall’altro, il cittadino rispettoso delle leggi – e non occupante – corre il rischio di crepare, in attesa di un “avviso pubblico” che forse non vedrà mai la luce…

La questione è naturalmente controversa, in termini di diritto e di civiltà.

È anch’essa una questione essenziale di politica culturale, che si intreccia con la politica urbanistica.

In termini sintetici: possono le ragioni sociali prevalere sullo Stato di diritto, in uno Stato che non sa concretizzare il welfare?!

Il problema di fondo è che, in Italia, “lo Stato di diritto” è spesso una pia intenzione, una enunciazione teorica che si scontra con una pubblica amministrazione deficitaria (di conoscenza e di “policy”).

Peraltro, lo Stato – in tutti i suoi livelli (nazionale, regionale, provinciale, comunale, municipale) – non ha piena coscienza delle sue stesse proprietà immobiliari: i database sono incompleti e non aggiornati, con buona pace della tanta decantata “digitalizzazione” delle informazioni.

Nell’articolo del 2015 su “Key4biz” scrivevamo: “Perché l’Agenzia per l’Italia Digitale (Agid) non mette a punto, nei propri programmi (sviluppo degli “open data” delle Pubbliche Amministrazioni), un progetto per la costruzione di un database accurato e aggiornato, ed ovviamente “open”, su tutti gli spazi di proprietà pubblica, su tutti gli immobili di Stato, Regioni, Province, Comuni (ed enti accessori), utilizzati (per comprendere al meglio da chi e come ed a quali condizioni) ed inutilizzati (o malamente utilizzati: basti pensare alle caserme)?”.

La domanda non era (non voleva essere) certo retorica, ma di fatto lo è divenuta, se è vero che, a distanza di anni da allora, non è ancora disponibile un database nazionale accurato, trasparente, aggiornato, e deve essere un soggetto pro-attivo della società civile, qual è Libera di Don Ciotti o anche la Rete dei Numeri Pari, a svolgere una funzione di… supplente dello Stato! Vedi, sull’argomento, “Key4biz” del 21 novembre 2018, “‘Confiscati Bene 2.0’, il primo portale per il riutilizzo di 15mila beni confiscati alle mafie”. E stiamo parlando di una minima parte del patrimonio immobiliare dello Stato, una dinamica sintomatica del complessivo disastro in atto.

Lo sviluppo della cultura è correlato intimamente alla questione degli spazi pubblici per la cultura.

A Roma, mese dopo mese, chiudono sale cinematografiche e librerie…

L’Amministrazione assiste sostanzialmente inerte.

La Giunta Raggi s’è però inventata un concetto d’avanguardia, nell’affidare ad una società privata la gestione di alcune rimesse della controllata municipale del trasporto romano Atac: la “rigenerazione urbana temporanea” (vedi, sull’argomento, “Key4biz” del 22 novembre 2018, “Spazi pubblici in disuso a Roma: il caso delle ex rimesse Atac”).

Insomma, naturale viene… lo stimolo ad occupare, ma queste dinamiche possono essere ritenute “buone pratiche”, in una società civile ed in un sistema democratico?! No.

Sono effetti patologici di una pregressa situazione patologica.

Dichiarava qualche anno fa Bartolo Mancuso di Action (uno dei più attivi movimenti romani per la lotta per la casa) commentando il caso “Scup”, in modo sinteticamente efficace: “noi proviamo a costruire lo Stato sociale che non c’è”.

Una volta che lo spazio viene occupato, lo si deve peraltro riempire di contenuti.

E qui si apre una nuova questione “metodologica”, in ambito di politica culturale interpretata dal punto di vista di un “centro sociale occupato”: si bussa alla porta delle istituzioni pubbliche per acquisire sovvenzioni e contributi, o si autogestisce l’economia della cultura in chiave inevitabilmente spesso (ma non sempre) francescana, seppur con un tocco di (post)modernità grazie al “crowdfunding”?!

Pensavamo che di questo, anche o soprattutto, avrebbero trattato i partecipanti all’incontro promosso da Scup.

Così non è stato: abbiamo assistito alle rivendicazioni del portavoce di un altro centro sociale, il Csoa Spartaco (centro sociale occupato autogestito, nato nel 1995 in Via Selinunte, nel quartiere Ina Casa Quadraro, denominato anche Tuscolano 3), ed alle proteste della rappresentante del Progetto Eccoci (acronimo che sta per Empatia Cultura COnoscenza Comunità Integrazione). Il primo ha sostenuto con orgoglio la qualità e la ricchezza socio-culturale dell’esperienza del Csoa, la seconda (un laboratorio culturale ospitato dentro la sede municipale, che ha riaperto una bibliomediateca pubblica che era chiusa) ha denunciato che il Municipio sta per sgombrare la loro sede… 

Insomma, casi particolari di pratiche comunque irregolari.

Il Direttore del Macro Asilo (Macro era in origine l’acronimo di Museo d’Arte Contemporanea di Roma) l’antropologo/videomaker/artista Giorgio De Finis, ha fatto riferimento alla esperienza di “museo aperto”, gratuito ospitale e multidisciplinare, policentrico ed erratico, che ha caratterizzato la propria (non) direzione, dall’ottobre 2018, dello spazio di Via Nizza… Un continuo caos (creativo?!), con un palinsesto ricchissimo e variegatissimo, che oscilla tra l’“alto” ed il “basso”, l’eccentrico ed il tradizionale… Centinaia di atelier, “lectio magistralis”, incontri, performance, rassegne video, autoritratti, laboratori, concerti, convegni, forum… Un esperimento eccentrico e controverso cui dedicheremo presto l’attenzione che merita perché è forse l’unica iniziativa veramente innovativa promossa dalla giunta guidata da Virginia Raggi (certamente senza dimenticare le critiche feroci che ha dedicato al Macro Asilo il direttore di “Artribune”, Massimiliano Doninelli). De Finis ha sostenuto che il Macro Asilo, spazio pubblico istituzionale, ha in qualche modo accolto l’eredità dell’esperienza sperimentale e spontaneista del Maam – Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz, e Metropoliz_città meticcia: è il nome che si sono dati coloro che hanno effettuato un’occupazione – in questo caso anzitutto abitativa – sulla Via Prenestina, nella periferia di Roma. Nel 2009, circa 200 persone legate ai Blocchi Metropolitani (altro movimento per la lotta per la casa) hanno occupato questo salumificio dismesso, la Fiorucci di Via Prenestina 913. Il museo nasce nel 2012, successivamente alla conclusione di Space Metropoliz, che era un cantiere cinematografico all’interno del quale De Finis ed altri avevano chiesto agli abitanti di Metropoliz di costruire provocatoriamente “un razzo per andare sulla luna, intesa come ultimo spazio pubblico della terra in cui ricominciare, un foglio bianco dove riscrivere la società”…

Christian Raimo ha raccontato con passione la propria esperienza come assessore che si sforza nella quotidianità di rigenerare il territorio culturale del suo Municipio, ma abbiamo osservato un eccesso di entusiasmo e di autoreferenzialità, e non abbiamo percepito una progettualità strategica minimamente organica (al di là del bel “naming” del suo progetto “Grande come una città”), ma piuttosto l’enfasi su tanti micro-eventi. Peraltro, l’Assessore alla Cultura del IIl Municipio (di fatto, il quartiere Montesacro) ha rivelato in anteprima a Scup che si era appena dimesso da consulente del Salone del Libro di Torino, perché è stato criticato aspramente dalla Sottosegretaria della Lega alla cultura Lucia Borgonzoni, che ha fatto proprie le tesi del giornalista Nicola Porro, che ha accusato Raimo di aver bollato di “razzismo” e “fascismo” alcuni editori di destra (clicca qui per una sintetica ricostruzione della vicenda da parte del quotidiano torinese “La Stampa”).

Carlo Infante, attivista culturale e promotore di Urban Experience e Performing Media nonché di “Alt Giornale Partecipato” (iniziativa promossa da Scup), ha evocato la propria esperienza con gli Indiani Metropolitani, l’ala creativa del Settantasette, ed ha rimarcato l’esigenza di sostenere tutte le iniziative che cercano di fare cultura “dal basso”, una cultura spontaneista e libera, sganciata dalle tradizionali logiche di sostegno pubblico alla cultura…

Per limiti di tempo, purtroppo non c’è stato spazio per il dibattito, nonostante alcuni dei partecipanti (un centinaio di persone) avessero manifestato la volontà di intervenire.

Conclusivamente, si è trattato di un’occasione interessante di osservazione su come queste realtà “alternative” si rapportano con la politica culturale: in verità, si tratta di un rapporto contraddittorio e schizofrenico. Sono con un piede fuori e con un piede dentro.

Si osserva una commistione tra portatori di interesse “privato” (non commerciale) e teorici di un interesse “pubblico” (sociale), in nome di un “sociale” interpretato dal punto di vista della propria soggettività. Antagonisti radicali ma al contempo interlocutori delle istituzioni. E, dall’altro lato, si osservano istituzioni – a guida Movimento 5 Stelle – che interloquiscono discontinuamente – e senza una coerenza interna – con soggetti che le contestano ideologicamente, ed in taluni casi queste istituzioni addivengono a compromessi rispetto alle ribadite tesi sulla trasparenza amministrativa e sui processi partecipati. Contraddizioni e schizofrenia, anche da questo punto di vista.

Nessuno, nelle due ore e più di incontro, si è posto il minimo quesito su cosa debba essere una seria e sana “politica culturale”, a livello nazionale o locale. Può apparire incredibile, ma così è stato.

Si naviga semplicemente a vista, si coltiva il proprio piccolo orticello, ed il rischio di miopia è sempre latente.

D’altronde, se è lo Stato stesso a mostrare la assoluta evanescenza della propria “strategia” di politica culturale… diviene arduo non apprezzare – al di là della loro irregolarità – la passione degli attivisti di “Scup”. Militanti supplenti di uno Stato assente, in qualche modo interpreti ed attivisti di una forma di sussidiarietà. Poco noto e raramente evocato l’articolo 118 della Costituzione italiana (introdotto con la legge costituzionale n. 3 del 2001): “Stato, Regioni, Province, Città Metropolitane e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio della sussidiarietà”. Purtroppo si tratta di un articolo della Costituzione che non sembra aver avuto una adeguata applicazione organica e diffusa, in assenza di una opportuna normazione/regolamentazione che potesse trasformare la dichiarazione di principio in concrete pratiche.

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