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Quanto conta il fattore umano nella protezione dei dati personali?

Il diritto alla protezione dei dati personali – come del resto anche il diritto alla privacy –  non gode a tutt’oggi di buona fama, almeno in una parte della popolazione. Sta difatti acquisendo consenso una certa narrazione che vede tali garanzie quali intoppi burocratici senza i quali le cose in Italia andrebbero più spedite e, perché no, molte ataviche inefficienze sarebbero risolte, tralasciando – poco importa se con dolo o con colpa – la loro natura di distinti diritti fondamentali dell’uomo (cfr. a titolo di esempio gli Artt. 7 e 8 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea).

Per intenderci, è come se il sentire comune non pensasse a Madame Curie come ad una delle più grandi menti della storia dell’umanità, ma la ritenesse la responsabile diretta delle conseguenze dei disastri di Chernobyl e Fukushima e per questo meritoria di unanime riprovazione.

Il paragone è iperbolico, ma penso renda bene la distonia di questa visione. Raramente, infatti, si osservano campagne tanto ampie e condivise volte allo sminuire altri diritti fondamentali dell’uomo.

Diritti fondamentali dell’uomo. Una perifrasi che dovrebbe incutere un senso di sacro rispetto laico al solo scriverla o pronunciarla, e non già far pensare a perversioni amministrative o lenti ideologiche con le quali inquadrare le dinamiche sociali. Questo tipo di fallacia interpretativa, che sia cosciente o meno, investe una parte sempre più ampia della popolazione e rappresenta una leggerezza non tollerabile ad alcun livello sociale.

E tuttavia, purtroppo, sempre più spesso si osservano commenti da parte di personalità politiche, industriali o sociali che additano la protezione dei dati personali quale vacuo bizantinismo che ingessa il paese rallentandone una crescita che, nella visione degli stessi, paga un conto troppo alto a tali tematiche e ad una quasi miope loro declinazione pratica. In questo contesto, il Garante della privacy sta portando avanti una pregevolissima iniziativa culturale attraverso multiformi canali mediatici, ma sarebbe auspicabile che anche da altri settori della società civile, meno direttamente coinvolti, giungessero analoghe manifestazioni per corroborarne l’efficacia. In un ambiente sociale ormai totalmente dipendente dal valore aggiunto dato dall’elaborazione di dati ed informazioni e nel quale le persone, adulti o bambini che siano, sono sempre più permeabili ai rischi insiti nella disponibilità di strumenti tecnologici che celano un funzionamento ipercomplesso dietro ad una estrema semplicità di utilizzo, i diritti in gioco dovrebbero assurgere – come tutti i diritti, del resto, ma questa è un’altra storia – ad un valore non contaminabile dalla propaganda politica; eppure questo è quello che ormai quotidianamente osserviamo…

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