Microchip sottopelle

People&Tech. Uomo e tecnologie, regista o burattino?

Three Square Market sarà la prima azienda americana ad impiantare in 50 dipendenti volontari un microchip sotto la pelle.

di Isabella Corradini - psicologa sociale, Presidente Centro Ricerche Themis |
Microchip

People&Tech, la rubrica settimanale a cura di Isabella Corradini, psicologa sociale e Presidente Centro Ricerche Themis, propone riflessioni su aspetti umani e sociali nell’epoca digitale. Per consultare gli articoli precedenti, clicca qui.

È recente la notizia secondo cui la Three Square Market, specializzata nella fornitura di distributori automatici di prodotti, sarà la prima azienda americana ad impiantare in 50 dipendenti volontari un microchip sotto la pelle che, a partire dal prossimo agosto, permetterà loro di acquistare internamente snack e bibite, accedere ai pc aziendali, aprire porte, etc. solo avvicinando la mano.  A livello europeo si annoverano già alcune esperienze simili, come il caso dell’azienda svedese Epicentric che nel 2015 ha coinvolto, sempre su base volontaria, 150 dipendenti.

 

La domanda è: si tratta davvero di un’evoluzione?

 

Di certo lo è per chi opera nel campo delle tecnologie, che vede ovviamente l’opportunità di fare business. Però, come spesso avviene in questi casi, si tende a concentrare l’attenzione principalmente su tutti quei benefici in grado di attrarre gli utenti, come la possibilità di rendere loro facili certe operazioni e garantire il risparmio di tempo. La ragione che viene spesso evocata a supporto di gran parte delle innovazioni tecnologiche è quella relativa alla “semplificazione” della vita delle persone. Ed in molti casi è indubbiamente vero.

Tuttavia, assai poca è invece l’attenzione sugli aspetti etici e di sicurezza che si accompagnano alla loro adozione.

Nel caso del microchip, al di là dell’obiettivo più o meno reale dichiarato, diverse sono le domande da porsi, come ad esempio: quanto sono consapevoli le persone dell’impatto che una tale intromissione corporea comporta dal punto di vista umano e sociale? Sono consapevoli del fatto (e disposte ad accettarlo) che il loro comportamento è soggetto a controllo e, dunque, condizionato?

 

Non si pretende in questa sede di dare risposte immediate ed esaustive a queste domande, ma bisogna avere il coraggio di porsele prima di intraprendere una strada dalla quale è difficile tornare indietro. È sorprendente come l’impianto di un microchip sottopelle per lo svolgimento di azioni quotidiane – che possono essere tranquillamente compiute anche senza – sia considerata un’iniziativa non solo brillante ma assolutamente naturale.  D’altro canto, siamo in un periodo storico in cui per avere accesso a servizi gratuiti siamo disponibili (se non costretti) a fornire i nostri dati: possibile che le persone arrivino a limitare “spontaneamente” la propria libertà in questo modo?

 

Nel caso del microchip tale limitazione attiene anche alla sfera corporea dell’individuo: una volta impiantato, non si può decidere di lasciarlo a casa o toglierlo per qualche giorno, magari sfilandolo come si trattasse di un anello; a differenza, ad esempio, di un’applicazione contenuta all’interno di un dispositivo mobile che si può decidere di disinstallare in pochi secondi ed in modo autonomo agendo sul dispositivo stesso.

 

Pur non volendo essere catastrofici, è preoccupante osservare che la strada che si intende percorrere è quella di provare a sostituire tutto ciò che è sostituibile, ossessionati dal desiderio di migliorare e rendere semplice la vita delle persone.

 

Si corre il rischio di non riuscire più a porre dei limiti: si comincia dal badge e qualche piccolo acquisto, per poi passare agli accessi alle strutture fisiche e tecnologiche, e magari si arriva a sostituire l’essere umano. Non è un mistero che i robot stanno già rimpiazzando le persone in alcune attività lavorative.

 

La fantascienza, dunque, è ormai realtà: vogliamo governare la tecnologia o diventarne i burattini?

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