il commento

Perché “Magnifica humanitas” di Papa Leone XIV rimette la persona al centro nell’era dell’AI

di Antonio Iannuzzi, professore ordinario di Istituzioni di diritto pubblico, Dipartimento di Scienze politiche, Università Roma Tre |

Magnifica humanitas conferma che la centralità della persona resta l’asse non negoziabile del costituzionalismo democratico, anche nella fase attuale di transizione digitale.

La prima enciclica di Papa Leone XIV, Magnifica humanitas, significativamente pone al centro della storia la posizione della persona umana “al tempo dell’intelligenza artificiale”.

Il Pontefice non presenta una riflessione sui rischi teorici della nostra epoca, ma pone un appello ad impegnarsi attivamente nel “cantiere del nostro tempo”. Vorrei cogliere alcune corrispondenze che l’Enciclica offre rispetto alla riflessione costituzionalistica sul potere pubblico, in un contesto in cui il potere ha mutato il proprio luogo di esercizio, trasferendosi sempre più dal paradigma politico-pubblico-statale a quello tecnologico-privato.

Le tecnologie non si limitano a strumentare l’agire umano, ma incidono sulla trama stessa della realtà

C’è, fin dall’apertura del testo, una simmetria di fondo che merita di essere colta. Il Papa innesta il proprio magistero nel solco della Rerum novarum di Leone XIII – di cui ricorre quest’anno il 135° anniversario – e ribadisce che la Dottrina sociale della Chiesa non può limitarsi a ripetere insegnamenti pure preziosi, ma deve interpretare le grandi tendenze del presente, in particolare “i progressi della tecnica”. Il movimento argomentativo è quello dell’interpretazione adeguatrice: il nucleo di verità rimane stabile, i suoi principi vengono ridetti per misurarsi con le res novae dell’oggi.

È, mutatis mutandis, lo stesso esercizio che il costituzionalismo democratico è chiamato a compiere rispetto alle proprie radici novecentesche, ri-tematizzando le categorie fondamentali e riconducendo le manifestazioni digitali dei diritti fondamentali nell’alveo delle libertà tradizionali, senza la suggestione di trattarle come catalogo separato.

Due icone bibliche guidano il discernimento offerto da Leone XIV: la torre di Babele e la ricostruzione delle mura di Gerusalemme da parte di Neemia. La scelta cruciale, ammonisce il Papa, non è quella – pure ricorrente nel dibattito pubblico – fra un sì e un no alla tecnologia, ma fra un potere che pretende di dominare il cielo e l’umile costruzione comune della convivenza fraterna.

È, in chiave costituzionale, l’aut aut fra l’asservimento a poteri tecnici che aspirano a divenire principio ordinatore di ogni materia e l’inveramento di una sovranità democratica che ridiscende a regolare ciò che a lungo è stato lasciato all’autoregolazione privata. La «sindrome di Babele» – idolatria del profitto, omologazione che cancella le differenze, pretesa di un linguaggio digitale capace di esaurire il mistero stesso della persona in flussi di dati e prestazioni – è precisamente la cifra del cambiamento d’epoca con cui la politica ed il diritto costituzionale sono chiamati a misurarsi.

Sotto questo profilo, la diagnosi del Pontefice coglie una capacità affatto inedita delle tecnologie emergenti: non si limitano a strumentare l’agire umano, ma incidono sulla trama stessa della realtà, modellandone i processi decisionali e l’immaginario condiviso. Mai prima d’ora, avverte l’Enciclica, l’umanità aveva esercitato un simile potere su sé stessa. È evidente, come ho scritto in sedi scientifiche, che quello che stiamo vivendo è il momento costitutivo e costituente del rapporto fra uomo e macchina, che ormai si è imposto come orizzonte del costituzionalismo contemporaneo.

Particolarmente lucida è, allora, la lettura che il Papa propone sul mutamento dei poteri che governano questa trasformazione. Se un tempo erano soprattutto gli Stati a guidare l’innovazione, oggi i principali motori dello sviluppo sono attori privati, spesso transnazionali, dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi. Il potere tecnologico assume così un volto inedito, prevalentemente privato, ancor più difficile da discernere, governare e orientare al bene comune.

In questa cornice si colloca un passaggio di particolare rilievo, che estende il principio della destinazione universale dei beni anche alle nuove forme di proprietà: brevetti, algoritmi, piattaforme digitali, infrastrutture tecnologiche, dati. Quando questi beni restano concentrati nelle mani di pochi, ammonisce il Pontefice, si genera un nuovo squilibrio che alimenta il divario fra chi può partecipare alla rivoluzione digitale e chi ne resta ai margini. È la traduzione morale del problema costituzionale dell’uguaglianza digitale, cui la dottrina ha attribuito da tempo un preciso tono costituzionale, e che impone di pensare l’accesso ai beni digitali essenziali come componente non eludibile dell’eguaglianza fra le persone.

L’enciclica avverte, poi, del rischio di un’ideologia che condiziona il valore della persona alla sua performance, fino a ridurla a risorsa da usare e sfruttare. In tale orizzonte, l’invito del Papa al discernimento condiviso, alla responsabilità e alla trasparenza dei sistemi di AI si salda con i punti più avanzati dell’ecosistema normativo europeo del digitale.

L’art. 22 del GDPR, riconoscendo il diritto a non essere sottoposti a decisioni unicamente automatizzate, ha tracciato per primo una actio finium regundorum fra uomo e macchina; l’art. 14 dell’AI Act ne ha sviluppato la portata prescrivendo la supervisione umana sui sistemi ad alto rischio, fino a configurare il principio di non esclusività algoritmica come autentico canone di costituzionalità della società digitale.

Sono le prime concretizzazioni normative di quell’umanesimo digitale che innerva trasversalmente il GDPR, il DSA, il DMA, l’AI Act e l’intero ecosistema normativo europeo del digitale, e che il magistero di Leone XIV illumina ora con la forza di un fondamento spirituale: l’uomo deve sempre poter intervenire, contestare, correggere, perché nessuna macchina può sostituirlo nello splendore della sua dignità.

Magnifica humanitas rimette al centro la persona

Magnifica humanitas, in conclusione, conferma che la centralità della persona resta l’asse non negoziabile del costituzionalismo democratico, anche nella fase attuale di transizione digitale; ricorda che nel tempo in cui la dignità umana rischia di essere oscurata da nuove forme di disumanizzazione, abbiamo il dovere urgente di restare profondamente umani; rilancia, dal proprio versante teologico, lo stesso sforzo di interpretazione adeguatrice che il diritto sta tentando di compiere sui propri principi novecenteschi.

È, in fondo, la conferma magisteriale di un’intuizione che il costituzionalismo coltiva da tempo: nessuna rivoluzione tecnologica può essere lasciata fuori dal perimetro della sovranità democratica, perché il vero soggetto della storia – e del diritto – deve continuare ad essere la persona umana.

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