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A proposito di furti d’identità

Viviamo in un momento in cui fenomeni come l’hatespeeching, il sexting, il cyberbullismo e i furti di identità hanno avuto una repentina impennata, fino a portare al suicidio alcune persone, non solo adolescenti, psicologicamente deboli. Senza entrare nell’analisi delle motivazioni che spingono una persona a condividere con amiche e amici fotografie e filmati che non vorrebbero siano divulgate oltre – c’è chi afferma che ognuno è libero di fare ciò che vuole e sono gli altri ad agire male – questa persona sa o farebbe bene a sapere che quando qualcosa è pubblicato in internet, subito dopo l’Enter diventa di dominio pubblico ed è molto difficile, anzi diciamo pure impossibile e comunque richiede un tempo che può essere lungo, chiederne la cancellazione.

Ultimo in ordine di tempo è l’episodio del furto di identità subito dalla giornalista Micaela Abbinante di Barletta alla fine dello scorso mese di maggio, che ha visto una sua fotografia a lei cara perché ritratta con un’amica, copia-incollata sul profilo Facebook di una sconosciuta Mariella. Questo episodio rammenta quello post mortem di Melissa Bassi, la studentessa di Mesagne uccisa nell’attentato di un folle davanti alla scuola Morvillo-Falcone di Brindisi. I parenti hanno scoperto che il suo volto era stato usato da un sito porno olandese.

Da qui le ripetute raccomandazioni di stare bene attenti a ciò che si pubblica sui Social Media e, soprattutto, a non pubblicare fotografie di bambini sia per tutelare la loro privacy sia perché un domani potrebbe accadere come in Francia dove le persone, diventate maggiorenni, possono legalmente domandare ragione della pubblicazione e denunciare gli attori.

Un’altra questione che riaffiora periodicamente è quella dell’opportunità o meno dell’uso dei nickname. Ci sono giornalisti che su questo argomento hanno assunto una posizione rigida, sostenendo che chi scrive sui Social Media deve avere il coraggio di “metterci la faccia”. A loro rispondo che per coerenza ciò deve esser fatto ma anche sui quotidiani e i periodici. Dopo questa nota, che un giornalista aveva sul proprio profilo Twitter, rimossa da poco, “(Non rispondo ad anonimi, nick, maschere varie. Oltre alla noia, chi non ha il coraggio del nome che porta non ha nulla da dire)” mi domando come egli possa interagire con più di un politico, come vedremo oltre, ma il punto è un altro.

In seguito alla Legge 31 luglio 2005, n. 155, nota come decreto Pisanu le sim di telefonia mobile in Italia sono intestate a una persona fisica maggiorenne, anche se come ben sappiamo sono largamente usate dai minori. Anni or sono una compagnia telefonica che mandava sms non adatti ad adolescenti si fece forte di ciò, ma le fu comunque richiesto di usare maggior cautela perché esiste la presunzione che ormai i minori usano i telefoni cellulari (ora gli smartphone e i tablet).

Va dato atto a questo proposito che, basandosi sull’univocità della scheda sim, un’azienda privata, McDonald’s, baypassò tutti gli obblighi di registrazione cartacea. Quando il privato arriva prima della Pubblica Amministrazione, ma questa è un’altra storia.

Allo stesso modo chi entra in internet ha un indirizzo IP univoco e identificabile dalla Polizia Postale, anche in modalità navigazione anonima. Coloro che usano per scopi propri l’IP aziendale dovrebbero ben sapere che ogni login e ogni navigazione sono registrati. Se non lo sanno sono come coloro che rubano in un supermercato incuranti della fitta rete di telecamere di sorveglianza.

Stabilito che chiunque navighi in internet è identificabile, l’uso di un nickname è raccomandato per ragioni di cautela. Da otto anni è in vigore in Italia la legge legge n. 38/2009 contro lo stalking, emanata principalmente in difesa delle donne contro le molestie telefoniche e in generale mediatiche, dei loro ex.

Molestie e insistenze che sappiamo avvenire sempre più spesso anche nei Social Media contro personaggi della politica. Il fenomeno, chiamato con il termine americano di hatespeech (parole, discorsi odiosi), provoca molto spesso un trenino di insulti rivolti alla persona che nulla hanno a che vedere con il post originale.

Quindi la nostra signora “Maria Rossi”, se lo ritiene opportuno, può a ragione difendersi dietro un anonimo “MarytheBest”. È vietata, invece, l’alterazione della propria identità in fase di iscrizione a un Social Media (Facebook, Twitter, ecc. ma ancora di più quelli di incontri), per evitare gli adescamenti in Rete.

Diverso è il caso di chi, privato, giornalista, artista o altra figura professionale, ha interesse ad apparire con le sue generalità.

Diverso ancora, e più complesso, è il caso di chi ricopre una carica pubblica, nel cui profilo ufficiale a mio parere dovrebbe comparire la funzione, che sarà tramandata a chi la o lo succederà. Penso a POTUS (PresidentofTheUnitedStatesOfAmerica), che da Barak Obama è passato a Donald Trump o a Pontifex (con le varie estensioni linguistiche) che da Benedetto XVI è passato a Francesco.

Questo da una parte aiuterebbe a distinguere i post di carattere istituzionale da quelli di parere prettamente personale o di partito del politico, dall’altra, anche se è vero che con i motori di ricerca si trova (quasi) tutto, eviterebbe la ricerca di chi ricopre la carica. I nickname angealfa e meb (per limitarci a solo titolo di esempio a due esponenti dell’attuale governo) sono veramente poco significativi. “A mio parere”, perché quello dell’uso di uno standard univoco nella Pubblica Amministrazione è un problema ancora irrisolto, a cominciare dagli Url dei comuni che dovrebbe essere www.comune.provincia.it (senza il dominio della provincia per i capoluoghi), ma ben sappiamo che la fantasia di alcuni Segretari comunali la fa ancora da padrona.

Nella Relazione Annuale 2016 del Garante Privacy da p. 105 (Le attività economiche) sono esposti i diversi casi di liceità o meno della scansione della fotografia nei documenti.

Per evitare di essere oggetto di un furto di identità è bene non lasciare traccia del proprio codice fiscale o altri codici significativi nella memoria dei propri apparati (pc, tablet, smartphone). Se è necessario spedirli con email è bene frammentarli in due messaggi.

Per quanto riguarda le fotografie dei documenti, laddove non sia strettamente necessario o richiesto dalle Autorità è bene non lasciare i propri documenti in mani terze e farli fotocopiare, per esempio nella registrazione in albergo, con un triangolo (ritagliabile da una comune busta postale) che copra la fotografia.

Dal codice fiscale si ricavano tutti i dati di una persona salvo il cognome e nome, che però qualcuno spesso lascia da qualche altra parte, e usarli per scopi illeciti online è più facile di quanto i pensi.

Attenzione va posta anche alla scelta dell’indirizzo email. Una persona fisica dovrebbe averne due possibilmente presso due provider differenti per evitare che il provider li associ. Uno con un nickname da usare per le richieste di informazioni non vincolanti (cataloghi, preventivi eccetera), l’altro, ufficiale, con nome e cognome da usare nei confronti della Pubblica Amministrazione e nelle offerte di lavoro (sono richieste ma tecnicamente si chiamano offerte perché è la persona che offre il suo lavoro), perché ci facciamo conoscere già dall’indirizzo email. Agli albori della posta elettronica gli uffici del personale delle aziende americane scartavano a priori le email spedite dal provider hotmail (letteralmente “posta calda”) perché considerato troppo frivolo sia per il nome sia a causa di molti dei suoi utenti.

Rimanendo sui Social Media va ribadito che non è necessario iscriversi a tutti solo perché è di moda o per dirlo agli amici. Linkedin, per esempio, non è di alcuna utilità al di fuori del mondo del lavoro. Se non si vuole espressamente che ci sia una relazione tra la presenza nei diversi Social Media, cosa essenziale per le aziende ma non necessariamente per le persone, è bene usare nickname differenti e soprattutto differenti avatar (fotografie o simboli) perché risalire da Facebook a Twitter a Instagram cercando la stessa immagine è ormai un gioco di pochi click.

Chi è arrivato in fondo a questo articolo sa che prima di aprire un browser è essenziale tenere costantemente aggiornati il sistema operativo, l’antivirus, il firewall, cambiare spesso le password, navigare in modalità anonima, scaricare le fotografie e i documenti sensibili su un hard disk esterno perché i grandi della Rete sono sempre in agguato.

Profilano gli utenti, dicono, per offrire un servizio migliore. No, grazie, in Rete il gratis non esiste e se mi serve qualcosa la cerco… un po’ come quelli che ti regalano la caffettiera elettrica obbligandoti poi a comprare solo le loro cialde perché quelle delle altre non sono compatibili.

Certo, forse avremo qualche limitazione, ma la libertà ha un prezzo anche in internet, nessun dubbio.

Come proteggersi, per chi ancora non lo sa fare, lo si trova dovunque nei siti tecnici.

Altrimenti si rischia, anzi, si può esserne certi, di navigare “zitti zitti in mezzo alla piazza”, dove tutti sanno tutto di tutti, soprattutto i fatti nostri.

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