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PNRR e trasformazione digitale: dov’è l’informatica?

di Enrico Nardelli, prof. Informatica Università Roma Tor Vergata e presidente Informatics Europe |

La domanda sorge spontanea: ma come pensiamo di gestire la transizione digitale in Italia se non forniamo a tutti gli studenti un’istruzione di base in informatica?

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), appena arrivato alla Camera dei Deputati, riconosce l’importanza della “transizione digitale”, che viene citata ben 25 volte. D’altro canto, questo è uno dei sei pilastri sui quali la Commissione Europea richiede di fondare tali piani e non si poteva quindi fare diversamente.

Mi sembra, però, che le linee progettuali che il PNRR espone per sviluppare in Italia il processo di transizione digitale siano carenti sul piano della formazione.

La tecnologia digitale sta cambiando la società in modo estremamente più radicale di quanto accaduto con la rivoluzione industriale. Ciò dipende dal fatto che le sue macchine potenziano le capacità di ragionamento delle persone, ma sono completamente sprovviste dell’adattabilità e della capacità di apprendere che hanno gli esseri umani. Ciò fa sì che la trasformazione digitale venga realizzata secondo i tradizionali schemi dell’automazione industriale, che però ha riguardato macchine che amplificavano solo le capacità fisiche delle persone. Il risultato sono sistemi digitali che ingessano il lavoro anziché renderlo più snello (quando non falliscono il loro obiettivo di automazione).

L’importanza dell’informatica nella scuola

Lo snodo quindi fondamentale e prioritario affinché la transizione digitale possa avvenire in modo non solo efficace ma anche rispettoso della dignità dell’uomo e del benessere della società è attuare prima di tutto una trasformazione culturale, cioè investire in istruzione e formazione. Un’azione indispensabile per avere cittadini adeguatamente preparati nei concetti fondamentali della scienza alla base dell’odierna società digitale è introdurre l’insegnamento dell’informatica nella scuola. Nelle nazioni più avanzate questo viene attuato non solo per formare cittadini consapevoli di tutti gli aspetti in gioco nel mondo digitale ed in grado di partecipare attivamente alla sua evoluzione, ma anche per consentire la crescita e lo sviluppo economico della società. Formare le persone nelle materie alla base della trasformazione digitale consente ad un Paese di governare la sua direzione di sviluppo avendo “in casa” le competenze necessarie per la produzione dei beni e servizi che sempre di più in futuro saranno basati sui sistemi digitali. Si ottiene quindi anche il beneficio di un effetto moltiplicatore sul futuro dell’economia.

Si tratta di un fattore strategico per qualunque nazione. Da un lato vi è infatti una sempre maggiore dipendenza di prodotti e servizi dalle tecnologie informatiche in tutte le fasi di progettazione, realizzazione ed erogazione. Dall’altro va tenuto presente che lo stesso tessuto sociale (relazioni e comunicazioni) è ormai fittamente innervato da strumenti digitali. La vitalità ed il successo di un paese democratico in un futuro sempre più digitale dipenderanno quindi in larga misura dal livello di cultura informatica dei suoi cittadini.

A fronte di un panorama internazionale di Paesi che, senza fronzoli su “digital skills” e “problem solving”, hanno semplicemente inserito l’informatica nei programmi di studio scolastici a tutti i livelli, nel PNRR si parla di “competenze digitali” per ben 26 volte, senza mai citare una sola volta l’informatica come materia di studio. Nel PNRR, a proposito delle nuove competenze per gli studenti si dice (p.244): «La misura più importante sarà un corso obbligatorio di coding per tutti gli studenti nell’arco del loro ciclo scolastico.» Questa era una misura del vecchio Piano di Azione per l’Istruzione Digitale della Commissione Europea.

Ricordo che gli USA già nel dicembre 2015 hanno introdotto l’informatica nella legislazione federale tra le materie fondamentale per fornire a tutti gli studenti un’educazione bilanciata e adeguata al 21-mo secolo, a pari merito con discipline più tradizionali (quali la madrelingua, la matematica, le scienze, solo per citarne alcune). Da allora tutti e 50 gli Stati hanno messo in opera, in misure diverse, politiche per realizzare tale indirizzo ed i frutti si stanno vedendo in termini di incremento del numero di studenti (e di studentesse!) che si iscrivono a corsi universitari in cui si studia informatica. Nel Regno Unito, il governo britannico ha stanziato nel novembre 2018 un fondo di 82 milioni di sterline per l’avviamento di un istituto per la formazione dei docenti all’insegnamento dell’informatica nella scuola che sta procedendo a pieno regime. Solo pochi mesi fa in Danimarca è iniziata la discussione per uno stanziamento di 750 milioni di corone (equivalenti circa a 100 milioni di euro) per un intervento analogo. In Polonia l’informatica è materia obbligatoria, dal 2018-19,fin dalla primaria. In Israele informatica può essere studiata come materia a scelta, disponibile fin dalla quarta elementare con copertura di argomenti avanzati al liceo. In Francia è stata introdotta una certificazione per l’insegnamento dell’informatica nella scuola media (2018-19).

In un’audizione al Senato dedicata al PNRR ho presentato la situazione sopra esposta.

Nel nuovo Piano di Azione per l’Istruzione Digitale (DEAP 2021-27) la Commissione Europea ha dichiarato [COM(2020) 624 final del 30 settembre 2020]: «L’educazione informatica nelle scuole consente ai giovani di acquisire una solida comprensione del mondo digitale. L’introduzione all’informatica fin dalla più giovane età, attraverso approcci innovativi e motivanti all’insegnamento, in contesti sia formali che non formali, può contribuire a sviluppare competenze in materia di risoluzione dei problemi, creatività e collaborazione. Può inoltre promuovere l’interesse per gli studi relativi alle discipline STEM e le future carriere in tale ambito, contrastando nel contempo gli stereotipi di genere. Le azioni volte a promuovere un’educazione informatica inclusiva e di elevata qualità possono anche avere un impatto positivo sul numero di ragazze che seguono studi informatici nell’istruzione superiore e lavoreranno poi nel settore digitale o svolgeranno professioni digitali in altri settori economici.»

La domanda quindi sorge spontanea: ma come pensiamo di gestire la transizione digitale in Italia se non forniamo a tutti gli studenti un’istruzione di base in informatica?

Ogni cittadino, nel vedere un qualunque macchinario non pensa più si tratti di una “diavoleria” perché ha studiato a scuola quei princìpi scientifici di base che gli permettono di capire che non ci sono “miracoli” nella tecnologia.

Cosa aspettiamo a fare lo stesso per il digitale?

Per approfondire

(I lettori interessati potranno dialogare con l’autore, a partire dal terzo giorno successivo alla pubblicazione, su questo blog interdisciplinare.)