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Recovery Plan, 300 milioni per il rilancio di Cinecittà

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Cinecitta

Nel mentre crescono le perplessità e polemiche intorno alla cosiddetta “Netflix italiana della cultura” ovvero “ItsArt” crasi di “Italy is Art” (ed abbiamo osservato che non poche testate hanno attinto a piene mani agli articoli pubblicati da “Key4biz”, spesso senza la grazia di una cortese citazione della fonte) e mentre continua il martellamento di “Striscia la Notizia” contro gli “sprechi Rai” (Antonio Ricci non ha gradito alcune nostre osservazioni), è sfuggita ai più una notizia che, se l’annuncio si concretizzerà (e se la proposta governativa diverrà legge dello Stato), potrebbe determinare un cambiamento non marginale dell’economia complessiva del sistema audiovisivo italiano: un rilancio alla grande – in stile hollywoodiano, per così dire – degli storici stabilimenti di Cinecittà, che da anni sopravvivono stancamente a se stessi.

In effetti, nessuno ha notato – almeno a livello giornalistico – che nel testo del “Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza”, ovvero nel cosiddetto (dall’acronimo) “Pnrr” attualmente in discussione (versione del 12 gennaio 2021, così come approvata dal Consiglio dei Ministri di martedì scorso), è previsto un intervento significativo, nell’ordine di ben 300 milioni di euro, a favore del “rilancio” degli storici stabilimenti di Via Tuscolana.

“Recovery Plan”: 8 miliardi di euro a cultura e turismo

In effetti, la “componente” n° 3 della “missione” n° 1 del cosiddetto “Recovery Plan” denominato anche “#NextGenerationItalia” – intitolata “Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura” – è specificamente rivolta ai settori della cultura e del turismo: si tratta di 8 miliardi di euro, che vengono allocati lungo 3 “macro-linee” di intervento.

Queste sono le 3 “macro-linee di investimento”:

Qualcuno potrebbe commentare che queste “linee” sono piuttosto generiche, e che in verità il Governo ha inserito nel “Pnrr” un lungo elenco di possibili interventi, costruendo un vero e proprio “libro dei sogni” ovvero una infinita “lista della spesa”…

Avremo occasione di proporre un’analisi critica della “componente 3” della “missione 1”, ma qui ci limitiamo a segnalare che, per la prima volta nella storia di Cinecittà, si osserva una intenzione ambiziosa da parte del Governo: a pagina 65 del documento, nella tabella denominata “M1C3 – Turismo e Cultura 4.0” (l’acronimo “M1C3” sta giustappunto per “Missione 1” e “Componente 3”), si legge, nella riga “Sviluppo industria cinematografica (Progetto Cinecittà)” che le risorse “attuali” sarebbero 0,0 (zero, appunto) e salirebbero a 0,30 miliardi – ovvero 300 milioni – di euro.

Si dirà che 300 milioni di euro, sul totale di 8 miliardi per “cultura” e “turismo”, non è granché: meno del 5 per cento; e complessivamente poco più dell’1 % della dotazione totale del “Recovery Plan” di 222 miliardi di euro.

Nell’economia dell’industria audiovisiva italiana, si tratta però di somme veramente consistenti.

Il dettaglio (per modo di dire) è proposto a pagina 67 del “Piano”: “Si investirà infine nello sviluppo dell’industria cinematografica attraverso il Potenziamento (nota del redattore: la “P” è maiuscola nel testo) degli studi cinematografici di Cinecittà per migliorare il livello qualitativo e quantitativo dell’offerta produttiva, aumentare la capacità di attrazione delle grandi produzioni nazionali, europee e internazionali e potersi confrontare con i grandi competitor internazionali”. Fin qui per quanto riguarda Istituto Luce Cinecittà.

Si annuncia poi che “Si rilanceranno le attività della Fondazione Centro Sperimentale di Cinematografia mediante lo sviluppo di infrastrutture (“virtual production live set”) ad uso professionale e didattico tramite e-learning, nonché attraverso la digitalizzazione e la modernizzazione degli immobili e degli impianti e mediante investimenti sulla formazione, in modo da rafforzare le capacità e le competenze professionali nel settore audiovisivo legate soprattutto a promuovere la transizione tecnologica”.

Preciso? Generico?! Accurato? Fuffologico?!

Intanto, sembrerebbe che i 300 milioni verrebbero destinati ad Istituto Luce Cinecittà in primis, ma anche ai dirimpettai di Via Tuscolana, ovvero al Centro Sperimentale di Cinematografia (Csc), sebbene non si faccia cenno ad una possibile convergenza operativa tra le due strutture, ovvero tra “gli studios” e “la scuola”. Né si precisa quanto all’uno e quanto all’altro.

Cinecittà Hollywood europea?!

Questa proposta è certamente coerente con quanto il Ministro per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo Dario Franceschini ha annunciato il 19 novembre 2020 nell’intervista concessa ad Andrea Biondi sul quotidiano confindustriale “Il Sole 24 Ore”: “L’ipotesi su cui stiamo lavorando è che il gruppo Cdp entri in Cinecittà. Questo consentirà di conferire a Cinecittà un’area grande come quella attualmente occupata dagli studios. Un’area di proprietà di Cdp, che confina con Cinecittà e che consentirebbe di raddoppiarne gli spazi e allo stesso tempo di far entrare un partner industriale, ovvero Cdp o le sue società. Stiamo costruendo le condizioni per un salto di qualità assoluto: una grande operazione industriale per l’Italia e per Roma. Non è fuori luogo parlare di Hollywood europea”.

Le parole del Ministro potevano apparire eccessive, allora, un annuncio roboante dal sapore un po’… napoleonico, ma il “Recovery Plan” sembra renderle concrete (se il “Piano” verrà approvato, se i danari europei arriveranno, se la gestione degli interventi sarà efficace… il cammino è costellato di molti “se”): senza ombra di dubbio, 300 milioni di euro sono un budget importante, tale da rendere effettivamente possibile quel “salto di qualità” auspicato dal Ministro.

Decisione maturata alla luce di adeguati studi di scenario?

Non resta che augurarsi, una volta ancora, che una decisione di questo tipo sia maturata alla luce di adeguati studi di scenario, ricerche di mercato, analisi di fattibilità, ed anche di indagini comparative internazionali: la storia di Cinecittà, negli ultimi decenni non brilla purtroppo per identità precisa del suo ruolo, e non sono del tutto gratuite le critiche che l’hanno vista e la vedono ancora protagonista.

A quanto ci è dato sapere, l’ingresso di Cassa Depositi Prestiti in Cinecittà è ancora una ipotesi di lavoro: per ora, la convergenza tra Mibact e Cdp è stata limitata all’iniziativa “ItsArt”, che vede il gruppo pubblico con una quota societaria del 51 %, a fronte del 49 % del partner privato Chili (uno strano connubio – come abbiamo notato su queste colonne – tra un gigante e un topolino). Ma in questo caso stiamo trattando di interventi modesti – complessivamente una ventina di milioni di euro – della mano pubblica (una metà da Cdp e l’altra metà direttamente dal Mibact)…

Nel caso di Cinecittà, stiamo trattando di un budget 15 volte tanto (300 “versus” 20 milioni): un investimento che effettivamente potrebbe trasformare gli “studios” di Via Tuscolana in un “hub” multimediale evoluto, dotandoli anche di un grande “backlot” attrezzato di piscine per gli effetti speciali.

Esiste però una effettiva domanda di mercato nazionale ed internazionale da giustificare in modo razionale questi investimenti dello Stato?!

Intanto, va segnalato che la “governance” di Via Tuscolana permane incerta: la Presidente Maria Pia Ammirati resta con un piede in due staffe, nominata da Franceschini Presidente di Cinecittà nel giugno 2020 e da Fabrizio Salini Direttrice di Rai Fiction nel dicembre 2020, con una evidente incompatibilità di incarichi.

Non si ha notizia di azioni granché significative da parte degli altri due consiglieri di amministrazione, il potentissimo Goffredo Bettini (n° 2 del Pd, dopo il Segretario Nicola Zingaretti, di cui è consigliere supremo) e la organizzatrice culturale in quota M5S, Annalisa De Simone.

Nel mentre, Franceschini trasforma (eleva) Cinecittà da “srl” a “spa”: lo status giuridico di società per azioni dovrebbe essere prodromico all’ingresso di capitali privati: Mediaset, Sky, Netflix, e forse la stessa Rai?!

Nelle prossime settimane, il Consiglio di Amministrazione di Cinecittà dovrà essere quindi rinnovato, e sarà interessante chi entrerà nell’eletta schiera dei fiduciari del titolare del Mibact.

Nascono anche i “cinema bond” (?!)

Nel decreto “Milleproroghe” (il provvedimento annuale con la quale i governi prolungano alcune misure in scadenza o rinviano l’entrata in vigore di alcune norme), approvato dal Consiglio dei Ministri poco prima di Natale (il 23 dicembre) con la ambigua dicitura “salvo intese tecniche”, si legge che l’Istituto Luce Cinecittà “può assumere la forma giuridica di società per azioni e acquisire la provvista finanziaria necessaria agli investimenti nel settore cinematografico e dell’audiovisivo anche mediante emissioni su mercati regolamentati di strumenti finanziari di durata non superiore a quindici anni”. È previsto che dall’1° gennaio 2021 l’Istituto Luce Cinecittà divenga giustappunto una spa.

Da gennaio, dovrebbe essere possibile sottoscrivere anche i cosiddetti “cinema bond”: Istituto Luce Cinecittà potrà emettere “strumenti finanziari di durata non superiore ai 15 anni” per gli investimenti “nel settore cinematografico e audiovisivo”. Anche qui, siamo ancora sul… generico.

Com’è ormai tradizione, le norme contenute all’interno del “Milleproroghe” sono quanto mai variegate, e vanno dallo “smart working” alle celebrazioni ovidiane, passando per il blocco degli sfratti…

I “cinema bond” dovrebbero essere titoli che verranno emessi dal novello Istituto Luce Cinecittà “spa”, che, per reperire fondi, potrà emettere sui “mercati regolamentati” anche titoli di durata non superiore ai 15 anni, nel limite di 1 milione di euro negli anni che vanno dal 2021 al 2030…

Si ricordi comunque che il testo del “Recovery Plan” è stato approvato in Cdm il 12 gennaio senza il voto di Italia Viva. E quel che è successo dopo, con il ritiro dei Ministri “in quota” Iv e la conseguente crisi di governo, riempie le pagine dei quotidiani…

Riportiamo anche il parere ipercritico elaborato dal più evoluto “think tank” italiano di matrice liberista: gli iper-liberisti dell’Istituto Bruno Leoni (Ibl) hanno così bollato, il 13 dicembre, il “Piano di Ripresa e Resilienza”: “c’è davvero da sperare che avesse ragione Dwight Eisenhower quando diceva che “i piani sono tutto prima della battaglia, ma del tutto inutili quando questa è cominciata”. Il Pnrr infatti sembra una coazione a ripetere a cui siamo destinati da molti anni. Tra grandi intenzioni sempre uguali a se stesse (qualcuno ha mai sentito parlare di digitalizzazione e modernizzazione della Pa?), affermazioni apodittiche, assunti irrealistici e stime di impatto facili facili, sembra stagliarsi nitida una sola consapevolezza: ci sono tanti soldi in ballo e per riceverli dobbiamo preparare la documentazione che ci hanno richiesto”. Così concludono, con severità e disincanto: “un esercizio di natura esclusivamente formale, che non lascia molte speranze alla garanzia che questi soldi vengano spesi con efficienza”. Giudizio impietoso? Forse, e certamente partigiano dato che Ibl contesta alla radice il senso di un intervento così massiccio della “mano pubblica” nell’economia… Il titolo del commento dell’Istituto Bruno Leoni è sintomatico: “Pnnr un tanto al chilo”.

In questa situazione di Governo inquieto, lo scenario diviene più incerto ancora…

Clicca qui, per il “Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza” (Pnrr), approvato dal Consiglio dei Ministri del 12 gennaio 2021.

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