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Seminario Liberal PD. Contributo di Stefano Rolando sul tema ‘Media, editoria, libertà di stampa’

Di seguito l’intervento integrale di Stefano Rolando[1], Professore alla facoltà di Scienze della comunicazione dell’Università IULM di Milano, al Seminario nazionale dei Liberal PD nel Panel “Criticità media, informazione, editoria, libertà di stampa”.

Grazie a Enzo Bianco e ai Liberal del PD per l’invito a partecipare. Naturalmente non ho percepito che l’invito a parlare sul tema “editoria” (da splittare più in generale come “media e libertà di stampa in Italia”) potesse qui ridursi a questioni tecniche. Il tema sta tutto nella trasformazione del presupposto della democrazia liberale – cioè i contrappesi – ed è evidente che i media sono, con rischi, deformazioni, responsabilità, prerogative, diritti che appartengono al loro impatto con la società e la politica – un fattore che permette dappertutto di misurare il tasso di democrazia.  L’attacco – nel mondo e in Italia – alla democrazia liberale investe il funzionamento delle istituzioni, l’indipendenza della magistratura, la libertà di espressione. Ed eccoci infatti qui.

Ringrazio Enzo Bianco anche per il riferimento al progetto post-azionista di cui mi sto occupando[2] insieme ad altri sostenitori della indispensabilità delle culture liberal-socialiste e liberal-democratiche nella riorganizzazione dell’offerta politica italiana, che considero una cornice rilevante delle considerazioni che sto per fare. Oggi io, come altri che qui conosciamo, mi considero un “nomade senza fissa dimora” di quella che si è chiamata “un’altra sinistra“. Credo che l’Associazione Liberal PD abbia il merito di tenere aperto il dialogo con quelle voci e – a proposito di “paura o coraggio” (tema di questo seminario) – auguro che l’Associazione riesca a fare emergere meglio le convergenze non reticenti del pluralismo riformista. Il mio punto di vista è quello di una certa indipendenza forzata, di chi ha vissuto la “seconda Repubblica” con (uso qui la parola ieri evocata da Paolo Gentiloni in un intervento che ho molto apprezzato) una prevalente ed estraniante solitudine. Ed è anche quello di chi ora teme che “la terza Repubblica” si appresti a cancellare ancora di più la traccia di memoria che ci collega alle vicende dell’Italia migliore che ha riscattato il paese dal peggio della sua stessa storia.

Arrivo subito al tema dell’informazione e della comunicazione. Terrei le due volée insieme, perché questa materia oggi dilata la parola “editoria” utilizzata per comporre questo panel. La manifestazione teatrale animata da Repubblica nei giorni scorsi ha portato testimonianze che non possono lasciare indifferenti. Non so se sia in atto – come dicono i giornalisti di Repubblica – il progetto scientifico di azzerare la carta stampata e di costruire un modello di comunicazione politica, sostenuta dai soldi del contribuente, basata sulla cancellazione del contradditorio. Certo è che la catena dei fatti va molto vicina a questo scenario. Questa discussione entra oggi in una piattaforma centrale di analisi e di evidenze politiche su cui è necessario costruire alleanze tra società, economia, ricerca e politica, ben al di là del perimetro dei soli partiti.

Dal 1990 al 1995[3] provai a fare accettare a diversi governi un progetto per derubricare il contributo di stato all’editoria giornalistica dallaapparenza di essere un “patto politico”, solo perché gestito dal vertice dell’esecutivo.  Andando quindi verso una normalizzazione di misure di incentivazione in legittimi spazi (credito per la trasformazione, sviluppi nella digitalizzazione, sostegno finalizzato alla concorrenza, eccetera) che avevo immaginato piuttosto presso il Ministero di competenza, al tempo l’Industria.  Tanti sì formali, tante riserve sostanziali, pur sapendo gli addetti ai lavori che le leggi dell’editoria non consentono davvero margini discrezionali per favorire testate se non con piccole misure che non cambiano la natura politica del corso della trasformazione dei processi[4].

La questione lanciata di recente da M5S sui contributi ora è una fake news, in realtà limitata a poche decine di milioni (63 per l’esattezza, + 50 di riduzioni postali e 32 di spese tel + 18 per fondi per ammortizzare ristrutturazioni aziendali, con un provvedimento introdotto da Giovanni Legnini quando era sottosegretario di Stato a questa competenza) riguardanti la stampa cooperativa e sociale fatta di piccoli mercati (che sommano tuttavia 95 milioni di copie e quindi una belle rete di lavoro) attorno a cui si gioca una questione di “libertà”. M5S vuole rivendere alla piazza che accompagna Grillo gridando “morte alla stampa” l’abolizione di cose che non esistono più rivendute a chi reclama la ghigliottina contro i giornalonisu cui scrivono i professoroni. Conosciamo ormai la filosofia che sta dietro a questo schema culturale.

L’approccio inesperto ma confusionario e ideologico che punta a “punire” il giornalismo professionale e le sue organizzazioni, si commenta da sé. Ma oggi non si deve più immaginare una battaglia di retroguardia corporativa. Bisogna invocare una prospettiva regolatoria europea che – sperando che l’Europa conservi una maggioranza di buon senso – punti a definire una carta di diritti e doveri di sistema (istituzioni, imprese, professioni, fruitori) entro cui si collochino le scelte che devono valere anche per l’Italia. Se poi il presidio dovrà essere articolato tra un Ufficio centrale nell’Esecutivo a presidio dell’adeguamento delle policies sul sistema dell’informazione e una Autorità di controllo, non ha importanza dove si fa la piccola contabilità contributiva.

Quanto alla comunicazione istituzionale, stiamo assistendo a una deriva in cui viene ridefinito un modello propagandistico che riporta paurosamente indietro le lancette della storia. Questa è una questione seria che, al contrario, deve vedere potenziata la funzione di presidio istituzionale rispetto all’ormai netta invasione di campo degli addetti stampa, tutti inevitabilmente trasportati dal problema della “visibilità” e non dalla cultura del “servizio”. Tanto che proprio in quegli anni ’90 cercavamo piuttosto di far concepire la creazione di una agenzia, certamente a riporto della Presidenza del Consiglio, con format anglosassone per sviluppare comunicazione altamente professionale per tutto il quadro istituzionale.

L’Europa sta tentando di saldare due approcci – uno tradizionale e uno innovativo – che riguardano la necessità di fare coordinamento a campagne effettive di pubblica utilità e di accompagnamento della società alla spiegazione civile delle norme e delle strutture (compito largamente trascurato negli anni recenti, come testimonia l’esistenza in Italia di un analfabetismo di ritorno soprattutto su materia di pubblico interesse arrivato al 47%); e che riguarda un più recente approccio al contrasto alla disinformazione, da sviluppare inevitabilmente in un quadro a serio presidio civile e istituzionale e non – per lo meno nei campi non strategicamente riservati – nelle forme opache della cultura del controspionaggio, disinformazione che colpisce le istituzioni e che ha avuto (rapporto AGCOM di giorni scorsi) una impennata di triplicazione di volumi dal 2016 al 2018.

La modalità gialloverde di affrontare questi argomenti appare così: da un lato annunciare continue intemerate ai media promettendo punizioni e chiusure (nella profezia di Grillo e Casaleggio sulla data di sparizione della carta stampata prevista per il 2027); dall’altro lato producendo squadre di battaglia politica digitale, costituite nelle istituzioni e a spese della Stato, in realtà una già operativa e un’altra di cui è attesa la costituzione appena tornerà in Italia chi viene considerato  il suo ispiratore, nel frattempo tamponata dalle prestazioni di un inaudito portavoce di governo che ha introdotto uno stile professionale che non ha riscontri storici e su cui va tallonato il Premier che si rende ormai colpevole di collusione nell’indecenza deontologica.

Da ultimo – intervengo qui solo per con cenni sommari – riprendo e rispondo al quesito posto ieri in apertura da Enzo Bianco sul rapporto tra nuovi processi digitali e politica. Mi limito davvero a battute lapidarie. Tre a favore e tre con osservazioni critiche.

    • È bene pensare che la rete attutisca il limitatissimo spazio del “diritto di parola” in politica, allargando dunque la partecipazione attiva. Ugualmente la rete limita i modelli organizzativi interiorizzati da tutti nei secoli come verticali e comincia a produrre un pensiero anche organizzativo di tipo orizzontale. Infine la rete promuove nuove professioni e riduce (un po’) i costi della politica.
    • D’altro canto tuttavia la rete può aumentare il volume dell’informazione ma per la maggioranza dei suoi fruitori non promuove né migliora le connessioni interpretative. Anche qui non generalizzando in modo assoluto ma stando ai principi generali, la rete circoscrive la cultura democratica a “chi c’è”. Infine la rete strizza enormemente i concetti, non sostenendo abbastanza il bisogno di spiegazione e ampliando invece l’estremismo verbale. È vero comunque che vi è interesse crescente tra i giovani (che fino a poco tempo fa venivano sospettati di grande disinteresse per la politica), e in particolare tra i giovani che tendono a occuparsi professionalmente di comunicazione, circa la “comunicazione politica” rispetto a una diminuzione di appeal della comunicazione commerciale e di impresa.

[1] Professore alla Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università IULM di Milano. Intervento trasmesso da Radioradicale al link  https://www.radioradicale.it/scheda/559026/paura-o-coraggio-la-societa-aperta-risponde-ai-suoi-nemici-seconda-giornata (dal 42’).

[2] E’ in uscita a breve una raccolta di scritti civili di questo così particolare anno che si intitolerà “Post-azionismo”. Il sito www.partitodiazione.it contiene fin da ora una parte di questi materiali.

[3] Dal 1985 al 1995 direttore generale e capo del Dipartimento informazione ed editoria alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, con dieci governi.

[4] L’azione di quegli anni, gli slanci e gli ostacoli, i risultati e gli irrisolti, nel libro intervista (curata da Stefano Sepe), Il dilemma del re dell’Epiro – Vinta o persa la guerra della comunicazione pubblica in Italia? ES-Editoriale Scientifica, 2018.

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