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Crescita. Rilancio economico e sistema bancario, le maggiori leve del contratto di governo

Se si prova a trovare una chiave di lettura della strategia sottesa al programma del “Governo del Cambiamento”, pur nel contesto di una lunga lista eterogenea di cose da fare, credo che si possa concordare che esso ruota su due leve importanti e assolutamente condivisibili: il rilancio degli investimenti, in particolare delle infrastrutture pubbliche, e un forte sostegno all’innovazione. Esse sono entrambe indispensabili perché l’economia italiana possa ritornare a crescere e ridurre il divario con il resto dell’Europa. E che il programma di governo sia orientato decisamente alla crescita lo si deduce dall’intendimento esplicito di contrastare l’austerity e di ottenere dall’Europa che gli investimenti infrastrutturali siano considerati fuori dai vincoli del Fiscal compact. Tale direzione è confermata anche dal proposito di ridurre il rapporto debito pubbico/pil puntando soprattutto sull’aumento del pil grazie agli investimenti non solo pubblici ma anche privati che si ritiene di stimolare grazie a una significativa riduzione della fiscalità (flat tax). Il quadro della strategia di sviluppo si completa con una forte enfasi sull’innovazione tecnologica e sulla modernizzazione della struttura produttiva italiana supportata dalla ricerca delle università alle quali saranno assegnate maggiori risorse anche per la formazione e il potenziamento del capitale umano, e il cui ruolo dovrà essere rafforzato anche sul piano delle loro relazioni con le imprese del territorio. Se si aggiunge il richiamo alle maggiori autonomie da concedere alle amministrazioni regionali affinché queste possano rafforzare le loro politiche di sviluppo territoriale, si può scorgere l’idea di una strategia di crescita che dovrà essere trainata anche dal basso, dai territori e non solo da una politica di investimenti a livello nazionale.

Questa strategia orientata alla crescita, nelle sue linee essenziali, sebbene debba essere meglio precisata e organizzata, come dirò fra poco, non può non essere condivisa e quindi i mercati non dovrebbero mostrare preoccupazione come sta emergendo dall’innalzamento dello spread in questi ultimi giorni. Probabilmente il motivo di questa reazione risiede più nelle incoerenze finanziarie che emergono dalla difficoltà di coniugare un aumento della spesa pubblica (reddito di cittadinanza e investimenti) con una riduzione della pressione fiscale (flat tax) che in un atteggiamento di provocatoria “sfida riformista” del nuovo governo nei confronti dell’attuale governance europea. Più giustificate potrebbero essere invece le preoccupazioni sulle difficoltà da superare nella realizzazione della strategia di rilancio senza compromettere la stabilità finanziaria, e su una serie di aspetti trascurati dal programma del nuovo governo sulle quali è opportuno soffermarsi e che riguardano soprattutto il problema del finanziamento della stessa strategia di sviluppo.

Bisogna, infatti, ricordare che in Italia le sinergie tra economia e finanza sono deboli. Nel nostro Paese da tempo si è determinata una sorta di cortocircuito: lo scarso orientamento delle imprese a innovare non promuove un’offerta di “finanza per l’innovazione” e al tempo stesso la bassa propensione delle banche verso il modello della “banca di sviluppo” e della “banca di investimento” frena l’innovazione delle imprese. Infatti, se l’Italia continua a crescere meno degli altri Paesi europei è perché vi sono anche gravi debolezze del contesto finanziario, oltre che del contesto economico. Il nostro sistema bancario dispone di una bassa capacità di sostenere i rischi del finanziamento dell’innovazione/trasformazione del nostro sistema produttivo, composto prevalentemente di pmi; ma si osserva anche una bassa capacità di intervento a favore delle imprese in difficoltà e in crisi con servizi di corporate restructuring e di rilancio che – contrariamente a ciò che ci si dovrebbe attendere – sono poco presenti in Italia tra i servizi bancari offerti alle imprese. Occorre quindi intervenire non solo per ridurre il gap di innovazione dell’economia ma anche per favorire l’adeguamento del nostro sistema bancario e finanziario alle esigenze di un sistema produttivo che deve innovare e trasformarsi.

In considerazione delle difficoltà della finanza pubblica le risorse per finanziare un grande programma di investimenti debbono necessariamente provenire dal sistema bancario e dalla finanza privata che deve essere pertanto mobilitata con progetti efficienti e remunerativi per gli investitori. In tal modo la mobilitazione del capitale privato può ridurre le tensioni sulla finanza pubblica e quindi le preoccupazioni, anche giustificate a questo punto, dei mercati su un possibile sforamento dei vincoli europei. Naturalmente, il nodo da sciogliere è la qualità dei progetti e quindi la qualità della progettazione visto che l’Italia è famosa per lo scarso uso dei fondi comunitari e per le inefficienze della gestione dei progetti infrastrutturali. Il nuovo governo sarà in grado di risolvere questo annoso problema?

Come indica il Contratto di Governo, il sostegno degli investimenti e di una nuova politica industriale può essere assicurato da una Banca Nazionale di Investimento che non può essere che la Cassa Depositi e Prestiti (CDP) con interventi a supporto dei piani di sviluppo e investimento non solo nazionali ma anche regionali, collaborando con le amministrazioni territoriali, mettendo a disposizione le proprie competenze e le proprie unità che operano nel campo della finanza innovativa e del finanziamento delle infrastrutture. Ma occorre al riguardo che la CDP si dia una strategia coerente con tale obiettivo. In particolare,  essa deve adottare un modello organizzativo articolato su scala territoriale o macro regionale in modo da focalizzarsi sulle diverse realtà regionali e sui relativi problemi di rilancio economico.

Tuttavia, ciò non basta: occorre che il governo, ma anche le autorità finanziarie europee, promuovano l’ampliamento del settore della “finanza per l’innovazione”, adottando misure che facciano evolvere l’attuale struttura finanziaria, perché tale settore è indispensabile per sostenere un’economia che deve trasformarsi, innovare e diversificare le attività produttive. In Italia una serie di condizioni di contesto ha favorito il mercato del credito a scapito dello sviluppo del mercato dei capitali. Cosicché anche il settore degli intermediari specializzati nella finanza per l’innovazione nel nostro Paese è poco presente e quello esistente segue in buona parte logiche speculative. Esso accetta solo progetti con soglie piuttosto alte di rendimento e preferisce assumere partecipazioni nelle nuove imprese a rapido tasso di sviluppo. Pertanto,  molte imprese innovative – soprattutto tra le piccole – non trovano facilmente interlocutori finanziari disponibili a finanziarle. Anche qui il nuovo governo deve intervenire sollecitando cambiamenti strutturali.

Quanto alle banche, il loro ruolo non può essere confinato alla sola fase del funding, ma deve riguardare anche quella della progettazione, visto che la finanza è una componente essenziale e che la valutazione della sostenibilità dei progetti è un requisito irrinunciabile della stessa definizione dei programmi di investimento. E anche gli investimenti pubblici occorre che siano sottoposti a criteri di valutazione basati sul bilancio tra benefici e costi in modo che sia evidente il proprio impatto sullo sviluppo e quindi sul pil.

L’economia italiana deve fare un salto di qualità, potenziando e ampliando le proprie smart specializations attualmente ancora poco sviluppate e che la separano dalle aree europee più progredite. Ma il sistema bancario appare prevalentemente posizionato sulle imprese consolidate e si riscontrano, quindi, si ripete, punti di debolezza sia sul fronte del sostegno delle nuove imprese, sia sul fronte dell’assistenza alle imprese in crisi. Il programma di cambiamento e di sviluppo del nuovo governo si trova pertanto ad affrontare un problema in più rispetto a quelli indicati dal “Contratto” e, per di più, di non facile soluzione.

maurizio.baravelli@uniroma1.it

Questo articolo fa parte di una serie su: “I bisogni dei cittadini trainano lo sviluppo del Paese” promossa dal Gruppo di Discussione Crescita Investimenti e Territorio. Altri articoli di questa serie sono stati scritti da Riccardo Cappellin, Maurizio Baravelli, Leonardo Becchetti, Enrico Ciciotti, Luciano Pilotti, Enrico Marelli, Franz Foti, Roberto Camagni, Luca Beltrami Gadola e altri.

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