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Russiagate: Trump furioso sulle nuove fughe di notizie, Usa-Cuba: Trump ridimensiona apertura diplomatica, Brexit, Vittoria del partito di Macron

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Usa, Russiagate: Trump reagisce furiosamente alle nuove fughe di informazioni sulle indagini a suo carico

16 giu 11:14 – (Agenzia Nova) – Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha reagendo duramente ieri all’ennesima ondata di indiscrezioni fatte circolare illegalmente da fonti anonime dell’Fbi e della commissione indipendente guidata da Robert Mueller, chiamata a indagare sulle presunte intromissioni russe nella campagna presidenziale dello scorso anno. Mueller, ha rivelato mercoledi’ la “Washington Post”, ha indagato Donald Trump, per stabilire se questi abbia ostruito la giustizia auspicando, di fronte all’ex direttore dell’Fbi James Comey, la fine delle indagini a carico dell’ex consigliere per la sicurezza nazionale Michael Flynn. Trump ha espresso la propria frustrazione su Twitter: “Hanno formulato un’accusa completamente falsa di collusione con i russi, non hanno trovato alcuna prova, e ora si buttano sull’accusa di ostruzione della giustizia nell’ambito di una storia completamente inventata. Ottimo lavoro”, ha scritto il presidente, che e’ tornato a denunciare una “caccia alle streghe” ai suoi danni e ha puntato l’indice contro Mueller e la commissione di inchiesta speciale: le indagini in merito al Russiagate, ha scritto infatti il presidente, sono affidate a “pessime persone in evidente conflitto di interessi”. Le parole di Trump hanno mandato su tutte le furie i suoi detrattori, che difendono l’imparzialita’ del procuratore speciale nominato dal vicesegretario della Giustizia, Rod Rosenstein. Questa settimana la Casa Bianca ha smentito altre indiscrezioni della “Washington Post” e del “New York Times”, secondo cui il presidente si apprestava a licenziare Mueller, cui anche diversi Repubblicani, ieri, hanno rinnovato un attestato di fiducia. Lo stesso “New York Times”, pero’, ammette che Mueller ormai e’ ben lungi dall’apparire una figura sopra le parti. L’ex direttore dell’Fbi James Comey ha ammesso pubblicamente, durante la sua recente deposizione al Senato, di aver fatto trapelare i resoconti delle sue conversazioni private col presidente Trump per innescare la nomina di un procuratore speciale; di li’ a pochi giorni, e’ stato nominato proprio Mueller, suo amico strettissimo e mentore all’Fbi. Non e’ sfuggito inoltre che Comey si sia ben guardato dall’accusare Trump di aver provato a ostruire le indagini dell’Fbi, ma abbia affermato che “spetta al procuratore speciale verificare eventuali profili di irregolarita’”; di li’ a poche ore, i quotidiani Usa hanno diffuso le indiscrezioni secondo cui Trump e’ ora indagato proprio per presunta ostruzione della giustizia. Il “New York Times” sottolinea anche come dall’intromissione della Russia nel processo elettorale Usa, e dall’ipotesi rivelatasi ormai inconsistente di una “collusione” tra Mosca e la campagna di Trump, Mueller sia ora passato a indagare la condotta personale del presidente, mutando di fatto l’ambito delle indagini: una decisione che rientra comunque nella discrezionalita’ investigativa pressoche’ assoluta concessagli dal mandato di procuratore speciale. Soprattutto, sottolinea il quotidiano, a gravare sull’aura di imparzialita’ di Mueller e’ il fatto che tre dei procuratori che ha chiamato a far parte della commissione di indagine siano sostenitori e donatori dichiarati del Partito democratico. Nel frattempo, le indiscrezioni si accavallano: la “Washington Post” rivela, sempre sulla base di indiscrezioni anonime, che Mueller starebbe indagando sugli affari del genero di Trump, Jared Kushner, accusato nelle scorse settimane di aver lavorato a un canale di dialogo informale tra il presidente Usa e quello russo, Vladimir Putin. Inoltre, la stampa Usa rivela che il vicepresidente Mike Pence ha ingaggiato un consulente legale per valutare le possibili ricadute delle indagini.

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Venezuela, l’entourage di Maduro si prepara ad “occupare” l’Assemblea costituente

16 giu 11:14 – (Agenzia Nova) – Diversi esponenti del governo venezuelano, deputati chavisti e governatori legati al presidente Nicolas Maduro stanno lasciando i loro incarichi per ottenere un posto nella Assemblea costituente, lo strumento scelto da Caracas per uscire dalla dura crisi politica interna. Lo scrive il quotidiano spagnolo “El Pais” riportando la nomina di quattro nuovi ministri operata ieri dal capo di Stato: quello dei Comuni, Aristobulo Isturiz, dei Servizi penitenziari Iris Varela, dei Popoli indigeni Aloha Nunez e di Cultura Adan Chavez, fratello dell’ex presidente Hugo. A un seggio nella Costituente aspirerebbero anche la ministro degli Esteri Delcy Rodriguez, comunque non intenzionata a lasciare l’incarico, ma anche la first lady Cilia Flores, da molti ritenuta pedina e consigliera chiave della presidenza, e il governatore dello Stato di Carabobo Francisco Ameliach. Si tratta, secondo il quotidiano, di una conferma della volonta’ di Caracas di rinsaldare ulteriormente il potere del governo a scapito delle opposizioni. Grazie al Consiglio nazionale elettorale (Cne), il governo ha organizzato un voto “che gli permettera’ di ottenere la maggioranza dei seggi alla Costituente”: il Cne ha dato un maggior peso “verra’ dato alle circoscrizioni rurali, dove il chavismo mantiene il grosso degli elettori, e ha diviso il voto in ‘territoriale’ – gli elettori individuano un delegato per ogni municipio – e in ‘settoriale’ – che comporta l’elezione di rappresentanti di categorie e corporazioni controllate dal regime di Maduro”. La crisi, accentuata dalle proteste che da oltre due mesi le opposizioni portano avanti per denunciare la carenza di democrazia nel paese, tornera’ al centro delle attenzioni internazionali gia’ il prossimo 19: a Cancun, in Messico, i ministri degli Esteri dell’Organizzazione degli Stati americani (Osa) si incontreranno in Assemblea generale per cercare di nuovo consenso su un documento in grado di orientare la soluzione allo stallo istituzionale. A capo della delegazione Usa, come confermato dal presidente Donald Trump, sara’ il segretario di Stato Rex Tillerson.

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Usa-Cuba, L’Avana: ma Donald Trump, chi ascolta?

16 giu 11:14 – (Agenzia Nova) – Le anticipazioni sul varo di una politica piu’ restrittiva degli Stati Uniti nei confronti di Cuba fanno sorgere una domanda: “con chi si e’ consultato il presidente Donald Trump per definire il futuro delle relazioni con un paese a solo 90 miglia dalle sue coste?”. Se lo chiede il quotidiano cubano “Granma”, organo ufficiale del Partito comunista e “voce” del governo. “Secondo l’informazione filtrata dalla stampa statunitense, l’immensa maggioranza delle agenzie governative ha raccomandato al presidente” di non alterare il corso delle relazioni bilaterali, segnala la testata. Il “dietrofront” e’ frutto in particolare dell’operato di un “pugno di parlamentari di origini cubane che hanno usato stratagemmi e ricatti per sequestrare la politica nei confronti di Cuba e spingerla in una direzione contraria a quella voluta dalla maggioranza degli statunitensi”, si legge nell’articolo che cita il sondaggio del Pew Research Center nel quale il 75 per cento del campione appoggia la politica di avvicinamento. La testata sottolinea che le aperture fatte durante l’amministrazione di Barack Obama, pur modeste, hanno permesso un massiccio arrivo di statunitensi nell’Isola, con cifre riportate come un successo dell’operazione “disgelo”. Citate le testimonianze di viaggiatori e operatori turistici, allarmati per il cambio di rotta, l’articolo segnala poi che la Casa Bianca non chiudera’ l’ambasciata all’Avana, lascera’ aperte le relazioni diplomatiche e non tocchera’ la normativa su viaggi familiari e rimesse. Interverra’, questo si’, sui rapporti con “alcune imprese pubbliche cubane, in cui lavora la maggior parte della forza lavoro del paese e che produce beni e servizi con il maggior valore aggiunto”: l’industria bellica, secondo le ricostruzioni della stampa internazionale. Di segno prevedibilmente diverso il commento pubblicato da “14ymedio”, testata online indipendente fondata dalla nota blogger dissidente Yoani Sanchez. L’editoriale invita a non dare troppo peso all’imminente annuncio della Casa Bianca: “il magnate ne fara’ uno spettacolo al pari di tanti altri di cui e’ stato protagonista da quando e’ alla guida della maggior potenza del pianeta. Gesticolera’, promettera’ impegno sui diritti umani e strappera’ applausi entusiastici, ma poi tornera’ alla Casa Bianca” e i cambiamenti reali rimarranno limitati alla sua agenda. Trump soddisfera’ le richieste di chi vuole “mettere sotto torchio” l’Avana, come se le sanzioni e potessero “far mancare acqua, elettricita’ o accesso a internet ai gerarchi del Partito comunista”. Un irrigidimento delle posizioni irrobustirebbe le ragioni del governo e come “conseguenza prevedibile” si avra’ un “incremento della repressione e un miglior posizionamento dei settori piu’ conservatori”.

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Usa-Cuba, il presidente Trump si appresta a ridimensionare l’apertura diplomatica

16 giu 11:14 – (Agenzia Nova) – Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, emanero’ oggi una direttiva politica che ridimensionera’ l’apertura diplomatica al Regime cubano intrapresa dal suo predecessore, Barack Obama. Il provvedimento del presidente, anticipa la stampa Usa, confermera’ gran parte delle misure adottate da Obama per la normalizzazione delle relazioni bilaterali, ma ridimensionera’ alcune delle misure riguardanti i viaggi turistici e le transazioni nell’ambito militare. Il cambiamento piu’ tangibile e significativo introdotto dalla direttiva, spiega il “Wall Street Journal”, sara’ l’eliminazione dei regolamenti che consentivano agli individui di condurre viaggi individuali a Cuba auto-certificandoli come visite tese allo scambio culturale. Di fatto, questi regolamenti avevano comportato la fine del bando ai viaggi verso l’Isola, anche se formalmente i viaggi turistici a Cuba restano vietati dalla legislazione Usa in vigore. Per il “Wall Street Journal”, l’unica probabile conseguenza a lungo termine potrebbe riguardare i piani di alcune agenzie ed operatori turistici, ma per formulare stime piu’ precise bisognera’ attendere la formulazione dei nuovi regolamenti varati dalla Casa Bianca. Piu’ allarmistica la copertura della notizia data dal “New York Times”, secondo cui Trump si prepara a “bloccare la storica riconciliazione tra Stati Uniti e Cuba messa in moto dall’ex presidente Barack Obama”. In un editoriale a firma di Christopher Sabatini, il quotidiano cita le ultime rilevazioni sondaggistiche del Pew Research Center, secondo cui il 75 per cento dei cittadini statunitensi resta genericamente favorevole all’apertura diplomatica nei confronti di Cuba; e avverte il presidente che a prescindere dalla reale entita’ delle modifiche normative, il vero problema potrebbe sorgere dalle reazioni politiche del Congresso federale Usa e del governo de L’Avana. La fine dell’embargo, sottolinea l’editoriale, ha concesso a Washington una leva efficace per affrontare problemi quali il riciclaggio di denaro, la sicurezza portuale e aeroportuale, il traffico di droga e quello di esseri umani. Ed ha generato ricadute economiche positive anche per gli Usa: Circa 600 mila di cittadini Usa hanno visitato Cuba dopo l’apertura decretata ad Obama, scrive il quotidiano, a beneficio dell’industria dell’accoglienza su entrambe le sponde degli stretti della Florida.

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Regno Unito, May fissa la data del “Discorso della Regina” senza un accordo col Dup

16 giu 11:14 – (Agenzia Nova) – La premier del Regno Unito, Theresa May, riferisce il quotidiano britannico “The Times”, iniziera’ il negoziato sull’uscita dall’Unione Europea la prossima settimana, lunedi’ 19, e ha fissato a mercoledi’ 21 il “Discorso della Regina” sul programma legislativo, nonostante l’accordo col Partito unionista democratico (Dup) dell’Irlanda del Nord non sia ancora stato concluso e nonostante le frizioni col cancelliere dello Scacchiere, Philip Hammond (che, tuttavia, a causa dell’incendio di Londra, ha rinviato l’atteso intervento sulla Brexit alla Mansion House). Dopo una settimana di colloqui col Dup, la leader di Downing Street, con la data del “Discorso della Regina”, ha di fatto annunciato di voler vedere il bluff dell’interlocutore, dando un ultimatum di cinque giorni. Hammond, diversamente da May, vorrebbe che la Gran Bretagna rimanesse nell’unione doganale; ne ha discusso con altri membri del governo, ma non si sa se abbia trovato consensi; secondo alcune fonti, ha fatto progressi. Il Dup, invece, secondo altre fonti, sarebbe pronto ad appoggiare la linea originaria della premier, quella indicata a gennaio; i colloqui procederebbero positivamente e ci sarebbe gia’ un accordo di massima per appoggiare il governo Tory di minoranza a guida May. Quattro i punti principali: dare attuazione alla Brexit, rafforzare l’Unione britannica, combattere il terrorismo e diffondere la prosperita’. May spera di ottenere la fiducia dalla Camera dei Comuni, forse la settimana successiva alla presentazione del programma legislativo, confidando sul fatto che la leader unionista, Arlene Foster, non farebbe cadere il governo aprendo la strada a nuove elezioni che porterebbero il Labour di Jeremy Corbyn a Downing Street. Le trattative Tory-Dup coincidono con lo stallo nell’Irlanda del Nord, dove e’ a rischio la condivisione del potere tra unionisti e Sinn Fein, il partito repubblicano: se entro il 29 giugno non si trovera’ una soluzione di compromesso, la nazione costitutiva tornera’ sotto il diretto controllo del governo centrale di Londra, per la prima volta da dieci anni. Il presidente dello Sinn Fein, Gerry Adams, e’ stato ricevuto dalla premier, e ha dichiarato che l’intesa Tory-Dup viola l’Accordo del venerdi’ Santo, fondamentale per il processo di pace. L’accordo tra i conservatori e gli unionisti e’ controverso anche nell’elettorato. Secondo un sondaggio di YouGov il 48 per cento degli elettori ha un’opinione negativa sul Dup mentre solo l’otto per cento ne ha una positiva.

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Regno Unito, come trasformare un caotico risultato elettorale in una Brexit migliore

16 giu 11:14 – (Agenzia Nova) – La premier del Regno Unito, Theresa May, osserva il settimanale britannico “The Economist”, ha voluto le elezioni politiche anticipate per costruire un governo “forte e stabile”, aggettivi che la perseguiteranno dopo il risultato del voto, in cui ha perso la maggioranza assoluta alla Camera dei Comuni. Si potrebbe votare di nuovo e probabilmente vincerebbe il Labour di Jeremy Corbyn. Con i negoziati sull’uscita dall’Unione Europea alle porte, la situazione non potrebbe essere meno promettente. Eppure il caos post-elettorale da’ sia alla Gran Bretagna che all’Ue l’opportunita’ di concludere un accordo migliore. L’opzione di May della Brexit “dura” e’ stata respinta dagli elettori; il punto e’ come sostituirla. C’e’ una certa chiarezza su che cosa la Brexit non significhi. May era intenzionata a mettere fine alla liberta’ di circolazione delle persone e a uscire dal mercato unico e dall’unione doganale ed era pronta a lasciare l’Ue anche senza un accordo. L’esito delle elezioni e’ dovuto a diversi fattori, ma la Brexit ha sicuramente motivato molti elettori: si stima che sia stato l’argomento decisivo per meta’ dei votanti passati dai Tory al Labour. May ha chiesto all’elettorato di appoggiare la soluzione piu’ estrema e il verdetto e’ stato contrario. Poiche’ il governo non ha una maggioranza, spettera’ al parlamento decidere che cosa la Brexit significhi. Alcuni Tory moderati, come Philip Hammond, cancelliere dello Scacchiere, e Ruth Davidson, leader dei conservatori scozzesi, si stanno gia’ esprimendo; altri stanno ammorbidendo le loro posizioni. Il Partito unionista democratico (Dup) dell’Irlanda del Nord, dai cui voti dipendera’ il governo, vuole ridurre al minimo i problemi al confine con la Repubblica d’Irlanda, il che farebbe propendere per la permanenza nell’unione doganale. La comunita’ d’impresa preme per una Brexit morbida. Anche i dipendenti pubblici sono per un’uscita meno dannosa possibile. I negoziati saranno ostacolati dalla precarieta’ dell’esecutivo. Pertanto e’ necessario un accordo trasversale ai partiti su alcuni principi di fondo. Una commissione allargata e’ stata proposta sia da esponenti conservatori che liberaldemocratici. L’ostacolo principale e’ il Labour, che non vede il motivo di rendere piu’ facile la vita ai Tory. Tuttavia una commissione sarebbe anche nell’interesse laborista e lascerebbe il leader, Jeremy Corbyn, che non ha mai mostrato troppo interesse per il tema, libero di concentrarsi sulla sua rivoluzione domestica. L’Ue non vuole che il Regno Unito esca con condizioni migliori di quelle dell’appartenenza, ma dovrebbe riconoscere che non raggiungere alcun accordo sarebbe un disastro non solo per la Gran Bretagna. Per arrivare a un’intesa positiva, comunque, ci vorra’ tempo e flessibilita’; dunque, le parti dovrebbero convenire su una lunga fase di transizione, che permetta a Londra di sottostare ai termini attuali fino alla conclusione di una partnership commerciale. L’accordo di transizione potrebbe naufragare sulla liberta’ di circolazione delle persone: il Regno Unito non puo’ aspettarsi un trattamento speciale, ma qualcosa che somigli agli assetti della Norvegia o della Svizzera; se i leader europei rifiuteranno qualsiasi compromesso, renderanno i loro cittadini piu’ poveri.

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Francia, il partito di Macron verso una vittoria a valanga ai ballottaggi delle elezioni parlamentari

16 giu 11:14 – (Agenzia Nova) – Non e’ piu’ un’ondata quella che sembra delinearsi al secondo turno di ballottaggio delle elezioni parlamentari francesi di domenica prossima 18 giugno, per il partito del neo presidente Emmanuel Macron: sara’ un vero e proprio tsunami; lo scrive oggi venerdi’ 16 giugno, a due giorni dal voto, il quotidiano economico “Les Echos” commentando i risultati dell’ultimo sondaggio “Le’giTrack” condotto dalle societa’ di rilevazioni statistiche OpinionWay e Orpi. Per la formazione “La Re’publique en Marche” (Lrem, “La Repubblica in Marcia”; ndr) si profila infatti una vittoria ancora piu’ larga di quella immaginata la sera del primo turno, domenica scorsa 11 giugno e il presidente Macron potrebbe dunque godere nella futura Assemblea Nazionale (577 seggi) di una maggioranza assoluto molto ampia: Lrem dovrebbe poter conquistare dai 390 ai 420 deputati; a cui si aggiungerebbero i 50-60 seggi degli alleati centristi del Movimento democratico (MoDem) dell’attuale ministro della Giustizia Francois Bayrou, che non sembra affatto scalfito dallo scandalo degli impieghi fittizi dei suoi deputati al Parlamento europeo. Distanziato, molto lontano, resterebbe secondo questa rilevazione il primo gruppo di opposizione, rappresentato dalla coalizione di centro-destra costituita dalla destra “classica” de I Repubblicani (LR, ex Ump) e dall’Udi: il sondaggio gli attribuisce dai 70 ai 90 deputati, meno della meta’ di quanti ne avevano nel precedente Parlamento. Quanto al Partito socialista (Ps) ed ai suoi alleati ambientalisti di Europa ecologia – I Verdi (EeLv) e Radicali di sinistra (Rdg), il sondaggio prevede una disfatta ancora piu’ catastrofica: i seggi che conquisterebbero sarebbero solo 20-30; e il Ps da solo non sarebbe neppure in grado di costituire un proprio gruppo parlamentare autonomo. Non dovrebbe andare meglio all’estrema sinistra della “France insoumise” (“Francia non-sottomessa”, ndr), in drastica controtendenza rispetto all’ottimo risultato raccolto alle presidenziali dal suo candidato Jean-Luc Me’lenchon: a loro il sondaggio attribuisce appena dai 5 ai 15 seggi; perdipiu’ da spartirsi con il Partito comunista (Pcf), che in queste elezioni ha corso da solo. Evapora anche l’ondata del Front national (Fn), dopo la secca sconfitta contro Macron patita alle presidenziali da Marine Le Pen, che pure aveva raccolto il 34 per cento dei suffragi: i deputati Fn nella nuova Assemblea Nazionale saranno al massimo cinque; e piu’ probabilmente appena uno o due, tra i quali la leader Le Pen.

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Rilancio cinese sui supermercati italiani Esselunga

16 giu 11:14 – (Agenzia Nova) – I cinesi continuano a fare shopping tra i campioni del capitalismo italiano e ora puntano al terzo gruppo della grande distribuzione del paese: lo scrive il quotidiano economico francese “Les Echos” riferendo che il gruppo cinese Yida, colosso dell’immobiliare e dell’energia, ha fatto un’offerta da 7,5 miliardi di euro per acquistare la catena italiana di supermercati Esselunga dalla famiglia Caprotti che ne e’ proprietaria; si tratta, spiega il corrispondente da Roma Olivier Tosseri del giornale francese, di un’offerta del 25 per cento superiore a quelle avanzate dal fondo statunitense Blackstone e da quello britannico Cvc Capital Partners, che avevano valutato Esselunga tra i 4 ed i 6 miliardi. L’offerta cinese arriva nel momento in cui si sono insediati i nuovi vertici dell’azienda italiana, nominati all’inizio di questa settimana dal consiglio di amministrazione: come prescritto dal testamento lasciato dal fondatore Bernardo Caprotti morto nell’ottobre 2016, la sua seconda moglie Giuliana Albera e la loro figlia Sylvia hanno ereditato il 70 per cento del capitale di Supermarkets Italiani, la holding familiare proprietaria del marchio Esselunga che da’ lavoro a 22 mila dipendenti e che nel 2016 ha registrato un giro d’affari annuale di 7,5 miliardi di euro. Finora le manifestazioni di interesse erano arrivato esclusivamente da paesi occidentali: dal gruppo francese Carrefour, da quello britannico Tesco, dallo spagnolo Mercadona e dallo statunitense Walmart. L’amministratore delegato Carlo Salza e’ incaricato di mettere in pratica il nuovo piano industriale 2020: saranno aperti cinque nuovi supermercati (dopo quello di Roma in aprile, a Verona in giugno, a Bergamo e Novara entro il mese di dicembre e poi a Varese); verra’ realizzata una piattaforma logistica per il nord-est della Penisola e l’e-commerce sara’ sviluppato. Tuttavia, sottolinea”Les Echos”, se sulla strategia industriale gli eredi di Bernardo Caprotti sono in sostanziale accordo, ci sarebbero invece dissensi sulla risposta da dare ai cinesi: nel suo testamento il patriarca aveva vietato soltanto che il gruppo fosse venduto ai suoi nemici giurati, la Coop; tra gli eredi c’e’ chi vorrebbe continuare a gestire l’azienda a livello familiare, e chi invece preferirebbe vendere. In caso di acquisto da parte dei cinesi, conclude il giornalista francese Olivier Tosseri, si rivelerebbe premonitore il titolo dell’opera che il fondatore Bernardo Caprotti aveva dedicato alla storia della sua azienda: “Falce e Carrello”.

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Germania, sicurezza al centro della campagna elettorale

16 giu 11:14 – (Agenzia Nova) – Sempre piu’ cittadini tedeschi mettono in discussione l’efficacia delle misure e delle politiche attuate dalle autorita’ per garantire la sicurezza, che e’ divenuta cosi’ un tema cruciale della campagna elettorale in corso nel paese. “Le nostre agenzie di sicurezza, come la societa’ nel suo complesso, si trovano ad affrontare nuove sfide”, ha dichiarato allo “Spiegel” il ministro dell’Interno della Bassa Sassonia, Boris Pistorius (Spd), citando la minaccia dello Stato islamico (Isis). Dal canto loro i Verdi e la Linke hanno criticato la richiesta del Ministro bavarese Joachim Herrmann (Csu) di archiviare le impronte digitali di migranti e richiedenti asilo dai 6 ai 14 anni di eta’. La sicurezza e le sue implicazioni e’ un tema cavalcato anche dal partito di destra Alternativa per la Germania (AfD). L’Unione di centrodestra, dal canto suo, esorta ad adottare leggi piu’ severe per combattere il terrorismo, maggiore videosorveglianza, la conservazione dei dati e una legge sulle espulsioni piu’ rigida per gli stranieri che delinquono, oltre ad un vasto monitoraggio dei servizi di messaggistica come WhatsApp e l’ampliamento dell’utilizzo delle prove del Dna per le indagini di tipo criminale. I Socialdemocratici sono favorevoli a loro volta all’aumento delle attivita’ di sorveglianza, oltre che alle espulsioni di sospetti terroristi e all’impiego delle cavigliere elettroniche, e chiedono inoltre un aumento degli organici delle polizia federale e statali. Tuttavia, “l’Spd non deve perdersi nella retorica della legge e dell’ordine”, ha messo in guardia l’esponente dell’Spd Johanna Uekermann. I Verdi, nel loro programma elettorale del 2013, sostenevano: “La sicurezza e’ al servizio della liberta’ e non viceversa”; ora la linea e’ cambiata: “La liberta’ non c’e’ senza sicurezza, e viceversa”. Il partito resta comunque contrario alla raccolta generalizzata dei dati, pur essendo favorevole a un potenziamento dei mezzi per la sorveglianza a disposizione delle forze dell’ordine. La Linke, per bocca di Sahra Wagenknecht, aveva in parte addossato all’inizio dell’anno al cancelliere Merkel la responsabilita’ dell’attentato di Berlino, puntando l’indice contro l'”apertura incontrollata dei confini”, ma tale critica aveva innescato un feroce dibattito interno al partito. La Linke chiede in generale un aumento della spesa pubblica, inclusi i fondi destinati alla tutela dell’ordine, ma e’ contraria all’espansione delle attivita’ di sorveglianza e intelligence. I liberali dell’Fdp rifiutano la raccolta e la conservazione dei dati personali, mentre chiedono una razionalizzazione della struttura dei servizi di sicurezza.

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Germania e Austria contestano l’inasprimento delle sanzioni statunitensi alla Russia

16 giu 11:14 – (Agenzia Nova) – Il governo tedesco ha criticato il voto sostanzialmente unanime con cui il Senato federale degli Stati Uniti ha ulteriormente inasprito le sanzioni a carico della Russia. Il voto del Senato, che sottrae anche alla Casa bianca l’autorita’ di ridimensionare autonomamente le misure sanzionatorie, e’ stato contestato dal ministro del Esteri tedesco Sigmar Gabriel (Spd), e fuori dalla Germania anche dal premier austriaco Christian Kern; entrambi hanno accusato gli Usa di ricorrere alle misure sanzionatorie contro la Russia come strumento a doppio taglio, per danneggiare gli interessi politici ed economici europei. Le critiche di Gabriel fanno riferimento anzitutto all’ambizione degli Stati Uniti di contestare alla Russia il mercato europeo del gas naturale. Le nuove sanzioni, infatti, rischiano di colpire le imprese europee che partecipano alla costruzione del gasdotto Nord Stream II, tra cui le tedesche Basf e Omv. “L’approvvigionamento energetico europeo e’ una questione europea, non degli Stati Uniti d’America”, hanno affermato in una dichiarazione congiunta Gabriel e Kern, entrambi socialdemocratici. Strumenti come le sanzioni politiche, hanno dichiarato i due politici, non dovrebbero trasformarsi in armi al servizio dei propri interessi economici. “Iniziative di questo genere rischiano di influire negativamente nelle relazioni tra europei e statunitensi”, ha avvertito Gabriel. L’ex cancelliere tedesco Gerhard Schroeder (Spd), che presiede il Consiglio di amministrazione del consorzio Nord Stream II, guidato dal colosso energetico russo Gazprom, ha incontrato il presidente russo Vladimir Putin due settimane fa, a margine del Forum economico internazionale di San Pietroburgo. “Stabiliamo chi ci debba fornire energia in base a regole di trasparenza e di concorrenza del mercato”, hanno affermato Gabriel e Kern. Il Governo austriaco, cosi’ come Gabriel, hanno piu’ volte auspicato un allentamento delle sanzioni contro la Russia. Il provvedimento approvato dal Senato Usa dovra’ passare al vaglio della Camera ed essere firmato dal presidente Donald Trump, che pero’ pare avere le mani legate: respingere il provvedimento non farebbe che esporlo a nuove accuse di collusione con la Russia.

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