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Rete unica, De Leo (Kaufmann): ‘Non è un treno in corsa. Occorre metter d’accordo ben 10 soggetti e il governo deve operare con decisione e trasparenza’

In queste ultime settimane abbiamo assistito ad una intensificazione del tutto inaspettata del dibattito sul futuro della rete unica e ad un innalzamento dei livelli di scontro o di conflitto tra e dentro le istituzioni, così come tra le varie imprese coinvolte nel settore.

Si avvicina intanto la scadenza del 31 agosto, giorno del CdA di TIM, che dovrebbe decidere sulla offerta vincolante sulla rete secondaria avanzata dal fondo americano KKR. Non sappiamo cosa accadrà in quella data, se vi sarà un accordo o se tutto verrà, più verosimilmente, rinviato, ma di sicuro lo scontro sulla rete ha registrato un cambio di passo inaspettato e imposto dalla recente parlamentarizzazione del tema che si è verificato lo scorso luglio in occasione del dibattito parlamentare sulla mozione Meloni-Butti dedicata alla rete unica. Da allora il tema della rete unica è uscito dall’angusta vischiosità della politica di corridoio ed ha prepotentemente occupato le prime pagine dei giornali.

Di questo cambio di passo parliamo con Francesco De Leo, Executive Chairman di Kaufmann & Partners

Da anni a Madrid, ma da qualche tempo sempre più vicino alle vicende italiane, Francesco De Leo è stato consigliere di amministrazione di IFIL (oggi Exor), Direttore Generale di Telecom Italia e Presidente di STET International. In seguito, ha curato l’acquisizione di WIND da parte di Orascom Telecom, divenendone in seguito il Chief Strategy Officer e Responsabile dello Sviluppo Internazionale. È stato Vice-Chairman di Tellas, operatore di telefonia mobile in Grecia. Membro del C4, International Advisory Board di Cap Gemini, con Lord Birt, ex direttore generale della BBC, è stato nominato Young Global Leader for Tomorrow nel 1999 dal World Economic Forum. È esperto di temi legati ai mercati delle telco, ma con una competenza a tutto tondo sui temi dell’innovazione, che segue ormai da alcuni decnni

Key4biz.   Manca ormai una settimana al CdA di TIM previsto per 31 Agosto, che dovrà definire gli assetti futuri della “Rete Unica”. Quali sono gli scenari?

Francesco De Leo. È molto difficile anticipare le decisioni che si accinge a prendere il CdA di TIM e la contestuale risposta del Governo Italiano. In primo luogo, è cresciuta agli occhi degli investitori l’incertezza riguardante il perimetro e gli assetti di governo della Rete Unica. Secondariamente, rispetto all’ultimo CdA di TIM del 4 agosto scorso, si è registrato un rincorrersi di dichiarazioni, di frequente in contraddizione fra loro.

Key4biz.   È per questo che si sono surriscaldanti i toni del dibattito?

Francesco De Leo.   A mio avviso è un segnale positivo: vuole dire che gli attori-chiave hanno ben chiaro quale sia la posta in gioco e forse, per la prima volta dopo 12 anni, c’è una svolta: il Governo Italiano intende affrontare il tema delle infrastrutture chiave del Paese. Se è cosi, è un passo avanti.

Key4biz.   Ma i toni non le sono sembrati quasi da “duello rusticano”?

Francesco De Leo.   Guardi, ho conosciuto e lavorato con Luigi Gubitosi: un manager pacato, riflessivo e attento agli equilibri istituzionali. Se ha deciso di prendere posizione in modo cosi diretto e determinato è perché è convinto delle sue ragioni e della necessità di fare presto. Ricordiamoci che Gubitosi si è trovato a gestire una sfida che è partita in salita: ha ereditato dal passato un gruppo strutturalmente già debole e poco competitivo, con un debito a bilancio che ha richiesto uno sforzo senza precedenti per tenere i conti in equilibrio. Sono certo che non si è risparmiato nel cercare le soluzioni che in modo pragmatico potessero fare da argine ad una situazione che, nel suo complesso, difficilmente altri nella sua posizione saprebbero gestire. 

Key4biz.   Perché, allora, il titolo TIM non riesce a recuperare la fiducia degli investitori?

Francesco De Leo.   Ci sono più ragioni. Gli eventi e le dichiarazioni delle ultime settimane sul tema della Rete Unica, hanno sostanzialmente danneggiato tutti gli attori coinvolti in questa partita, e hanno contribuito a creare un clima di disagio fra analisti ed investitori. E, francamente, porre come termine il 31 agosto per trovare un punto di sintesi è sembrato azzardato e poco realistico.

Key4biz.   Quindi i mercati non si attendono che il 31 agosto sia un punto di arrivo?

Francesco De Leo.   Non è solo una questione di tempi, che oggettivamente sono troppo stretti e irrealistici. I mercati temono scelte frettolose e fatte al “ribasso”, senza una futura opportunità di miglioramento. Il problema è che il confronto sul tema della Rete Unica ha preso una piega inattesa e i mercati ne anticipano l’impatto. Leggendo dall’esterno la situazione, si è percepita una netta polarizzazione del dibattito: è come se per tutte le parti in gioco l’unico scopo sia quello di lavorare “contro” un progetto che non sia il proprio. Qui a Madrid si usa un termine che mio avviso sarebbe da riprendere anche da noi: “sumar” ovvero “unire, aggregare, armonizzare”. La Rete Unica non può partire con l’obiettivo di fare qualcosa “contro” l’uno o l’altro degli attori in partita, ma dovrebbe al contrario rimettere in gioco le molte risorse del Paese che sono stata messe ai margini della transizione digitale. Penso al contributo dei nostri migliori ricercatori, delle nostre eccellenti Università e dei centri di Ricerca di frequente ascoltati più all’estero che da noi.

Key4biz.   Ma quindi, dove si sta sbagliando, secondo lei?

Francesco De Leo.   Bisogna distinguere fra i problemi di TIM, un’azienda privata, quotata in Borsa con un’azionista di riferimento francese, Vivendi, con sede Parigi, da un lato, e la sfida della Rete Unica, dall’altro. Non necessariamente i due temi sono convergenti e le tempistiche possono essere non coincidenti.

Key4biz.   In che senso?

Francesco De Leo.   La Rete Unica è un punto di arrivo, non un punto di partenza. Se, in passato, il Governo Italiano dell’epoca, quello di Matteo Renzi per intenderci, non avesse promosso il lancio di Open Fiber, oggi non saremmo qui a parlare di Rete Unica. Che sia un caso di successo lo dimostra l’apprezzamento dei mercati e l’interesse dei fondi esteri che investono in infrastrutture, come Macquaire, che hanno indicato delle valutazioni superiori a 6 miliardi di Euro per le attività di Open Fiber. Il ritardo accumulato nel Paese sulla diffusione della banda larga non si può attribuire a chi è entrato nel settore da solo pochi anni. Non solo è ingeneroso, ma si scontra anche con l’evidenza dei fatti. 

Key4biz.   E TIM quindi come dovrebbe comportarsi?

Francesco De Leo.   Guardi, TIM si trova in una situazione oggettivamente difficile, e l’impatto del COVID, in particolare in previsione di una seconda ondata pandemica a partire dalla fine di settembre, si farà sentire in modo pesante anche nei prossimi trimestri sulla capacità di generazione di cassa del core business, in particolare nella telefonia fissa. L’AD di TIM si è trovato improvvisamente nella poco invidiabile posizione di dover affrontare una crisi senza precedenti con un gruppo già strutturalmente debole e non competitivo. Ha cercato di porre un argine, con gli strumenti che aveva a disposizione, ma è possibile che non abbia trovato nel suo executive team le risposte necessarie per ridefinire la propria strategia, a fronte del nuovo contesto legato alla maggiore crisi di sistema che sta segnando l’economia globale.

Key4biz.   Ci spieghi meglio?

Francesco De Leo.   Quando il contesto in cui si opera diventa più incerto e volatile, occorre distinguere ciò che è sotto il proprio controllo e ciò che non lo è. I mercati valutano i manager anche in base alle scelte che fanno e soprattutto a quelle che non fanno. In un contesto altamente instabile e poco prevedibile come quello innescato dalla diffusione del COVID, analisti e investitori si sarebbero aspettati una focalizzazione draconiana sull’efficienza delle operations, sulla stabilità della generazione di cassa e dei margini del core business.

Chi ha consigliato di imbarcarsi sulla partita della Rete Unica non ha tenuto in conto che per trovare una sintesi è necessario mettere d’accordo 10 soggetti:

  1. MEF, MISE e Palazzo Chigi 
  2. Autorità italiane (AgCom e Antitrust) 
  3. Autorità Europee, 
  4. Competitors nazionali
  5. Competitors europei 
  6. Tech/Network Suppliers 
  7. Sindacati
  8. Confindustria 
  9. Azionisti/investitori/bond holders di ENEL, azienda quotata in Borsa, e infine, ma non meno importante 
  10. 10.Azionisti/investitori/ bond holders di TIM.

Sarebbe già un’impresa titanica in condizioni normali, e lo è ancora di più nel contesto attuale, segnato da una crisi strutturale senza precedenti, che altera anche i valori economici in gioco.

Key4biz.   E quindi, quali dovrebbero essere le scelte di fondo, che i mercati sembrerebbero disposti ad apprezzare?

Francesco De Leo.   Direi in tre direzioni. In primis, una più marcata focalizzazione sulle operations e sulla generazione di cassa del core business, con un rafforzamento della catena di comando e controllo. Il fatto che TIM abbia provveduto a “rimodulare” le tariffe, con un gergo che ricorda i tempi passati del monopolio, aumentando i prezzi mensili di 2 euro in pieno periodo estivo, con segnali di “ripresa” della pandemia, mentre si sta proponendo una soluzione della Rete Unica con controllo di TIM, non depone bene a favore delle motivazioni pro-competitive di un eventuale accordo. È chiaro che si tratta di una “disconnection” fra Strategie da un lato e Marketing/Commerciale dall’altro, che palesa un problema strutturale di fondo.

In secondo luogo, una ridefinizione più selettiva e una maggiore coerenza delle proprie strategie. Un caso classico di “bad strategy” come scriverebbe Richard Rumelt, è l’affermazione di obiettivi strategici fra loro in conflitto. Da una parte TIM ha proposto una soluzione di Rete Unica sotto il proprio controllo, e dall’altra ha proceduto ad alienare progressivamente la propria partecipazione in INWIT, la società delle torri di telecomunicazioni mobili. Un esempio evidente di “conflicting strategic goals”: analisti ed investitori ne hanno preso nota e si chiedono quali siano i razionali delle prossime mosse, già annunciate (e.g. FiberCop).

In terzo luogo, i mercati sono preoccupati di un focus sempre più marcatamente “provinciale” e meno attento ad un orizzonte più orientato all’Europa, che ha portato in questi anni (francamente aggiungerei anche ben prima dell’arrivo di Gubitosi) ad una progressiva marginalizzazione ed isolamento di TIM, intorno ai quei tavoli dove si fanno le scelte che determinano l’evoluzione del settore in Europa.

Key4biz.   Tre direzioni che pesano come macigni…

Francesco De Leo.   Certo, ma occorre aggiungere che le ultime scelte strategiche di TIM che hanno visto il perfezionarsi di un accordo quadro con Google sullo sviluppo del cloud in Italia hanno contribuito a destare più di una preoccupazione e uno sgradevole disagio nei corridoi di Bruxelles e nelle cancellerie europee, che ora vedono in TIM, e di riflesso nell’Italia, il “cavallo di Troia” degli OTT (Over the Top) in Europa. Guardando avanti e auspicando che nell’ultimo trimestre del 2021 ci sia la reale possibilità di attivare i fondi del “Recovery Fund”, è chiaro che questo sia già stato percepito ora come un ostacolo che vedrà le autorità europee fortemente determinate ad esercitare un ruolo di stretto monitoraggio sui fondi destinati all’Italia. In una fase in cui inesorabilmente si ha necessità dell’aiuto di tutti i partner europei, isolarsi in una posizione avulsa e distante dagli orientamenti della UE non sembra essere una scelta particolarmente felice.

Key4biz.   Si pone a suo parere un problema di posizionamento errato e quindi di strategie errate?

Francesco De Leo.   Non è solo un problema di strategie. Il deficit di TIM è oggi anche nella percezione che dell’azienda si ha all’esterno. E se guardiamo al modo con cui i giovani guardano a TIM e al settore delle telecomunicazioni nel loro complesso, non c’è da stare allegri. Verificando i ranking e classifiche europee delle aziende maggiormente innovative, e considerate come “best working places”, occorre sottolineare che TIM non compare da anni in posizioni di vertice e in alcuni casi nemmeno nell’elenco. Occorre essere chiari: i nostri migliori ricercatori che si laureano nelle Università di eccellenza del Paese, solo, per citarne alcune, il Politecnico di Torino, di Milano, l’Università di Pisa o La Sapienza di Roma, non considerano TIM come una scelta interessante per il loro futuro. E questo è un problema serio. In passato non è mai stato così.

Key4biz.   Eppure TIM ha dato segno di volere investire nell’innovazione, ad esempio siglando pochi giorni fa un accordo con United Ventures. Lei come valuta la circostanza?

Francesco De Leo.   In effetti, TIM Ventures ha investito 60 milioni di euro nel fondo UV T-Growth di United Ventures che prevede di raccogliere fino a 150 milioni di euro, con un focus sul 5G. Può essere un primo passo, e gli analisti ne seguiranno con attenzione scelte e performance.

Ma a tutti gli effetti, pare un modello ormai vecchio di 10 anni. L’innovazione oggi nasce nelle aule o nei laboratori delle università: siamo passati da un modello di innovazione “tech-based” ad un approccio “science-based”. Avrebbe avuto più senso dare alle nostre Università e ai Centri di Ricerca del Paese 150 milioni di euro di risorse da investire, per fare “retention” dei nostri migliori talenti. È sufficiente che i nostri ricercatori pubblichino un “research paper” che entra nei motori di ricerca semantica di Google, Microsoft, Facebook, Netflix per vedere arrivare sul campus i recruiter che portano i nostri migliori talenti oltreoceano a Mountain View o a Palo Alto.

Key4biz.   E allora cosa dovrebbe fare TIM in questo settore?

Francesco De Leo.   Oggi, per un operatore come TIM, avrebbe maggiore senso seguire un modello come Jolt Capital, creato da Jean Schmitt, in passato già fondatore di Sofinnova & Partners, che mira a supportare aziende mid-cap, che hanno modelli di business già consolidati e testati e che sono in grado di passare da 20/30 milioni di ricavi a 500 milioni/1 miliardo in tempi stretti, magari proprio grazie alla base installata dei clienti di TIM.

Key4biz.   Ma allora, quali sono le scelte di fondo da fare?

Francesco De Leo.   Che TIM sia un player in grado di contribuire al rilancio della nostra economia non è in dubbio e questo vale anche per il ruolo che quell’azienda può avere per il futuro delle prossime generazioni. Ma occorre che sia messa in condizioni di avviare un reale turnaround, e che smetta di “pensare in piccolo” perché le telco europee, come nel caso di TIM, sono forse l’ultimo baluardo di un modello di innovazione ancorato alle radici dell’Europa. Occorre un cambio di passo, un orizzonte più ampio, meno annunci e più focus: e non ultimo, poter finalmente immaginare che in una selezione fra “bad strategy e good strategy” TIM si collochi nella seconda categoria. TIM è in condizione di far questo? Fino ad ora non è stato così.

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