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Protezione minori online, in Ue il 60% ha sperimentato problemi emotivi e psicologici. Von der Leyen: “Dopo l’estate agiamo con una norma”

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Presentate le raccomandazioni della Commissione speciale europea sulla sicurezza dei minori online. Necessaria un’azione comune, ma Ursula von der Leyen rimanda tutto a settembre. Negli USA si moltiplicano le class action contro i social.

Necessario intervento “comune” europeo per proteggere minori sui social. Report Commissione speciale: 60% bambini ha sperimentato problemi emotivi e psicologici

I nostri figli al tempo dei social. Un tema che conosciamo bene, o di cui comunque abbiamo sentito parlare abbondantemente su ogni mezzo di comunicazione e di informazione a nostra disposizione. Un argomento a dir poco critico, relativo alla sicurezza dei minori sulle piattaforme social, di cui dobbiamo con urgenza occuparci (e già lo stiamo facendo con colpevole ritardo) a livello nazionale ed europeo.

Proprio da Bruxelles arriva allo stesso tempo un monito e un invito. In occasione della presentazione del “Report on children’s safety online” della Commissione speciale sulla sicurezza dei minori online, alla presenza dei copresidenti Maria Melcior (Direttrice della ricerca presso l’Istituto nazionale francese di salute e ricerca medica – INSERM) e Jorg Fegert (Direttore del Dipartimento di psichiatria infantile e adolescenziale, psicosomatica e psicoterapia presso il Centro medico dell’Università di Ulm in Germania), la Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha dichiarato: “Ora è necessario un intervento a livello europeo. Esamineremo attentamente questa relazione e le sue raccomandazioni e presenteremo una proposta dopo l’estate”. A settembre, si presume, arriverà la proposta della Commissione europea sull’età minima di accesso ai social media per i minori di 18 anni.

70% europei spaventato dei pericoli social per i propri figli

Un allarme fortemente sentito dalle famiglie europee, come certificato dall’ultimo Eurobarometro: il rischio di cyberbullismo o molestie che i bambini affrontano sui social media (citato dal 71% degli intervistati) e il rischio di adescamento online o sfruttamento sessuale dei bambini sui social media (70%) sono le maggiori preoccupazioni degli europei.

Per rafforzare ulteriormente la protezione dei minori online, si legge tra i risultati dell’indagine, il 36% degli europei ritiene che l’UE dovrebbe adottare norme a livello europeo che vietino ai fornitori di social media di offrire i propri servizi ai minori di una certa età, mentre il 27% ritiene che l’UE dovrebbe adottare norme a livello europeo che obblighino i fornitori di social media a ritardare l’accesso a determinati social media non sicuri per i minori di una certa età.

I dati parlano chiaro. In tutta Europa, i giovani trascorrono ormai tra le quattro e le sei ore al giorno davanti a uno schermo. Sei ore al giorno equivalgono a circa vent’anni della loro vita. Allo stesso tempo, in tutta Europa, quasi il 60% dei bambini ha sperimentato problemi emotivi o psicosociali legati all’esperienza online. Ogni giorno, i genitori osservano con crescente preoccupazione le conseguenze di questa situazione: insonnia, depressione, ansia, cyberbullismo ed esposizione a contenuti dannosi. Tutto ciò avviene mentre il cervello dei nostri figli è ancora in pieno sviluppo. Non possiamo aspettarci che i bambini crescano e prosperino in un sistema che non è mai stato progettato pensando al loro benessere, proprio nel momento della vita in cui sono più vulnerabili”, ha affermato von der Leyen.

Jörg Fegert, Ursula von der Leyen, Maria Melchior

Le aziende “devono essere ritenute responsabili

Le piattaforme hanno il dovere di tutelare i propri utenti, soprattutto quelli più vulnerabili. Pertanto, quando un giovane segnala un problema, i fornitori devono rispondere in modo rapido ed efficace. I diritti dei minori devono essere presi sul serio. E le aziende devono essere ritenute responsabili”, ha proseguito la Presidente della Commissione europea.

Forte è il richiamo di Bruxelles alla centralità del suo Digital Service Act, uno strumento su cui fare sempre affidamento: “affinché i fornitori rimuovano le funzionalità dannose: algoritmi che creano dipendenza, dark pattern, contenuti nocivi o contatti indesiderati. Con il nostro DSA, abbiamo già intrapreso azioni concrete: contro il design che crea dipendenza di TikTok e, proprio la settimana scorsa, contro Meta”.

Riguardo alle restrizioni di accesso ai social media in base alla minima età, è necessario fare di più per rendere l’accesso a internet in generale e ai social in particolare il più sicuro possibile. Von der Leyen ha ricordato che “la nostra app di verifica dell’età è uno degli strumenti per raggiungere questo obiettivo. È facile da usare, tutela la privacy ed è open source”. Un modo efficace, secondo la Presidente della Commissione Ue, per “restituire maggior potere di controllo ai genitori” sulle attività dei propri figli online.

Niente schermi prima dei tre anni” e accesso graduale per fasce di età

Sappiamo che i bambini piccoli non dovrebbero essere esposti a schermi e piattaforme digitali. Quindi niente schermi prima dei tre anni”, ha sottolineato von der Leyen.

I bambini dovrebbero essere esposti ai social media solo sotto la supervisione di genitori, tutori o insegnanti e per un tempo limitato – ha continuato la Presidente della Commissione europea – l’infanzia è un periodo di straordinario e delicato sviluppo cerebrale e in questa fase, i nostri figli hanno bisogno di tempo nel mondo reale. Tempo per giocare, per costruire amicizie faccia a faccia, per commettere errori. Tempo per plasmare la propria identità, la propria personalità, prima che sia un algoritmo a farlo al posto loro”.

Non solo, la Presidente della Commissione ha spiegato che sarà proposto “un accesso graduale e sequenziale per le diverse fasce d’età” ai social.

Negli USA si moltiplicano le class action contro le grandi piattaforme social: “creano dipendenza”

Negli Stati Uniti è in corso una delle più ampie ondate di class action mai avviate contro le principali piattaforme di social media. Migliaia di cittadini, famiglie, distretti scolastici, enti locali e governi statali hanno promosso azioni legali accusando le grandi aziende tecnologiche di aver progettato servizi che favoriscono la dipendenza, con gravi conseguenze sulla salute mentale dei minori. Ciò che è accaduto in Europa con l’accusa da parte della Commissione a Meta di violazione del DSA.

Al centro delle contestazioni vi sono il funzionamento degli algoritmi di raccomandazione, il design persuasivo delle piattaforme e strumenti come lo scorrimento infinito dei contenuti (infinite scrolling), la riproduzione automatica dei video (autoplay) e le notifiche continue, ritenuti in grado di incentivare un utilizzo compulsivo dei social network.

La maggior parte dei procedimenti è concentrata negli Stati Uniti. Secondo quanto riportato da Reuters, hanno raccontato Bianca Lucia Mazzei e Serena Uccello sul Sole 24 Ore, oltre 3.300 cause sono state presentate presso i tribunali statali della California, mentre altre 2.600 sono pendenti davanti ai tribunali federali dello stesso Stato. A queste si aggiungono numerose azioni promosse da altri Stati americani nei rispettivi tribunali. Complessivamente, il numero dei procedimenti si avvicina alle 6.000 cause, delineando un fenomeno giudiziario senza precedenti che, partito dagli Stati Uniti, sta progressivamente attirando l’attenzione anche in altri Paesi.

I casi Meta, Google, TikTok e Snapchat

Una tappa significativa di questo contenzioso è stata raggiunta nel marzo scorso, quando un tribunale di Los Angeles ha condannato Meta, proprietaria di Instagram e Facebook, e Google, proprietaria di YouTube, al risarcimento di 6 milioni di dollari per i danni arrecati a un minore. Secondo la decisione della giuria, le piattaforme avrebbero contribuito a provocare dipendenza e disturbi psicologici, tra cui dismorfismo corporeo, depressione e ansia. TikTok e Snapchat avevano invece raggiunto un accordo transattivo prima dell’inizio del processo. La sentenza è stata definita storica perché, per la prima volta, ha riconosciuto un nesso causale tra il funzionamento degli algoritmi di raccomandazione e il meccanismo dello scorrimento infinito dei contenuti.

La giuria ha inoltre ritenuto che Meta e Google fossero consapevoli del fatto che gli strumenti progettati per massimizzare il coinvolgimento degli utenti – e, di conseguenza, i ricavi delle piattaforme – potessero arrecare danni alle persone più vulnerabili, senza tuttavia adottare misure adeguate per prevenirli. Il contenzioso è destinato a proseguire: il prossimo processo è fissato a Los Angeles per il 27 luglio e riguarda la causa intentata da un ragazzo di 15 anni della Florida, che accusa le piattaforme social di aver compromesso la propria salute mentale, provocandogli dipendenza, privazione del sonno, ansia e depressione.

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