La Svezia, uno dei paesi più digital, cashless e wireless del mondo, ha deciso di tornare a carta e penna a scuola e ai pagamenti in moneta sonante, nonché ad un utilizzo meno compulsivo dello smartphone soprattutto a casa da parte dei genitori. Un paradosso soltanto apparente, che potrebbe segnare un nuovo trend e una sorta di pentimento per un eccesso di digitalizzazione che ha preso una brutta piega creando troppi danni sociali. E così la Svezia, uno dei paesi più digital, cashless e wireless del mondo, cerca di correre ai ripari.
Dietrofront di Stoccolma su cashless motivato da timori cyber
Certo, su questo dietrofront della Svezia hanno pesato motivi concreti, di carattere sociale (i ragazzini svedesi a scuola hanno perso la capacità di esprimersi e di ragionare per un eccesso di delega al digitale); timori legati alla guerra, dopo l’inizio della guerra fra Russia e Ucraina e l’intensificarsi delle minacce cyber ai paesi scandinavi da parte di Mosca, con la necessità di tornare ad una sorta di economia di guerra dove la moneta di carta è tornata gioco forza di moda, contro il rischio di un attacco al sistema bancario; infine, l’uso distorto e compulsivo dello smartphone a casa come modello negativo, da correggere, dei genitori sui figli e la necessità (voluta dal Governo) di creare delle zone phone-free in ambito domestico per preservare i figli dalla cattiva influenza dei padri.
Quello svedese è un possibile trend di ritorno alle origini e per così dire un “mea culpa digitale”, che potrebbe allargarsi al resto d’Europa?
Cosa vuol dire?
Abbiamo chiesto un parere agli esperti, in primis a Barbara Volpi, Psicologa, psicoterapeuta, PhD in Psicologia Dinamica e Clinica Sapienza-Roma, e al sociologo Massimiliano Padula, Docente stabile di Scienze della comunicazione sociale presso l’Istituto Pastorale Redemptor Hominis della Pontificia Università Lateranense e già presidente del Copercom, il Coordinamento delle associazioni per la comunicazione.
C’erano una volta carta, penna e le parole: la tutela della scrittura a mano nell’era digitale
di Barbara Volpi
Si torna indietro come in Svezia dove nelle scuole primarie si posa il tablet per favorire la ripresa della scrittura a mano, con le dita che impugnano la penna, che siglano sul foglio le tracce di uno scarabocchio che poi, con il ripetere diventa la A di ape e si avvia il processo della scrittura personale, creativa, individuale. Ma oggi con l’avanzamento della scrittura e conseguentemente della lettura stiamo azzerando l’avanzamento tecnologico e stiamo tornando indietro invece di andare avanti con i processi di apprendimento che sono cambiati così tanto profondamente anche in relazione all’impatto rivoluzionario dell’AI?
Serve consapevolezza dell’onda digitale
Per rispondere a queste domande dobbiamo necessariamente comprendere come l’“attaccamento digitale”, ovvero l’utilizzo degli strumenti tecnologici per assolvere ai nostri compiti di sviluppo e a quelli delle famiglie connesse, come messo in luce dall’ultimo libro della Prof.ssa Barbara Volpi (L’attaccamento digitale. Famiglie connesse nell’era dell’IA, Il Mulino), si dovrebbe sviluppare su una traiettoria educativa di screen education consapevole, critica ed etica che valorizzi la potenzialità degli strumenti sui processi di crescita e sviluppo delle nuove generazioni. Il passo, quindi, non è il tornare indietro ed azzerare l’avanzamento tecnologico (impresa paradossale e impossibile) ma imparare a cavalcare l’onda dello tsunami tecnologico sviluppando processi di apprendimento consapevoli, in cui la tecnologia entra a supporto e non a come delega dei pensieri e delle parole.
Rispolverare le teorie evolutive sui processi di apprendimento infantile
La tutela della scrittura a mano allora diventa uno strumento valido, validato scientificamente che ci permette non di azzerare l’avanzamento tecnologico, ma di potenziarlo nel rispetto dei tempi di acquisizione e dei bisogni evolutivi del bambino a partire dalla scuola primaria. Il monito forse è quello di “rispolverare” le teorie evolutive sui processi di apprendimento del bambino, e di tracciare un filo di connessione riflessiva che ipoteticamente leghi le riflessioni di Maria Montessori sulla mente assorbente del bambino al circuito dell’apprendimento creativo di Michael Resnick.
Perché è allora importante non perdere la capacità di scrittura con carta e penna?
Recuperare il tempo lento della scrittura
I dati di ricerca (Muller, Oppenheimer, 2014) hanno dimostrato che il tempo lento della scrittura con carta e penna, in cui non si delega ma si prende in mano il pensiero dando sequenzialità agli appunti nell’ascolto diretto, risulti essere vincente nella capacità di memorizzazione rispetto alla delega passiva alla tastiera. Tuttavia, al di là delle innumerevoli prove scientifiche rintracciabili in monografie specifiche (segnalo l’esaustivo libro di Susan Greenfield: Cambiamento Mentale. Come le tecnologie digitali stanno lasciando un’impronta sui nostri cervelli, Fioriti, 2016), mi preme evidenziare come l’abbandono della motricità fine del gesto della scrittura, sia esso stesso veicolo dello stravolgimento della comunicazione in cui si perdono parole e si acquisiscono immagini e un tempo deteriorato nella sua qualità affettiva
La lettura digitale non equivale a quella cartacea
Un’altra “falsa credenza”, tanto diffusa nelle argomentazioni in classe tra docenti e alunni, è che la lettura digitale sia equivalente a quella cartacea. Grazie alle neuroscienze si è potuto rilevare come la lettura su pagine di carta e non di web si strutturi su differenze significative. Nel sintonizzarsi sulla carta il cervello risuona nelle aree che presiedono il linguaggio, la memoria, l’elaborazione degli stimoli visivi, ma non nelle aree delle attività prefrontali deputate alla decisione e alla risoluzione dei problemi, che si attivano invece nel seguire visivamente l’ipertesto. Più argomentativi e profondi nella lettura orizzontale del testo cartaceo, più esecutivi in quello mediatico e nella nostra risaputa considerazione della mano come strumento di acquisizione più deep nella scrittura a mano che, rispetto a quella con la tastiera, genera maggiori riflessioni e connessioni logiche [van der Meer, van der Well, 2016, Mueller, Oppehheimer, 2014] che ci porta a dire: nulla fine senza die.
Cambia il flusso di informazioni
Ma lo aveva già indicato il bambino si apprende maggiormente scrivendo l’alfabeto, corredandolo con l’abaco e il sussidiario, e per il nostro vocabolario digitale partendo dal fare con la tastiera solo dopo determinate acquisizioni propedeutiche all’immersione nelle nuove acquisizioni mediate dalla tecnologia. Quel che cambia è il flusso di informazioni che con il digitale si pone su un circuito circolare in cui la parola scritta dialoga incessantemente con le immagini, i video, i link che segnalano dove dirigere l’approfondimento tematico, coinvolgendo canali sensoriali distinti sullo scopo unico di mantenere viva l’attenzione e non delegare aspetti motivazionali che rendono unico e personalizzato l’apprendimento di ogni singola mente che fa parte del connettoma digitale, nella rivisitazione pedagogica in chiave tecnologica di Celestino Freinet che vedeva la scuola come luogo elitario di lavoro e collaborazione creativa.
Il partire dalla costruzione di un buon impianto mnemonico del bambino dalla scuola primaria, integrando l’alfabetizzazione digitale nel tempo dovuto insieme e mai da solo, ci permette di costruire sicuri attaccamenti alle macchine e a mantenere viva la nostra intelligenza umana, empatica, e profondamente creativa.
Buona screen education, buon avvio della scrittura, della lettura e della capacità di parola!
Massimiliano Padula: “La scelta svedese? Serve cautela”
“La scelta svedese di rivalutare il libro cartaceo va letta con molta cautela, evitando semplificazioni e facili trasferimenti nel contesto italiano”. Così l’esperto Massimiliano Padula, interpellato da Key4biz, che aggiunge quanto segue.
La Svezia ha sperimentato per anni una digitalizzazione scolastica molto più radicale della nostra, in un sistema che garantisce agli studenti strumenti e materiali in modo strutturato e spesso gratuito. In Italia, al contrario, il libro di carta rimane ancora il principale, e spesso unico, supporto di studio. Per questo sarebbe fuorviante interpretare la vicenda svedese come una smentita generale della didattica digitale.
Il digitale non riguarda soltanto i social network
Esiste, inoltre, una tendenza diffusa a identificare il digitale esclusivamente con i social network, i motori di ricerca o l’intelligenza artificiale. È una visione riduttiva. Il digitale non riguarda solo le piattaforme oggetto di dibattito pubblico e mediatico, ma comprende anche strumenti come computer e tablet con cui scriviamo, leggiamo, calcoliamo, archiviamo informazioni e collaboriamo.
Per questo, la rivalutazione del libro cartaceo non può essere interpretata come un invito ad abbandonare il digitale o a immaginare un ritorno a una scuola esclusivamente analogica. Una simile prospettiva ignorerebbe la natura stessa della società contemporanea.
Nessuna tecnologia sostituisce l’educatore. Nessun libro garanzia di apprendimento
Da un punto di vista pedagogico, poi, sappiamo da tempo che il successo formativo non dipende dagli strumenti in sé, ma dalla qualità delle relazioni educative e dalle competenze professionali di chi insegna. Nessuna tecnologia sostituisce il ruolo dell’educatore; allo stesso modo, nessun libro garantisce automaticamente un apprendimento efficace. Il problema non può essere ridotto esclusivamente ai livelli di alfabetizzazione dei ragazzi, ma riguarda soprattutto la capacità del sistema formativo di comprendere e governare il cambiamento, formando adeguatamente il personale e definendo obiettivi educativi chiari.
Non trascurare la dimensione economica
La scelta del Paese scandinavo richiama, inoltre, un aspetto spesso trascurato: la dimensione economica. È indubbio che la diffusione delle tecnologie digitali nella scuola sia stata sostenuta anche da interessi di mercato che, in molti casi, hanno preceduto una riflessione pedagogica approfondita. In Italia si sono introdotti dispositivi e piattaforme senza costruire parallelamente un modello condiviso del loro utilizzo.
Registro elettronico crea dipendenza da controllo
Da padre sperimento ogni giorno come il registro elettronico, se da un lato favorisce la corresponsabilità tra istituzioni scolastiche, famiglie e studenti, dall’altro crea dipendenza da controllo, ansie da prestazioni e competitività insana (anche nei genitori). In questo senso, quindi, la questione è anzitutto di scelte politiche prima ancora che pedagogiche.
Oscillazione digitale nel mondo scuola
Ancora, non sorprende che oggi si assista a una sorta di oscillazione: da una parte si investe nella formazione sulla didattica digitale, dall’altra si promuovono restrizioni sempre più rigide all’uso delle tecnologie a scuola. Questa apparente contraddizione riflette, ancora una volta, l’incertezza del mondo adulto di fronte alle trasformazioni culturali in corso. Oggi, infatti, l’elevatissima complessità sociale non si fronteggia con la semplificazione e la riduzione, ma acquisendo – quello che Edgar Morin – definiva “pensiero complesso”, una coscienza multidimensionale nella quale tutto (digitale e analogico, device e libro, social network e luogo fisico) è interdipendente.
Decostruire le retoriche ambivalenti sul digitale
Per questo motivo occorrerebbe decostruire le retoriche ambivalenti sul digitale che oscillano tra entusiasmi acritici e patologizzazioni altrettanto semplicistiche. Dobbiamo liberarci della dicotomia “rischi/benefici”: non si può godere delle opportunità di connessione e partecipazione offerte dal web senza esporsi, almeno in parte, ai suoi lati oscuri. Così come limitarsi a carta e penna significa rinunciare alle opportunità di conoscenza, incontro e collaborazione che la rete rende accessibili.
Da sociologo, formatore e genitore, credo, inoltre, che questo sia il punto decisivo: ogni generazione tende a proiettare sulla scuola le proprie paure e le proprie inquietudini. La scuola diventa così lo spazio simbolico nel quale la società tenta di risolvere problemi che nascono altrove: nella famiglia, nel mercato, nella politica, nei media. Per questo, il dibattito sul libro e sul tablet rischia talvolta di essere una falsa alternativa. La vera domanda non è quale strumento utilizzare, ma quale idea di formazione e di cittadinanza vogliamo costruire per le nuove generazioni.
Decisivo anche il ruolo della famiglia
Accanto alla scuola, poi, è decisivo il ruolo della famiglia. Ben venga l’invito dell’Agenzia svedese per la salute a individuare aree della casa phone-free e a mettere da parte lo smartphone quando si trascorre del tempo con i propri figli. Io stesso, da decenni, nei miei studi e nei miei incontri con i genitori, suggerisco la creazione di quella che definisco una “no media’s land”: una zona spazio-temporale franca dai media nella quale ritrovarsi, anche solo per poco tempo, riscoprendo la semplicità e la profondità del guardarsi negli occhi.
Quando affidiamo sistematicamente alle tecnologie il compito di interpretare la realtà al posto nostro, o di rispondere a domande che richiederebbero riflessioni personali e confronto umano, rischiamo di indebolire quelle pratiche di ricerca di senso che si costruiscono nelle relazioni, nell’esperienza e nella vita quotidiana. Per questa ragione, prima ancora di regolamentare e vietare l’uso dei dispositivi, una delle grandi urgenze del tempo presente è sostenere socialmente e politicamente la genitorialità, creando condizioni (temporali, sociali, economiche, lavorative) che consentano agli adulti di essere realmente presenti nella vita dei figli: non soltanto accanto a loro fisicamente, ma nei i loro cuori e nelle loro fragilità.
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