Cultura

‘Per lo Stato il patrimonio culturale è una pesante eredità da gestire’. Intervista a Christian Marinotti (editore)

Christian Marinotti: ‘Se fossi ministro, cercherei di convincere il Premier e il Consiglio dei Ministri che il patrimonio artistico e monumentale può produrre denaro e non soltanto lustro’

a cura di Annamaria Barbato Ricci |
Christian Marinotti

In un’Italia che si regge, nel settore culturale, ovvero teoricamente il suo genetico e predestinato core business, sugli sforzi degli eroi che non si fanno irreggimentare sul gradimento del nazional popolare, Christian Marinotti può assurgere a simbolo di questa sparuta schiera di gladiatori del sapere.

Editore di collane raffinate e preziose, riesce a portare in libreria opere in controtendenza rispetto alle regole plumbee del marketing editoriale ‘commerciale’.

In più, alla spinta filosofico-letteraria aggiunge l’amore per le arti. Una miscela che mi ha fatto pensare al Rinascimento ed al conte Pico, personaggio che ho scoperto per davvero, in alcune sfaccettature, grazie agli approfondimenti di ‘999, l’ultimo custode’ di Carlo Martigli, intrecciandosi la ricerca storica rigorosa ad una trama di pura fantasia.

Sì, Christian Marinotti è così: uomo del suo tempo, ma anche capace di catalizzare passato e futuro in un discorso che apre orizzonti di crescita culturale in chi lo sta ad ascoltare. E che, come me, non ha nessun timor reverentialis nell’incalzarlo con domande curiose sulla sua vita e sul suo itinerario imprenditoriale così peculiare.

 

 

 

Key4biz. Cominciamo dapprincipio, perché sono gli anni di partenza di ciascuno di noi a dare un imprinting indelebile. Lei è figlio unico?

 

 

Christian Marinotti. No, anzi sono il terzo. Da mia sorella maggiore mi dividono dieci anni, mio fratello mi ha preceduto di cinque. Secondo uno strano meccanismo, però, mentre di regola per gli ultimogeniti si verifica un allentamento della disciplina valsa per i figli precedenti, nel mio caso i metodi educativi sono stati molto più rigidi.

Sono stato, specie per mio padre, un laboratorio di pratiche d’educazione virtuosa. – sorride –

Sono nato a Lugano, pur da famiglia italianissima, che affondava le proprie radici fra l’alto Veneto e il basso Friuli, in particolare fra Vittorio Veneto, Venezia e Torviscosa, località emblematica della parabola industriale del nonno paterno.

Fino a tutti gli studi primari e secondari, però, ho risieduto in Svizzera, nel mio esilio nei collegi di Cantoni diversi, giovandomene nel mio apprendimento di lingue differenti: innanzitutto il tedesco; un po’ meno il francese, oltre, naturalmente, all’italiano. L’inglese, poi, l’ho imparato fra l’adolescenza e l’epoca dell’Università.

 

 

 

Key4biz. Quando è avvenuto il ritorno a Milano?

 

 

Christian Marinotti. Col Liceo e l’Università. La Svizzera rimane un Paese che conosco molto bene, ma posso definirla più una scuola di vita che di cultura.

La permanenza in collegio da bambino e adolescente, forgia e, soprattutto, mi ha consentito di apprendere come seconda lingua madre il tedesco, di acquisirne le costruzioni mentali e l’approccio del pensiero.

E’ una lingua formidabile che, però, è confinata al terreno della cultura. Ho studiato Filosofia all’Università Statale di Milano e lì mi sono reso conto che la conoscenza del tedesco è molto utile in quella materia, così come lo è nella Storia dell’Arte: comprenderlo e parlarlo è imprescindibile quasi più del francese e dell’italiano, pur due lingue importanti nel mondo della cultura.

 

 

 

Key4biz. Quali erano i progetti di vita a 16 anni?

 

 

Christian Marinotti. Già da allora avevo ben chiaro di voler seguire la strada degli studi umanistici. Terminata l’Università, il primo desiderio fu quello di rimanere come ricercatore nella materia della mia tesi, la Filosofia della Politica, con la cattedra del mio relatore, il professor Maurizio Bazzoli, poi prematuramente scomparso.

La mia dissertazione finale riguardò ‘La Filosofia politica di Christian Wolff’, un autore poco conosciuto che ispirò profondamente la politica di Federico il Grande di Prussia. Dal suo pensiero derivò il cosiddetto ‘Dispotismo illuminato’ nonché lo ‘Stato di polizia’, termini che, però, non vanno interpretati in senso deteriore, bensì come il segno della preoccupazione del ‘principe’ di conoscere i bisogni dei cittadini per assicurare loro benessere.

Insomma, il nostro moderno welfare: non una dittatura, ma, così come avviene oggi in Svezia e nei Paesi del Nord Europa, la corrispondenza a chi compie i propri doveri di cittadino di diritti garantiti e uguali per tutti.

 

 

 

Key4biz. Quindi, rimase all’Università post lauream?

 

 

Christian Marinotti. Per un paio d’anni sono stato cultore della materia alla Statale. E posso assicurare che trent’anni fa o poco più non era meglio di adesso: la cultura non è mai stato un ambito preferenziale per lo Stato italiano, che non considera l’immenso patrimonio pervenutoci dal passato una risorsa, quanto, piuttosto, una pesante eredità da gestire.

Usando un’immagine che sintetizza la situazione, ogni volta che un ministro dei Beni e Attività Culturali s’insedia, il gesto tipico che lo rappresenta è l’alzare gli occhi al cielo, quasi sopraffatto dal coacervo di problemi, proprio come farebbe l’amministratore di un condominio fatiscente.

 

 

 

Key4biz. L’avrà fatto anche Dario Franceschini…

 

 

Christian Marinotti. Se si passano in rassegna i ministri che l’hanno preceduto in questi ultimi vent’anni, Franceschini è il miglior ministro che ci sia stato destinato dai Premier che si sono susseguiti.

In fondo, hanno rappresentato lo specchio di un popolo viziato dal possedere tanta ricchezza culturale, ma del tutto incapace di gestirla: siamo passati alla storia come creatori e inventori, non certo come gestori… dissipatori, piuttosto. Non è nella nostra indole amministrare e manutenere.

 

 

 

Key4biz. Facciamo un jeu de l’esprit. Cosa farebbe se, per avventura, diventasse il neo Ministro della Cultura?

 

 

Christian Marinotti. Intanto, cercherei di convincere il Premier e il Consiglio dei Ministri che il patrimonio artistico e monumentale può produrre denaro e non soltanto lustro.

Sicuramente nella misura sufficiente all’autogestione, ma, aggiungo, se ben gestito, generando persino degli utili. Ci vuole un Ministro che conosca il prodotto, mentre rimane una caratteristica prettamente italiana quella di puntare all’incompetenza rispetto all’incarico, con l’alibi che il Ministro ha un ruolo politico e, dunque, non è necessario che abbia conoscenza del settore.

Salvo che nell’eccezione di Gerolamo Sirchia alla Sanità, per decenni è stato così. Pare che ora si punti maggiormente a dare incarichi a persone che abbiano i numeri per occuparsi di certe materie, che sappiano affrontare anche i lati pratici e non siano esclusivamente politici o tecnici avulsi da gestione e managerialità.

 

 

 

Key4biz. Lì, però, è il campo d’azione dei direttori generali. E non mi pare che Mario Resca, manager dal curriculum di tutto rispetto, abbia fatto sfracelli (in senso positivo) a via del Collegio Romano.

 

 

Christian Marinotti. Questo è accaduto perché Resca non conosceva il prodotto. La sua priorità è apparsa quella di dotare di coffee shop e di merchandising i musei. Il che collide con la priorità reale, ovvero di gestire al meglio non solo le opere esposte, ma anche quelle che sono accatastate nei depositi.

Opere altrettanto importanti di quelle in mostra, che dovrebbero essere valorizzate, divenendo eccellenti ambasciatori delle bellezze d’Italia andando in giro per il mondo: è solo l’Orchestra della Scala in grado di viaggiare ed essere testimonial di quello che rappresenta il nostro Paese sotto il profilo culturale? Credetemi, c’è da fare un’ira di Dio, ma i frutti che ne scaturirebbero sarebbero notevoli.

 

 

 

Key4biz. Sì, ma la gente è lontana da quest’ambito, lo considera roba da pochi raffinati.

 

 

Christian Marinotti. Non è mica vero! Accade talvolta che a Palazzo Marino, il Comune di Milano ospiti un’opera d’arte importante e si formino lunghe file di cittadini che desiderano vederla; lo stesso accade anche al Museo Diocesano con opere prestate dai Musei Vaticani.

Non serve portare in giro mille opere! Solo chi conosce il prodotto, però, è in grado di fare strategia di promozione in maniera manageriale, sì da creare reddito.

 

 

 

Key4biz. Abbiamo fatto una fuga in avanti. Torniamo alla Statale di Milano ed alla Filosofia della politica. Una disciplina praticamente ignorata da chi ci governa.

 

 

Christian Marinotti. L’Università ha scarse proiezioni nella realtà politica del Paese. Eppure, come avrebbe detto Abbagnano, la Filosofia della politica è Filosofia pratica, che serve a trovare la soluzione dei problemi; le altre branche filosofiche, invece, s’interrogano su grandi questioni meno agganciate alla realtà concreta.

Un Paese che ha chiara questa funzione ed ha a cuore l’elaborazione di una cultura filosofica di fondo per l’azione politica commissiona all’Università la speculazione d’indirizzi per la soluzione dei problemi che lo Stato si pone.

Un esempio molto chiaro lo troviamo nel Regno Unito, fra le due Guerre mondiali, quando il Governo, al fine di comprendere gli scenari che si ponevano a causa del tramontante Impero e dell’incombente aggressività tedesca, si affidò all’Università di Cambridge come ‘serbatoio di cervelli’ utili alla decrittazione degli scenari geopolitici.

Un altro esempio più vicino a noi ci viene dagli Usa, quando Bush figlio, nel suo secondo mandato, affidò la Segreteria di Stato a Condoleezza Rice, docente di Scienze Politiche della Stanford University, di cui è stata anche Rettrice, e pertanto profonda conoscitrice della geopolitica. Non do giudizi sull’efficacia della sua azione, quanto evidenzio che la cultura fa la differenza, se la si sta ad ascoltare.

 

 

 

Key4biz. E in Italia?

 

 

Christian Marinotti. La Repubblica italiana non ha una politica estera; anzi, non l’ha mai avuta. Le priorità sono state sempre assorbite dalla politica interna. Siamo un Paese culturalmente di retroguardia anche in quest’ambito.

 

 

 

Key4biz. Come è iniziato il cammino della Christian Marinotti Edizioni?

 

 

Christian Marinotti. All’Università, ai primi anni ’80. Gli editori di libri scolastici facevano scouting negli Atenei per cercare manovalanza a basso costo: erano richiesti giovani ghost writer in grado di fare praticamente tutta l’opera. Il luminare aveva un ruolo di sovrintendenza e firmava il libro.

Ora c’è stato un certo cambiamento: è meno marcata questa catena di montaggio, in quanto i nomi degli estensori vengono compresi nella lista dei collaboratori. All’epoca, fui avvicinato per la realizzazione di manuali di storia e di materie letterarie per le scuole medie superiori e gli Istituti tecnici. Fu quella l’occasione per entrare in contatto col mondo dell’editoria.

Diversi anni dopo ho avviato la mia casa editrice, non senza aver fatto la gavetta in Mursia, nel settore parascolastico e universitario.

Partivo da un’idea di University press, frequente nei Paesi anglosassoni, poco o per nulla praticata in Italia: l’obiettivo era quello di aprire alla fruibilità di un pubblico allargato i risultati della ricerca universitaria.

 

 

 

Key4biz. Davvero 30 anni fa non c’erano esperienze di questo genere? Eppure oggi pare un’attività ‘naturale’ di sviluppo della ricerca universitaria.

 

 

Christian Marinotti. Vi era un unico esempio nel Paese, la casa editrice ‘Vita e Pensiero’ dell’Università Cattolica, che, però, funzionava secondo logiche lontane dal mercato.

Mi proposi di colmare questo gap. Bisognava, però, trovare un Ateneo che non avesse le problematiche di un’Università statale, troppo frammentata in potentati e baronie e, comunque, priva della capacità di convergere in un unicuum decisionale necessario per realizzare questo passo.

Pensai, perciò, di coinvolgere l’Università Bocconi, che, incredibilmente, non aveva una propria casa editrice, pur essendo la fucina della managerialità, pertanto sensibile al mettere a valore la propria ricerca.

In realtà, dal mio contatto col pro-rettore al tempo delegato scoprii che il problema in Bocconi se l’erano posto e avevano anche compiuto un’indagine di mercato per identificare editori interessati ad una partnership. Incredibilmente, fra i tanti del settore, come Ipsoa, Etas, Il Sole 24 Ore, Utet, Buffetti, fu solo Giuffrè a cogliere l’invito. C’era però bisogno di qualcuno che svolgesse attività di coordinamento e cura delle collane. Arrivai al momento giusto e mi occupai della start up della Egea, acronimo di Edizioni giuridiche economiche aziendali, partnership fra l’Università Bocconi e la Casa editrice Giuffrè. L’ho diretta per dieci anni.

 

 

 

Key4biz. Questo è il ponte che ha portato verso una casa editrice autonoma. Come avvenne il grande salto?

 

 

Christian Marinotti. Per un motivo anagrafico. Come per le donne può scattare l’orologio biologico per la maternità, all’avvicinarsi del quarantesimo anno di età, nel 1997, mi colse l’esigenza di avvicinare la mia personale formazione e affinità disciplinare ad una attività imprenditoriale. Fu questa la genesi della mia casa editrice.

In 18 anni abbiamo patrimonializzato un robusto catalogo, suddiviso in aree tematiche (Filosofia, Estetica, Storia, Letteratura, Musica, Libri illustrati e Diritto) e collane di prestigio come l’Heideggeriana e la Sartriana, dove abbiamo anche pubblicato opere del filosofo francese fino ad allora inedite.

Sono, però, una persona culturalmente inquieta ed ho sentito da qualche anno l’esigenza di occuparmi di cultura ‘mettendoci la faccia’ e cambiando mezzo, senza intermediazioni.

 

 

 

Key4biz. In che modo?

 

 

Christian Marinotti. Dal 2010 sto sviluppando l’attività di conferenziere nel settore dell’arte, contemporanea e non: l’elemento scatenante furono un paio di servizi per Class TV a cui ne sono seguiti altri, immessi su YouTube.

Prima di agosto verrà postato da Gallerie d’Italia, ovvero il Progetto che permette la fruizione pubblica delle collezioni d’arte di Banca Intesa e della Fondazione Cariplo (a cui fanno capo, oltre alla sede di Piazza Scala a Milano, anche la Galleria di Palazzo Zevallos Stigliano di Napoli e quella di Palazzo Leoni Montinari di Vicenza) un mio video dedicato alla Galleria milanese.

In questo modo si raggiunge anche il pubblico che non ha la possibilità di visitare i tesori custoditi dal Museo di Piazza Scala. E’ mia convinzione che oggi il pubblico più vasto faccia molta fatica a leggere, specie la saggistica, ma abbia comunque sete di conoscenza. Se la trasmissione della cultura, in maniera piana e divulgativa, senza banalizzazioni, avviene attraverso le conferenze, si ottiene una grande audience.

Non dimentichiamo che a Milano, a Santa Maria delle Grazie, quando Vittorio Sermonti lesse la Divina Commedia nel 2006 vi fu un tale pienone che i frati furono costretti a porre degli altoparlanti sul sagrato, altrettanto gremito. La stessa sete di conoscenza avverto con le mie conferenze, dove cerco di trasmettere la passione che mi anima affrontando argomenti di arte e cultura che catturano, dal vivo e sul web, un pubblico sempre più vasto.

 

 

 

Key4biz. Ci siamo tenuti per il fuoco pirotecnico finale una notizia importante.

 

 

Christian Marinotti. Sì, a chiusura del cerchio, un ultimo tassello della mia vita: ho vinto presso la Facoltà d’Architettura del Politecnico di Milano l’insegnamento di Arte contemporanea.

 

 

Un traguardo che corona l’esser vissuto sin dalla nascita in un ambiente dove l’arte e l’impresa non erano entità estranee. Anzi, il nonno paterno, Franco, protagonista del successo della SNIA, fu grande amico di Filippo Tommaso Marinetti, del quale sponsorizzò la pubblicazione deiManifesti” e il padre, Paolo, fece di Palazzo Grassi a Venezia il centro espositivo d’avanguardia oggi noto nel mondo.

 

 

 

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