La Space economy un booster per la crescita di aziende e posti di lavoro
Lo Spazio è un potente abilitatore della crescita economica italiana. Lo certificano i dati dello studio “The Sky is (not) the Limit”, presentato a Milano da Deloitte e Fondazione E. Amaldi, con un fatturato di 4,5 miliardi di euro nel 2024, in aumento del 12,3% su base annua.
Oltre 400 le aziende della Space economy nazionale e più di 15.000 gli occupati, con un export che ha raggiunto i 7,5 miliardi di euro di valore, in aumento del 14% anno su anno. Estremamente positivo anche il dato delle startup e delle microimprese, che hanno registrato un boom del +60% nei ricavi nel 2024.
“L’economia spaziale si conferma un mercato in espansione e una leva di competitività per le imprese italiane“, sottolinea Giorgio Mariani, Space Leader di Deloitte Italia, evidenziando la necessità di rafforzare partnership strategiche e modelli di ecosistema per sostenere la crescita e la competitività internazionale del settore.
Il 70% delle imprese italiane fa uso di dati satellitari
Scendendo nel dettaglio, tra le tipologie di asset maggiormente utilizzate della Space economy italiana, al primo posto c’è la trasmissione di dati satellitari per 7 imprese intervistate su 10, seguita dal monitoraggio ambientale (62%) e dai sistemi avanzati di sicurezza e sorveglianza (62%).
Al 61% gli asset legati alla connettività ultraveloce e al 57% quelli impiegati per il monitoraggio di siti, impianti e infrastrutture (57%).
Complessivamente, l’Italia è al sesto posto nel mondo per rapporto tra investimenti spaziali e Pil (un dato quasi raddoppiato negli ultimi anni) e il terzo in Europa per contributo al budget dell’Agenzia spaziale europea (15%).
Giusto ieri a Palazzo Piacentini è stato presentato il progetto ‘Space Habitat. La via italiana’, promosso dall’Agenzia spaziale italiana e dal ministero delle Imprese e del made in Italy, che si inserisce in questo scenario con l’obiettivo di accompagnare e sostenere con ancora maggiore impegno istituzionale questa trasformazione, integrando competenze scientifiche, industriali, economiche e umanistiche.
“Le tecnologie spaziali stanno ridefinendo le logiche competitive in diversi settori della nostra società, rendendo non più rinviabile la necessità di investire nelle partnership strategiche secondo una logica di ecosistema. Questa è una condizione essenziale per mettere a fattor comune risorse e competenze, puntando anche sulla crescita dimensionale per restare competitive a livello internazionale, valorizzando le aree di specializzazione di eccellenza e stringendo alleanze strutturate con partner tech, startup e system integrator”, ha spiegato Mariani.
L’impatto positivo della Space economy su Tlc, trasporti, energia e infrastrutture
Le imprese italiane intervistate riconoscono un impatto economico concreto e tangibile derivante dall’adozione di asset spaziali, con benefici che vanno ben oltre la riduzione dei costi operativi. I principali use case dimostrano come la Space economy abiliti non solo una maggiore produttività, ma anche la creazione di nuove linee di business e l’accesso a nuovi mercati.
Nello specifico, lo Spazio può trasformare l’economia del prossimo futuro in determinati settori e con le seguenti prospettive di crescita entro il 2033 (dati Euspa): telecomunicazioni (da 260 miliardi di euro a 580 miliardi con un Cagr dell’8%), l’agrifood (da 450 miliardi di euro a 670 miliardi con un Cagr del 4%) e i Trasporti (da 72 miliardi di euro a 158 miliardi con un Cagr dell’8%), energia (da 330 mln di euro a 450 mln con un Cagr del 3%) e infrastrutture (da 272 mln di euro a 450 mln con un Cagr del 5%).
Pesa la dipendenza del settore dalla domanda pubblica, troppo limitati gli investimenti privati
Non mancano, ovviamente, delle criticità su cui lavorare per sfruttare al meglio il potenziale di questo settore. Secondo quanto riportato da Radiocor del Sole 24 Ore, nello studio si evidenziano diversi passaggi chiave: le tempistiche di ritorno degli investimenti (83%) e la disponibilità di partner tecnologici affidabili (70%) restano determinanti, mentre sul piano operativo pesano le difficoltà di integrazione nei sistemi esistenti (75%) e la complessità nel quantificare il Roi (Return of investment, difficile da calcolare per il 58% del campione).
Il comparto italiano dell’economia spaziale, inoltre, è ancora “troppo” dipendente dalla domanda pubblica (71%) e gli investimenti privati sono ancora limitati, con le startup italiane ferme a 25 milioni raccolti nel 2025 contro i 9 miliardi globali.
Non da meno emerge il problema di una ridotta capacità di scalare da parte del sistema nazionale, con un tessuto produttivo frammentato e composto per tre quarti da Pmi e microimprese (76%).
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