la sentenza

Pirateria audiovisiva, Canal+ vince contro Cloudflare, Google e Cisco

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Respinti i ricorsi delle Big Tech: la vittoria di Canal+ rafforza il principio che anche i provider tecnici devono contribuire, a proprie spese, alla tutela del diritto d’autore online. Entro l’anno in Francia anche la legge sul blocco degli indirizzi IP.

La Corte d’Appello di Parigi conferma il blocco DNS: gli intermediari devono agire contro la pirateria

La decisione della Corte d’Appello di Parigi segna un passaggio chiave nella lotta alla pirateria digitale in Europa e ridefinisce, con maggiore chiarezza, il ruolo degli intermediari tecnici nella tutela del diritto d’autore. La vittoria giudiziaria ottenuta da Canal+ contro colossi tecnologici come Cisco, Google e Cloudflare non è soltanto un successo per un singolo operatore televisivo, ma rappresenta un precedente destinato a incidere profondamente sull’intero ecosistema digitale.

La vicenda affonda le radici in un problema noto da anni: l’inefficacia relativa delle tradizionali misure di blocco dei siti pirata. In Francia, come in molti altri Paesi europei, i provider di accesso a Internet (ISP) sono già da tempo obbligati a impedire ai propri utenti di raggiungere determinati domini che trasmettono illegalmente eventi sportivi o contenuti protetti.
Queste misure, però, si sono rivelate facilmente aggirabili. È sufficiente modificare le impostazioni del proprio dispositivo e utilizzare un servizio DNS alternativo (come quelli offerti da Google, Cloudflare o Cisco) per bypassare i blocchi imposti dagli operatori locali.

Canal+ vs Big Tech, come si è arrivati a questa sentenza

Proprio per colmare questa lacuna, nel 2024 Canal+ si è rivolta al Tribunale giudiziario di Parigi, ottenendo l’ordine di estendere l’obbligo di blocco anche ai fornitori di DNS pubblici. Il fondamento giuridico di questa richiesta è l’articolo L. 333-10 del Codice dello sport francese, che consente ai titolari dei diritti di chiedere l’adozione di “tutte le misure proporzionate” a qualsiasi soggetto in grado di contribuire a fermare violazioni “gravi e ripetute” dei diritti di sfruttamento.

Cisco, Google e Cloudflare hanno impugnato la decisione, sostenendo che il loro ruolo fosse puramente tecnico e neutrale. Secondo la loro tesi, un servizio DNS si limita a tradurre un nome di dominio in un indirizzo IP, come una sorta di “rubrica telefonica” di Internet, senza alcun coinvolgimento nella distribuzione dei contenuti illegali.
La Corte d’Appello ha però respinto questa impostazione in cinque distinti procedimenti, chiarendo un punto essenziale: la neutralità tecnica non esonera dall’obbligo di cooperare quando un servizio è concretamente in grado di contribuire a fermare una violazione.

I DNS centrali nel blocco dei siti pirata

Nelle motivazioni, i giudici sono stati espliciti: ciò che rileva non è la responsabilità diretta nella pirateria, ma la capacità di impedire l’accesso a contenuti illeciti. I DNS, consentendo agli utenti di raggiungere siti che trasmettono eventi sportivi senza autorizzazione, svolgono un ruolo che può facilitare la violazione dei diritti e, quindi, rientrano nel perimetro degli obblighi previsti dalla legge.

Anche l’argomento dell’inefficacia delle misure è stato respinto. Google aveva evidenziato come i blocchi possano essere aggirati tramite VPN o altri sistemi. La Corte ha ribadito un principio ormai consolidato nel diritto europeo: il fatto che una misura non sia assolutamente efficace non la rende inutile. È sufficiente che contribuisca a ridurre l’accesso illegale, anche solo per una parte degli utenti.

Gli intermediari dovranno implementare i blocchi e sostenere i costi

Particolarmente rilevante è poi il tema dei costi. Cisco ha sostenuto che l’implementazione di un blocco DNS geolocalizzato richiederebbe 64 settimane/uomo di lavoro ingegneristico. I giudici hanno ritenuto questa stima non adeguatamente documentata e, soprattutto, poco credibile alla luce del fatto che la stessa azienda offre già servizi di filtraggio DNS in ambito aziendale. In definitiva, la Corte ha stabilito che gli intermediari dovranno non solo implementare i blocchi, ma anche sostenerne i costi.

Questa decisione assume un’importanza strategica perché rafforza l’idea di una responsabilità diffusa nella filiera digitale. Non si tratta di attribuire colpe, ma di costruire un sistema in cui tutti gli attori (dai provider di accesso ai servizi infrastrutturali) contribuiscano alla tutela dei diritti. È un approccio coerente con l’evoluzione normativa europea, che negli ultimi anni ha progressivamente ampliato gli obblighi di cooperazione degli intermediari.

Sul piano economico, la lotta alla pirateria non è una questione marginale. La trasmissione illegale di eventi sportivi, in particolare, genera perdite significative per broadcaster e detentori dei diritti, mettendo a rischio investimenti, occupazione e sostenibilità del settore. I diritti audiovisivi rappresentano una delle principali fonti di finanziamento per lo sport professionistico: la loro erosione attraverso la pirateria incide direttamente sull’intero sistema.

Una vittoria per Canal+ che ora punta al blocco deli indirizzi IP, una misura che arriverà in Francia entro l’anno

La sentenza della Corte d’Appello di Parigi apre ora la strada a ulteriori sviluppi. Canal+ ha già annunciato che questa vittoria si inserisce in una strategia più ampia, che includerà anche il blocco degli indirizzi IP. In Francia, questa misura dovrebbe essere introdotta entro l’anno, con una prima sperimentazione prevista in occasione del torneo di Roland Garros e un’applicazione su larga scala in vista dei grandi eventi sportivi internazionali.

In parallelo, restano aperti i contenziosi contro i fornitori di VPN, altro anello cruciale nella catena della distribuzione illegale. Se anche questi dovessero essere coinvolti in obblighi di blocco, il modello francese potrebbe diventare un riferimento per altri Paesi europei.

In definitiva, la decisione di Parigi segna un cambio di paradigma: la lotta alla pirateria non si limita più ai soli fornitori di accesso, ma si estende a tutti i soggetti che, anche indirettamente, rendono possibile l’accesso ai contenuti illegali. Un principio destinato a ridefinire gli equilibri tra libertà della rete, innovazione tecnologica e tutela dei diritti.

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